Anzitutto voglio chiarire alcuni vocaboli gia` trattati, in questo brano di p. 106, e altrove:
"-- Kupsele^ = cavita` (quale quella dell'orecchio); cassa, cesta [profonda]. (Cf., Kuphellon) > Long. Cofanu (= cofano).
Kupho^n = costretto a tenere la testa bassa: sforcato, birbone; < Kupto^ (= mi piego innanzi, ecc.)"
"-- Co`fanu (= Co`fano) < Gr. Ko`phinos (= cesta, corba -- cioe' "grossa cesta bislunga" [profonda])." [In alcuni pinakes di Locri abbiamo visto dei cofani che venivano riempiti di frutti raccolti dagli alberi. L'invenzione dei cofani, come degli altri cesti di vimini, potrebbe essere anteriore all'agricoltura.]
Adesso costato che anche Ing. Coffer e` stato derivato da Kophinos, perlomeno tramite il latino Cophinus. E ho intravvisto un'altra derivazione:
-- Coppi`nu (= mestolo; Ing. Laddle, deep serving spoon) = copp-inu (piccolo copp-) < Gr. Ko`phinos o piu` esattamente *Kophidion (piccolo cofano, ma non fatto di vimini). (Una Coppina sara` stata una tazza o "piccola coppa" con un manico ricurvo, che forma un buco. Coppinu [nome di genere maschile] sara` stato il nome dato -- in epoca latina -- alla tazza col manico lungo, cioe` al mestolo.)
-/- Kophinoo^ = metto (rinchiudo una persona) sotto il cofano [cioe`: lo copro col cofano), come soleva farsi per punire una persona. Intanto voglio precisare che
-/- Gr. Ku`pho^n = collare (originariamento di legno che costringeva il paziente a tenera la testa bassa, ripiegata).
Continuando ad attenermi alle definizioni o descrizioni del Bonazzi:
-/- Gr. Kupsele^ (Cf. Kuphellon) = cavita` delle orecchie; cassa, cesta, ecc.
-/- To Kuphellon [citato sopra] (adoperato solo al plurale) = l'aereo velo, nebbia, nuvola; talora la cavita` delle orecchie; le orecchie.
Nel brano citato, derivai COFanu da KUPsele o KUPHellon indubbiamente perche` avevo notato un etimo comune a questi tre vocaboli. Infatti, lo stesso etimo e` presente in KOPHinos. Ebbene c'e` una cosa in comune ad un cofano, una cesta, un Ing. Chest, una cassa, un Ing. Coffer o cassaforte, un orecchio che ha la sua cavita` o la cavita` d'un orecchio, cioe` la CAVITA`. Ma come mai Kuphellon puo` significare l'aereo velo, nebbia, o nuvola?
Quando parliamo o i Greci parlavano di un circolo, per "circolo" s'intende o la curva periferica [il perimetro] o l'area circoscritta dalla curva periferica. Ebbene, per "etere" s'intende l'aria o l'ambito circostritto dalla volta celeste, che e` una curva volumetrica. Invece si chiama Kuphellon [nome sostantivo] il volume nebbioso, pieno di nebbia, che e` circoscritto dalla curvatura celeste. Dunque, per "cavita`" si puo` intendere o una superficie curva o un volume che riempisce la superficie curva o e` circostritto da quella superficie. Dire Kuphellon e` dire <"le nuvole" che riempiscono la cavita` celeste>. [In longobardese, Nebbia = Neglia; Nuvole = Neglie. Dunque, il volume nebbioso e` un volume pieno di neglia o di neglie.]
La volta celesta e` incurvata, un cofano e` incurvato (Kuphos), una cesta qualsiasi e` incurvata. Ma, per estensione, qualsiasi cosa che abbia un volume vuoto o ambito -- una casa, un vaso, una stanza -- puo` denominarsi Kuphellon senza riguardo alla forma della superfice.
Kuphellon, Kupse, Kuphos, Kophinos, Kupho^n, e simili, sono basati sull'idea di KUPto^, cioe` curvarsi, piegarsi a forma di curva, formare una cavita` (o concavita`), e simili. Ma mentre Kuphos indica l'essere curvo, Kuphellon indica uno spazio steso o "pieno di qualcosa" di forma curva, il che mi apporta ad altri vocaboli longobardesi.
-- Copaniare (= scavare una cosa solida affinche` sia fatta una cava, o vi sia fatta una cavita`) < *Kophinizo^ (cioe`: "rendo copanu"). [Kophinos = una cosa profonda, un profondo, sebbene il nome sia stato dato in particolare ad una cesta di vimini di una certa forma. Ma abbiamo visto che un piccolo Kophinos possa essere una tazza di ceramica.)
-- Co`panu (che ha un vuoto; vuoto; Ing. Hallow) < Kophinos. (Invece Kuphos significa semplicemente "curvo o ricurvo", riferendosi alla forma della cosa scavata.)
---- Quannu dunano cose gratis, i genti s'incafuddranu dintra u magazzinu (= Quando danno cose gratis, le persone si affollano nel negozio).
Aiu ncufuddratu renzuli e cuperte dintra nu tiraturu (= Ho stretto insieme lenzuola e coperte in un tiretto).
Quei due esempi bastano per capire il significato di
-- Ncufuddrare [in-cuf-ull-are] (= stringere insieme, accumulare stringendo, affollare, comprimere, pigiare insieme cose in un vuoto or vano: impaccare, inzeppare). Tutte queste nozioni comportano "stringere" cose in un luogo e quindi riempirlo. L'etimo del vocabolo e` CUFULL- che < Gr. KUPHELL(on), il volume o lo spazio di un incavo o di una cosa profonda (prima che fosse lo spazio sotto la volta celeste nebbioso o pieno di nuvole). Non e` attestato il verbo *Kuphellizo^, il quale significherebbe appunto: stringo in un posto, riempio, inzeppo, affollo, e simili. Comunque, Kuphellon come nome verbale connota la consequenza dello stringere, cioe` il rimpiere, per cui "Kuphellon"genericamente significa "un pieno zeppo" [Lat. Plenum], un folto, uno spazio ripieno. (Da notare l'It. Folto, addensato, il cui etimo e` FOL-, che e` poi il vocabolo inglese FULL, = pieno.)
-- Fuddra [fulla] (= folla; Ing. Crowd) < un'abbreviazione di Kuphellon (un folto di gente). L'abbreviazione di KUPH-ell-on comporta la rottura dell'etimo: (ku)FELL-on. (Fuddra, Folla, Folto, e Full son tutti vocaboli formati con l'etimo novello.)
-- Cafune (= uno che mangia tutto e di tutto, un riempitore di pancia; cafone) < Gr. Kuph-. [COF-, CUF-, CAF- sono varianti di un etimo greco.]
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Incuriosito dalle mie derivazioni di Folla e di Full, che mi sono sembrate un po` incredibili, ho pensato di consultare il Dizion. Etim. Online per vedere che etimologia di Folla fosse stata fatta in passato. Ed ecco il testo:
Folla
Mi accorgo che vi e` stato uno sforzo di trovare la base di Folla nell'IndoGermanico, che una volta soppianto` l'IndoEuropeo come la lingua della fratellanza etnica degli Europei e degli Indiani presso il fiume omonimo. Il Fol del tedesco antico non e` un etimo originario; e` il risultato di una abbreviazione o riduzione di un etimo protogreco.
Nella prima fase della ricerca etimologica citata nel testo, si ipotizzo` un etimo primordiale, FAL, con le varianti VAL/VAR, che poi si ritrova in alcuni vocaboli del sanscreto: VRanomi (= comprimo, ecc.), samVRomi (= riempio), e VARas (= folla) -- che ovviamente sono i significati del greco *Kuphellizo. Apparentemente si volle presumere che Fal-/Fol- fosse un etimo originariamente germanico o indiano (sanscreto). E poi si penso` che alcuni vocaboli greci derivassero da Fal-, sebbene la F o digamma fosse stata troncata troncata, per cui si ha Eilo, Eilar, e simili. Questa benedetta digamma e` come un deus ex machina.
Ebbene guardiamo un po` al verbo greco citato:
-/- Gr. Eilo^ o Eileo^ o Eillo^ o Illo^ e` un verbo detto con piccole variazioni fonetiche da diversi greci classici. Il significato principale e`: serro, stringo. Al passivo, = stringersi (sotto lo scudo), raccogliersi insieme [cioe` farsi in una folla]. Dunque questo e` il vertbo attuale greco classico in vece di Kuphellizo^.
-/- Eilar (-atos) = cio` che stringe, rinserra. (Eialapine^ = una compagnia per bere; un convito.)
-/- Gr. Ehile^ = Folla, Schiera. (Il vocabolo con l' aspirazione piatta, Eile^, significa Calore o luce del sole.) Forse a causa di quella aspirazione, il vocabolo magnogreco tarentino per "Folla, Compagnia" divenne Beile^.
A quanto mi pare, vi fu una seconda riduzione nel greco stesso del vocabolo Kupphellon:
Nel contempo, Phell- > PLE^re^s (= pieno), a causa del consueto mutamento da PH a P, o viceversa., e una metatesi tra E ed L.
Poi Pleres > Lat. Plenun [= pieno]. E Plethos (= moltitudine; il popolo) > Lat. Plebs (= la plebe, il popolo). E da PLE^- il verbo greco Pimple^mi (= Lat. im-pleo, empio/riempio; al passivo: compio, adempio.) Una variante poetica di questo verbo e` Pimplano^, la cui N risuona pure nel latino "pleNum".
E` il protogreco l'indoeuropeo!
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Gr. Kokh- in:
-/- Gr. Kokhlos = conchiglia; guscio (di chiocciola).
-/- Lat. Cochlea < Gk. Kokhlias (= chiocciola).
-- Cuqqhiaru (= cucchiaio, cucchiaro) < Lat. Cochlearium < Gr. Kokhlias.
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-- Coppiare [coppi`u; aiu coppiatu; ecc.] (= prendere o trasferire col coppinu molte volte; Ing. To Scoop Out) < *Coppinare < Coppinu < Gr. Kophidion [gia` trattato].
Interessante il vocabolo inglese, Scoop, definito "bailing vessel" (vaso per cacciar fuori) e il verbo omonimo "svuotare cacciando fuori [o potremmo dire: Scodellare]; scavare; to hollow out [rendere vuoto togliendo qualcosa]; ecc.). Ovviamente Scoop equivale a "ex-cup" (portar fuori con una coppa), e "cup" , come "coppa", ci riporta a Kophinos e a *Kuphellizo^. Storicamente, Scoop < Medio Ingl. Scope < Medio Dutch/Olandese Schope (che foneticamente muto` "s-koph-" o "s-kop-" a "sciop-).
-- Pilare (= pelare; metaforicamente spogliare o saccheggiare (senza che la vittima se ne accorgesse) < Lat. pilum (= pelo, capello) + are. Pilatu = senza capelli, calvo; spogliato.
-- Pigliare (= pigliare, prendere, raccogliere; rubare). Pigliare de (= somigliare a; Ing. To Take After), ma piu` letteralmente, = prendere/ereditare l'indole, l'apparenza, o quel che si e`, ovvero "tingersi". "Un sacciu de china aiu pigliato" = "Non so di chi abbia preso: non so di chi mi sia tinto". ["Non so da chi abbia preso questa malattia, e non so da chi abbia o attinto la suscettibilita` alle infezioni."] Il significato fondamentale di "pigliare" sia longobardese che italiano e` quello di afferrare (con le mani) e tirare, per cui si dice "pigliare le mele dell'albero" e "pigliare i pesci del mare". Percio` non mi convince la consueta etimologia di Pigliare dal concetto latino "calcare fortemente, piantare" ("pil-are") che proviene da Pila (= mortaio). Non c'e somiglianza tra "afferrare e tirare/tirarsi" e "battere o calcare fortemente o leggermente". Pigl- e` lo stesso etimo dell'Ing. Pick (= To Pluck or To Gather) esattamente nel significato e praticamente nella fonetica. E poi c'e` il Pugno (Lat. Pugnus) che, per esempio, e` formato nell'afferrare una spada, che comporta lo stringere delle dita`. Pugno (pug-nus) contiene lu stesso etimo. Dunque PIGl- = PICK- = PUGn-: < Gr. PUKnos (= stretto, compatto, folto) o PUKnoo^ (= stringo [come nell'afferrare di una cosa, ecc.]) E "folto" a questo punto ( cioe` Puknos) ci dice che l'addensamento o le cose strette insieme costituiscono un pieno o un volume FULL. (Abbiamo derivato Folla, Full, ecc. da kuPHELLon, dove il concetto della pienezza conseque dall'impaccatura di cose strette. Il parlare di cose "Puknos" , strette o addensate, non comporta il riempimento di un volume. Percio` Puknos non significa "Pieno, Full".)
Lat. Capio = Afferro [e, di conseguenza, Prendo], catturo, ecc.. Questo e` il verbo latino che significa "piglio" e quindi traduce il Gr. Puknoo^. E guarda un po`, CAPio (donde Catturo) ha l'etimo greco che abbiamo discusso: KAPH-, mentre il verbo greco classico, che equivale a Capio, e` una voce ridotta due volte: Eileo^ -- irriconoscibile a prima vista. Come ho gia` indicato alcune volte, il greco che costituisce il latino e` un greco antico, anteriore al classico. I dialetti greci classici, il latino, il frigio, il tracio, l'ittite, e tanti altri dialetti greci discesero dal greco del Levante anteriore alle invasioni proto-arabe del 4,000-3,000 a.C., ma il greco d'epoca classica ritiene moltissimo di quel greco antico o protogreco.
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-- Fuocu mia! (= ahime`; letteralmente = ? sciagura mia, guai miei, sventura mia; Ing. Woe Is Mine). Questo "fuocu" non e` quello che riscalda o brucia; dicendolo ci si riferisce ad una afflizione o turbamento di mente. "Fuocu mia!" e` una esclamazione di una smania propria (non di dolore, di gioia, e cosi` via), di uno stato d'anima, senza nominare la cosa che apporta questa smania. "Fuocu" si accosta a Gr. Phoitos (= l'andare errando smaniosamente, la smania, il furore), e quell'esclamazione equivale a "Che smania che ho!" Qualche sciagura o sventura subita e` sottintesa. Talvolta vi e` un seguito: "Ndue signu capitatu!" (= Dove sono capitato!) Forse "Phoitos emos" fu assimilato a "Focus meus" (= il fuoco mio), che = Long. "u fuocu mia," dato che e` l'aggettivo latino che viene adoperato (con desinenza longobardese).
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-- Nu Catabasciu (= una casupola, un' abitazione misera, "un buco nella terra") < Gr. *Katabasion < Katabasis (= discesa, il posto verso il quale si discende, il posto laggiu`). [Il vocabolo e` adoperato principalmente per descrivere una casa o una stanza; non e` il nome di un oggetto. I nomi lessici sono aggettivali/attributivi, come questo; o denominativi/sostantivi, come "casupola" e "tizio"; o astratti, come "cavita`" e "pendenza"; o verbali, come "discesa". Poi ci sono anche gli aggettivi verbali, come "accessibile".]
Da notare che al presente questo e alcuni altri vocali vengono adoperati da poca gente, cioe' sempre di meno dal popolo del paese. Questo succede nella stessa misura in cui l'italiano viene sentito e parlato dalla gente (anche se i vocaboli italiani vengono mutati un po` per farli rassomigliare ai vocaboli traditionali del paese -- fenomeno di assimilazione). Questo fenomeno e` detto obsolescenza di vocaboli o di lingua, che non comporta un soppiantamento di vocaboli tradizionali. E` la mera assenza di un vocabolo italiano con lo stesso etimo [quale *Catabasso] che conduce al disuso del vocabolo tradizionale. I vocaboli presi da un'altra lingua sono o importati e adottati, adoperati consuetamente o prestati, cioe` adoperati ad hoc. Per esempio, "ad hoc" (= in questa occasione soltanto; per questo scopo), termine adoperato nella frase precedente ma non adoperato nella parlata comune per esprimere piu` o meno lo stesso concetto. (Ho adoperato "ad hoc" ad hoc.)
-- Sparabbuottulu [sparabbuo`ttulu], nome aggettivale, detto spregevolmente di una persona piccola, bassa, come per dire "un ciottolo". Dunque un tizio e` detto d'essere come un sparabbuottulu, il che implica che il nome denota una cosa piccola o insignificante ("buottulu") che viene sparata. La confezione del nome e` di stampo italiano, esemplificato da "sparachiodi", un arnese per sparare chiodi invece di pallottole. (I nomi composti esprimono complimenti. Si contrappongono verbo e oggetto, appunto come "sparachiodi", "mangiafuoco", e "portacandele"; oggetto e oggetto senza desinenza di complemento [di stampo prettamente inglese], come "stazione radio" (= radio station) e "ferrovia" (= [iron-]railroad), mentre "terr-e--moto" deriva da una frase complementare, "terr-ae motus", letteralmente equivalente a "movimento/vibrazione di terra", e ridotta in inglese ad oggetto+oggetto: "earth-quake".)
Ebbene, qualunque sia il significato letterale o etimologico di "sparabbuottulu", un uomo chiamato cosi` non e` chiamato "uno che spara buottuli"; lui viene chiamato un buottulu, una cosa piccola. Infatti, "buottolu" esprime una cosa piccola: buott-ulus. Che cos'e un piccolu BUOTT(u)? Non e` un botto (una percossa o un rumore secco). Mi sembra che "buottulu" sia un variante di "bozzolo" o, seguendo le alternative greche di "-ss-" e "-tt-" [prasso^, pratto^], di "bossolo". Una definizione di Bossolo e` "involucro cilindrico contenente la carica di lancio dei proiettili delle armi da fuoco." Longobardesi che adoperavano fucili parlavano di cartucce. "Cartuccia" e` di fattura francese ed e` il sinonimo di "Bossolo". Dunque direi che "sparabbuottulu" e` un vocabolo italiano importato (con le dovute modifiche di assimilazione), ma a quanto pare, *Sparabossolo e` un vocabolo obsoleto nella lingua italiana. Comunque, l'italiano "sparabossolo" significherebbe "bossolo da sparo" e non "arnese per sparare bossoli" (quale l'archibugio, il fucile, o il moschetto), il che indica che "sparabossolo" e` in realta` di stampo inglese.
E` stato detto che It. Bossolo < Bosso + olo < Lat. Buxu(m) < Gr. Pyksos [Pyxos o Pyxis] (= scatola di bosso). Il bosso e` un arbuto orientale, e di certo lo e` il suo nome. Non si riscontra "bossolo/buottulu" o "puxis/bussu [in altri dialetti]" nel longobardese.
-- Avantisinu (= grembiule; Ing. Apron) = il davanti-seno, cioe` la cosa o panno che una donna si pone davanti al seno per mantenere pulita la veste o il vestito. In questo vocabolo si contrappone un avverbio e un nome. E` prassi greca contrapporre avverbio e nome, oppure nome e verbo o nome verbale (anagolmente a "erba-mangiatore" e quindi "erba-mangianza", ecc.), oppure verbo e nome (anagolmente a "mangiapreti"), ecc. "Grembiule" o "Grembiale" e` in realta` un aggettivo: grembo + il suffisso latino che forma un aggettivo; per es., Latium --> Lazialis (= del, appartenente al, Lazio), ma qui il suffisso comporta "da grembo [per servire da grembo]", cioe` da cosa o panno che s'incava (alla parte frontale della persona). [Originalmente dicevasi grembo quell'incavo di una veste formatosi tra le ginocchia di una persona seduta e poi -- gia` in epoca romana -- venne a significare l'incavo matrice della donna, il ventre. Quindi e` possibile che originalmente il vocabolo "grembiale" significava il pannolino che s'incava nel ventre in certi periodi lunari.] Ovviamente oggigiorno i due vocaboli denotano lo stesso oggetto, ma non sono traduzioni reciproche delle loro componenti lessiche, dei loro significati etimologici,.... come spesso accade nelle traduzioni.
--- Avanti/Davanti < Lat. de ante (= dalla parte frontale). --- Sinu < Lat. sinus (= seno, petto muliebre), che ho discusso tempo fa`. --- Grembo (= incavo) < Lat. gremium (= bracciata di legna, erba o altro): di origine ulteriore sconosciuta. Ma io proseguo:
--- Lat. Grem(ium) = una bracciata di cose, che presuppone un abbracciare o tenere tra le braccia ricurve. Ecco perche` Gremium o Grembo puo` significare l'incavo formatosi nell'abbracciamento. (Questo e` l'incavo periferico dello spazio tra le braccia.) Al proposito:
--- Gr. Grupos = curvo; piegato (come naso adunco). Gr. Grupoo^ = io incurvo. Gr. Grupote^s = curvatura. Quindi Grem(ium) < Gr. Grup-.
--- Gr. Grup(os) > Lat. Gre(x)/gre(gis) (= gregge), cioe` un gruppo di ovini o bovini o di altre cose mobili che non sono tenute fra le braccia. (Le cose letteralmente abbrancate -- prese e tenute fra le braccia -- costituiscono una bracciata. Le legna tenute fra le braccia sono di conseguenza cose aggruppate, messe a gruppo. Non avendo il vocabolo "gruppo" generico, i romani dicevano che codeste legna erano un fascium. Nel longobardese si parla di fasciu e di vrazzata, ma non di gruppu, a meno che si parli di gente o di cose non contenute, cioe` nel senso latino di "gregge".) --- Gr. Grup(os) > (verbatim) It. Gruppo; Long. Gruppu: Un complesso di cose che risulta da un atto o da una cosa circondativa; l'insieme delle cose circondate o circoscritte.
--- Gr. Group(os) > Ing. Grip (:"Pinch") = una "ditata/pizzicata" di cose, come di sale. (Aggiungo "Ditata" a Bracciata/Abbrancata e "Manata"/Impugnata di cose -- cose che vengono avvinte dalle dita o dalle braccia e dalle mani, cioe` da organi che circondano e stringono delle cose insieme. In verbo To Grip {[< Grapen] [= It. Avvinghiare ((delle monetine o ciliege sul tavolo raccogliendole con le punte di tutte le dita))]} e` analogo ad Abbrancare e Impugnare.
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--- Guarda gua`. Ccu tuttu su piglia piglia, un ci reste nente. (Guarda, guarda. Con tutto questo arraffare, non vi resta niente.)
--- E` jutu a cumprare* u casu ppe -r- a festa e mo paganu a ttia ppe t'u cumprare! L'e` juta culata. (E` andato a comprare il cacio per la festa e adesso pagano a te per comprartelo! Gli e` andata a proposito.)
--- Dorma o risbigliati, ma u stare* ntanta viglia. (Dormi o svegliati, ma non sonnecchiare [o meglio: non stare alquando sveglio].) Forse "ntanta viglia" deriva da una locuzione latina tarda: "in aliquandum vighilia", Ing. "somewhat in wakefulness", cioe` tra la veglia e il sonno.
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*Vorrei notare en passant che, come si sa, ogni vocale detta separatamente ha il proprio livello o apice [pitch] di suono, per cui le vocali italiane o longobardesi formano questa scala: "U O A E I" con un piccolo sdoppiamemento della O e della E. Pero`, come ho scritto in un certo studio di musica, in una data locuzione o progressione di suoni di voce, l'apice di una vocale puo` subire un aumento o una diminuzione. Per esempio, nel dire "a cumprare", la U vien detta con il suo apice normale. Invece, quando si dice "ma u stare", vi e` uno sbalzo da A ad U per cui l'U e` aumentata, alzata, in apice. Chi in altri dialetti dice "ma nu stare" non fa lo sbalzo, per cui la U e` detta al suo livello normale. In musica, la notazione di un tono aumentato in apice e` #; nella scrittura del greco, il segno diacritico e` una piccolissima c al disopra della vocale che e` prodotta con uno slancio gutturale di fiato. Il segno diacritico e` chiamato "aspirazione dura" e spesso viene transliterato in alfabeto romano con una H prefissa. [Questa H non ha il significato del fonema inglese WH(o) o del fonema Hu(ge).] L'opposto e` una asprazione liscia o piatta. Le aspirazioni sono scritte sempre dove cade l'accento tonico della parola. (I mutamenti di apice che occorrono nel corso di una progressione di sillabe in una phrase o un verso sono tutt'altra cosa. Ogni locuzione ha le propria aspirazioni, appunto secondo il seguito delle vocali. In "ma u stare" lo slancio avviene nel preparsi a dire "stare". Se si deve dire soltanto "ma u", allora si sta al livello normale. Si dice che alcuni leggono come un libro stampato: leggono parola per parola senza prevedere il suono delle parole che seguono e che dovranno essere proferite.)
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-- Filisdei (= Filistei), vocabolo importato a Longobardi tramite la Chiesa, sia esso stato introdotto in greco (che dubito), in latino (probabilmente), o in italiano (parlato dai predicatori ad un popolo che parlava il longobardese, cioe` una lingua vicina all'italiano). Sappiamo che il vocabolo denota un popolo antico del Levante che fu martorizzato e conquistato dagli invasori, una compagine di ebrei e aramei. Ma gli scrittori della Bibbia fecero di loro degli oppressori del Popolo Santo. (Le storielle sono scritte sempre da coloro che vincono.)
Data la forma longobardese del vocabolo, "filisdei", direi che esso e` un vocabolo da gente che gia` parlava principalmente latino. Gli ascoltatori sentirono qualcosa che somigliava a "fili dei" (= figli di dio), ma questo dio era uno "sdio", analogamente ad un disanimato o un dissimulatore, non un dio vero. Dopo tutto loro erano gente malvagia e senza il dio vero.
Il vocabolo greco e poi latino era stato calcato sul nome ebreo di quella gente malvagia: P'lishtim o Pilishtim, che e` il plurale di Pilisht. Il vocabolo greco sente PH per P (cosa consueta), non puo` trascrivere SH e adopera semplicemente S, e in questo caso esprime il plurale aggiungendo una desinenza plurale invence di convertire -im. Il risultato: Philistinoi; dovrebbe essere PHILISToi. Comunque nessuno sa il significato del vocabolo ebreo e l'accostamento fonetico fatto a "pelesh" non serve a nulla inquanto questo verbo puo` significare: dividere, attraversare, invadere, ecc. A quanto pare nemmeno i greci capivano o capiscono cosa significhi "philistinoi".
C'e` gia` dell'evidenza che i filistini non era gente semitica e che aveva una comunanza con la gente di Creta o di Micene, ma allora il loro nome dovrebbe essere greco. E guarda caso, i filistini [dal greco Phlistinoi o dal latino Philistini] sono stati chiamati Filistei o Filisdei, cioe`si e` adoperato il nome plurale corretto: "Gr. Philistoi: It. Filistei [Filisti]: Long. Filisdei" sebbene le voci italiane e longobardesi abbiano erratamente l'accento tonico sulla penultima lettera. *Philistos o *Philiste^s non ha nulla a che vedere con gli dei. L'attestato vocabolo "Philistos" e` un superlativo poetico (cioe` antichissimo) di "Philos". Quindi "Philistoi" significa "gli amicissimi" o "gli associati". La loro patria, Philistia [P'LeSHeTH in ebreo, PaLuSaTa in egizio, Palastu in Accadico], significa La Terra degli Amicissimi o La Compagnia (o forse La Politeia, a dirla in greco classico). Loro, agricoltori e costruttori, erano stati gli abitanti originali di quella terra usurpata che poi i Romani denominarono con l'aggettivo "paleastina" ovvero Terra Palaestina [Pale`stina, non Palesti`na].
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Quel che rimase (per un paio di secoli) della Philistia o Palestina dopo gli assedi del territorio e lo scisma politico in Regno d'Israele (dei figli di El, israeliti che parlavano aramaico) e Regno di Giuda (dei figli di Yahweh, giudei che parlavano ebreo): "Palestine City-States". (Quei due popoli di pastori e mercanti ridedicarono gli splendidi templi trovati rispettivamente ai propri dei, El e Iave`.)
In recent years, excavations in Israel established that the Philistines had fine pottery, handsome architecture and cosmopolitan tastes. If anything, they were more refined than the shepherds and farmers in the nearby hills, the Israelites, who slandered them in biblical chapter and verse and rendered their name a synonym for boorish, uncultured people. Archaeologists have now found that not only were Philistines cultured, they were also literate when they arrived, presumably from the region of the Aegean Sea, and settled the coast of ancient Palestine around 1200 BCE. At the ruins of a Philistine seaport at Ashkelon in Israel, excavators examined 19 ceramic pieces and determined that their painted inscriptions represent a form of writing. Some of the pots and storage jars were inscribed elsewhere, probably in Cyprus and Crete, and taken to Ashkelon by early settlers. Of special importance, one of the jars was made from local clay, meaning Philistine scribes were presumably at work in their new home. The discovery is reported by two Harvard professors, Frank Moore Cross Jr. and Lawrence E. Stager. In the report, the two researchers said the inscriptions "reveal, for the first time, convincing evidence that the early Philistines of Ashkelon were able to read and write in a non-Semitic language, as yet undeciphered. Perhaps it is not too bold to propose," they wrote, "that the inscription is written in a form of Cypro-Minoan script utilized and modified by the Philistines — in short, that we are dealing with the Old Philistine script." Dr. Cross said the script had some characteristics of Linear A, the writing system used in the Aegean from 1650 BCE to 1450 BCE. This undeciphered script was supplanted by another, Linear B, which was identified with the Minoan civilization of Crete and was finally decoded in the mid-20th century. The two researchers and other scholars said it was not surprising that the Ashkelon inscriptions were in an Aegean type of writing. The biblical Philistines are assumed to have been a group of the mysterious Sea Peoples who probably originated in the Greek islands and migrated to several places on the far eastern shores of the Mediterranean. The locally made storage jar, bearing seven signs, was found several years ago buried under debris of a mudbrick building, which appeared to date to no later than 1000 BCE. After the 10th century, the Philistines borrowed their Israelite neighbors' Old Hebrew script and alphabet then evolving from Phoenician writing. By then, the Philistines and Israelites had been in such close contact that they appeared to have reached some degree of amity, though tradition never forgot Goliath as the bad Philistine.
Source: The New York Times (13 March 2007)
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Gli scritti dei filistei che sono cominciati ad emergere sono pochi e` indecifrati. Si conoscono perloppiu` alcuni dei loro nomi propri, tramandati in ebreo, che non sono nomi semitici. Ad esempio:
--- "Goliath" si accosta a Gr. Kholios (= adirato, sdegnato). (Khule^ = bile; bile, collera.)
--- "Phicol" si accosta a Gr. Phylakion (= guardia; soldato di guardia) o Phylakte^r (= guardiano; difensore, protettore).
-- "Achish" si accosta a Gr. E^khe^eis (= risuonante). (E^khe^ = dorico Akha = suono, rumore, grido.)
-- "Seren" (=? capitano) si accosta a Gr. Sidero(phoros) (= armato di ferro). I filistei avevano armi di ferro, mentre i loro nemici (provenienti da un deserto tra l'Egitto e la Palestina) avevano acquisito armi di bronzo indubbiamente con le rapine fatte in Egitto prima di partire (delle quali c'informa la Bibbia gloriosamente).
-- "Delila" si accosta a Gr. Delear (= esca; allettamento).
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Da Wikipedia: I Filistei
Strutture politiche
Essi fondarono, come ci tramanda la Bibbia almeno cinque città lungo il litorale, sui siti attuali di Ashdod, Ashkelon e Gaza; e furono in conflitto con il popolo israelita, come è raccontato nella Bibbia. Queste città non erano concentrate sotto un unico scettro: infatti erano governate da dei principi che stavano agli ordini di un re. Quindi possiamo dedurre che le città filistee erano dei principati federati.
Quindi il vocabolo "Philistoi" si puo` tradurre in "I Federati." I nomi Philistoi e Philistia sono nome politici, non etnici, e si riferiscono in particolare a quel lembo di terra sulla carta geografica e ai suoi abitanti. Allora "Philistia" equivale a "La Federazione." Non si conoscono nomi etnici, ma un paio di secoli dopo l'800 a.C., Geremia si lamentava: "Il Signore rovinera` i filistei, la rimanenza del paese [patria] di Caphtor."
Assumendo che i filistei venissero d'oltre mare, alcuni commentatori si sono cimentati ad identificare questo paese denominato Caphtor, mentre direi che Caphtor e` quel paese, poi detto Palaestina, del quale rimaneva Filistia (La Federazione).
"CAPHtor" ha varie risonanze nel lessico greco. Proprio in Palestina c'e` una cittadella presso il Mare di Cesarea o Galilea, Cafarnao, che in latino e` detta CAParnaum. (Josephus la scrive in greco: Kapharnaoum.) C'e` un promontorio nell'Eubea che, forse per la sua forma "kaph-" e` chiamato KAPHe^reus. A Longobardi e ad altri paesi della Magna Grecia ci sono dei luoghi chiamati "CAFarone", come ho spiegato tante pagine fa`. Forse KAPHtor vuol dire, in tante parole, "la terra del (mare) basso/depresso [il Mar Morto]" appunto come quando si dice "la terra del (fiume) Indo" o "India". Non e` inverosimile che CaPHToR equivalga a *KaPHaTR-ia (Terra del Depresso) e che un cittadino fosse chiamato Kaphrate^r. (Poi i greci gia` emigrati scissero l'etimo e si ottenne la Phratria, Patra in dorico, per cui il latino "patria" non significa affatto "paese paterno" -- significa genericamente "paese, country, terra abitata da concittadini".)
I have come to the point of having a panoramic view of human (conscious/voluntary) AGENCIES (ways of acting) in the three historical Ages, which, for short, we may call the Divinist(ic) Age, the Heroist(ic) Age and the Humanist(ic) Age.
In the Divinist Age, humans typically perform praeternatural deeds, or act praeternaturally. Acting naturally means physically connecting with or projecting to physical things, with impetus [drive, force], so that a physical effect is produced. In praeternatural acting, no force is applied on physical things.
Looking at a physical (tangible) object involves a physical connection, but it does not produce an effect on it, as there is no impetus in the looking. (It is the object that is the driving force of the connection, as it emits or reflects electromagnetic waves. Looking, or becoming attentive to, is not a transitive act. A praeternatural act is an intransitive act that is conceived or believed to be transitive. For instance, in ancient times and in Plato's dialogues, the seeing eyes were thought to be emitting some kind of rays [like the sun's "rays" they observed in the clouds] so that the eyes established a contact with the thing that is seen. As seeing was supposed to be a transitive action, looking at someone in a certain way was imagined to be productive of adverse effects. However, if one was under the influence of the evil eye, he had no medical antidote and was likely to go to a magician for a cure. The magician performed some praeternatural act, that is, physically intransive act, that was supposed to be able to remove the patient's physical malaise.
To be sure, this magician's act was a transitive act, for he or she uttered, emitted, words which are heard. The atterances physically affect someone else. However, the magician's efficacy was believed to be due to what he said. A magician orders -- by words and the tone of his voice -- the illness to go away. Implicitly there is a personification of the illness so that it is treated in the same way that a person treats another. In other cases of human sickness or of plant plight or of animal sickness, the cause of the malaise is deemed to be an evil spirit that moved into the sick body. So, once again, the magician performs a verbal scongiuro [order to dissociate] or exorcism in order to expel the evil spirit. Jesus verbally ordered evil spirits to get out of a person and even send them into a herd of pigs [in the land where eating pork is forbidden], which caused the pigs to commit suicide. In some countries, after the harvest, some farmers performed a verbal purification ceremony, an anticipatory scongiuro, which involved cursing the spirits and scaring them with words and threatening gestures. Sometimes a magician summoned a spirit to appear, but he drew a circle around himself in order to prevent the spirit from entering his body. Of course the circle was itself a symbolic or metaphorical barrier, since a physical barrier is no obstacle for a spirit.
I have always thought and spoken of the "personification" that humans used to make of things, whether the archaic gods or the corporeal things on earth. But in so thinking, I was assuming that human bodies are different in nature from other bodies: a human body perceives, understands, speaks, and acts either on his own intentions or in response to requests, commands, cajolings, and so forth. The distinctive nature of man is obvious to us in the Humanistic Age and has even been reified as the "psyche". On the other hand, a human of the Divinistic Age did not differentiate the human nature from the canine nature or the lithic nature. They, or infants for that matter, knew differences of shape, size, weight, and mobility -- all perceptual qualities -- but the differences in these qualities did not imply for them (did not make them understand) that certain bodies can hear and others don't, can speak and other don't, can respond to implorations, requests, commands, and so forth. The intellectual differentiations that we make were not made by primitive man. Thus, the performance of word-magic is bases not on personifications they made, but on their not making intellectual distinctions between the natures of things. What they understood about "man" (human nature in a community of humans interactive in their family and tribe) was also the understanding of other things. For instance, as a mother provides milk, so the Sky provides rain. When Ulysses' ship is being tossed and destroyed by the Sea, the Sea is attacking Ulysses. (The knowledge is of interrelated individuals, not of the occult constitution of individuals.) The Sky and the Sea are subjects of actions, persons (in our language) who act in relation to other persons. To divorce the emission of rain from a providential act, or the great quivering of the waters from a punishing act is to make an intellectual leap that results into a "loving or hating action" on the one hand, and a "physical actvity" on the other. The Sky and the Sea had been unwittingly humanized and now they are dishumanized: they have lost what is the distinctive nature of humans. Word-magic is performed only when all things are man-like in nature, anthropomorphic. {When we say that a human being takes on a different nature, we find the hypostasis a contradiction, because we think of a nature as a substance rather than as the known character of a substance. By the same token, we find it irrational to suppose that man is the synthesis of a body and a non-bodily psyche, since "psyche" is conceived as a substance rather than the sum of a body's faculties which are apprehended from within rather than from without [by means of the sense organs], and since "body" is usually conceived as insensitive or unconscious matter. The substantives of our language reflect the way the ancients interpreted or integrated their experiences. Indeed Kant came to see "substance" as a category of the Understanding; that is, we necessarily think of the experiences we have of an individual in terms of a substance, even though substance is not something experienced. Well, it is our "substantializations" of experiences that lead us to a false, not a true, knowledge of things, for now we can see beyond the substances the primitive mind invented.}
It is obvious that word-magic is not simply speaking to someone (or to a man-like thing) or saying something. What the speaking magician does is to request or to command or to chide, or to threaten, etc. -- which are done verbally and by tone-of-voice. This is "aggressive" or "invehing, goading, prodding" speaking, not declarative or exclamative speaking. It does not cause any "said, named" effect, as no physical effect is attained; it is an inducing verbal action. People use inducing speaking on people in any historical Age, but in the Humanistic Age, inducive speaking may be not so much aggressive as cajoling, persuading, and the like. In this case, emphasis is placed on what is being SAID, for it is the conceptual discourse that goads people into taking a course or action that the magician/rhetorician desires. (Forensic speaking is usually deceptive (sophistic, not philosophical), for the rhetorician must formulate his speech in a way that a course of action be desirable to the listener rather than seem to be desired by the speaker. The presented arguments are geared to this purpose rather than made logical and epistemically sound. / It was the Athenian philosophers that distinguished between ophistry and philosophy in their Political/Civic Philosophy, which includes Rhetoric.)
Now, for example, the Sky can be addressed in two ways: by inductive verbal action and by offering gifts along with the request for it to rain. In a more crass way, a trade is made, such as the sacrifice of an animal in exchange for rain, or a semi-castration in exchage for protection from enemies, for in the Heroist Age, the Sky became a fulminating lord and can actually be taken into battle on a horse or a carried container. [This is the "horse" of certain coded writings which led me to detecively discover the whereabout of the Ark of the Covenant -- as you can read in my other xanga weblog. But no one has yet made the suggested excavation under the Calvary in Rennes-le-Chateau, in former Templar country. Excavation in that town is forbidden.] In the case of sacrifices and trades, the actions can be called "liturgical" (rather than magical); they and adorations and praisings are liturgies, "religious rites."
Verbal Magic is parallelled by Silent Magic, of which we have seen one great example, the Eleusinian or Demetric Mysteries, and I have mentioned its parallel, the Dionysiac Mysteries (which inclides the omophagia etc.) Of course, silence is not an action nor that whereby a supposedly real event occurs. The nature of either Kore or Dionysus is taken on by re-eacting the salient occurrences in the life of either deity (immortal being). The communion of either the bread (body) or the blood/life (wine) marks the beginning, conception/birth, of the new deity by means of the assimilation of the old deity. Understandably, the realistic death of Kore or Dionysys is not re-enacted literally; it is acted out, as it is done in the theater. Yet, the very motions that resemble the real events are supposed to be effective. One becomes what he does; here we are in the world of visual images anyway, and death is but the observable immobility and inactivity of a human body in the world. (That's why death was said to be like sleep.) This kind of death can surely be re-enacted. Thus one really becomes an Other Kore or an Other Dionysys, who, like them, shall be born again... or wake up, in the real world. (Once I said that I resurrect every morning, though no one knows how often.)
Silent magic, which induces occurrences in oneself by re-eanctment, can also induce occurrences in others by showing activities to them. Instead of speaking aggressively to another, one exposes a deed or a picture to another. This is an attempt to induce others to imitate what is being exposed. So, both kinds of silent magic can be called "sympathetic magic." It is one thing to tell or ask the Sky to rain, it is another to offer the Sky something in exchange for rain, and it is still another to prod the Sky to rain by showing him what to do. So, people who have some special magic power can go outside a temple to urinate while looking up to heaven and pointing to the emission of water. On the other hand, since the Sky's rain fecundates the Earth thus making plants grow, a male magician may show the sky another process of fluid-emission fecundation, namely copulation with a female. This has been improperly called temple prostitution, for the copulation has to be profane, outside the temple, and the female does not prostitute herself; she impersonates the Earth and is thus sacred. The copulation in question is a Sacred Marriage, Hieros Gamos. The mystics in the process of re-eacting the life of Kore, like actors in general, IMPERSONATE Kore. So, while trying to induce the Sky to rain, the partners of the sacred marriage re-enact the "marriage" of Ouranos and Gaia by these or other names, and mystically or praeternaturally become Sky and Earth, the great Immortals.
Now, let us go back to Verbal Magic, for what I discussed earlier was only healing and preventive magical speakings, scongiuri (commands to dissociate, exorcisms). There can be commanding or imposing speakings for the opposite purpose, for binding (tying, conjoining), intended for positive effects, for inflicting pain, changes, malaises, diasters, or other destructive influences. Hence "binding spells" or "charms" (incantations) [Long.: "jettature", "majie;" It.:incantesimi, fatture, wherefore a "fattucchiere" or "fattucchiera" is the magician or sorcerer, the maker of spells.] In a while I will be reposting an article about Sardinian spells, which gave me the occasion to mention some Greek words which have to do with offensive verbal magic.
A man of the Humanistic Age performs natural/physical acts that produce physical effects, necessarily by means of physical connection or by the propulsion of a physical thing. (An effect may be indirect or by transduction, as by means of a machine or a servo-mechanism, or by operating a wave-producing mechanism, but the machines and mechanisms in question are directly affected physically by a human.) The man of this Age is the Homo Faber (Making/Constructive Man), who causes effects in the physical world. {I operate = Gr. Prasso^ or Pratto^. I make or produce or directly cause = Gr. Poieo^. So, if we wish to be pedants, we can speak of the Pragmatics and the Poetics of Homo Faber -- or humanistic agency. There! But humanistic agency includes also excogitation, an immanent activity. Shall we add Phronetics? Of course! A human maker or operator or doer or caretaker/cultivator is named REKTE^R (or is said to be Rekte^s) in Greek, which covers just about all the different kinds of his actions and is translatable as "Man the Worker" or "Man the Producer."}
Magical induction is one type of agency, causing is another. The types of actions that are typically performed in the Heroist Age are physically causative of destruction (by killing and vandalizing) and socially inductive, as productive people are induced to make or do things by the threat of force. (This means that in a pure Age of Men, there are no "heroes". Most humans in a Heroist Age operate either as humanists or as divinists [performers of rituals], while the minority consists of greedy destructive/oppressive lords, properly called barbarians.)
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I have already dealt with the etymologies of the Longobardese "majia" and "jettatura." The Italian "fattura is a hard nut to crack. I am not at all satisfied with given etymologies, which derive the term from "fatt-" or "fact-", from the Latin verb "facere" (= to make or do). A magic spell is not a making or doing; it it a speaking of some sort, a speaking that "enchants." Thus, it is synonymous with "incantesimo" (= an enchantment or an enchanting, a charm), but the latter word does not connote or suggest how the enchanting is done.
The ending of "fattura" is the same as in "scrittura" (scriptURE), namely "writing" as a noun. So "fattura is the verbal noun of the verb "fatt-" which has the meaning of "saying" or "motto" or "dicitura" -- a term that is attested in some dialects with the meaning of "inscription" or "the way in which it is said." Obviously "fatt-" is not from the Latin verb "dicere." I find that it is from the Greek verb for "to say":
It. Fatt- < Gr. Phatos (the verbal adjective) or Phasis (the verbal noun of Phe^mi = To Say), which means "(a) saying; motto; sentence." So, FATT-ura = PHAT-ura = a speaking or sentence... which is projected to subject someone; the sentence specifies the kind of harm that the person must suffer. A Fattura = a Spell, which is a verbal Jettatura (missile).
Long. Majia (= It. Magia; Gr. Maghia/Magheia) is used in the sense of a magic action or of an object that has magic virtues, not as "the magic art". Thus it can mean a Jinx, a curse or a judgement "pinned" on a person that foreshadows bad things for him. The English word Jinx < Gr. Iygx, a certain bird, the Wryneck or Torcicollo or Torqilla that was believed to bring bad luck.
Actually the Iygx [pronounced 'younks' or 'yinks'] was used for fortune telling. It seems that it was tied to a small wheel and made to spin around fortune formulations. [That was the fortune-wheel."] Once I saw that a fortune-teller carried a parrot in a cage and, in the ancient Roman way, the bird was asked to pick any of the tickets from a file. The writing on the ticket stated the customer's luck or bad luck in his future.
The art of divination, which is not a magic art, in ancient times had many methods. One is "reading tea leaves," which belongs to the sphere of geomantics (throwing small sticks and interpreting the resulting configurations of the sticks). Another used to be the interpreting natural signs, such as the shape of a flight of birds, done by an haruspex in Etruria; another was the occult consultation of a god, done by a sibyl. In Magna Graecia there was the great oracle of Cuma [Kyme^], and the Cuman Sibyl, along the Delphic and two other Greek Sibyls, was painted by Michelangelo on the ceiling of the Sistine Chapel in the Vatican [the place of the Vates or Soothsayer]. In the Humanist Age, the methods to acquire new knowledge and foreknowledge are called methods of scientific investigation, Galileo's to begin with; they exclude taking somebody else's word or opinion, as he himself stated. Once again, Vico has expounded on the different ways of getting knowledge in the different historical Ages.
History, says Vico, is the history of the modifications of the mind in the course of time.
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Some other longobardese terms pertaining to the firld of magic: on p. 77
Vangeli, rituale e tradizione stanno infatti alla base di questo momento del ciclo dell'anno così solenne e così grave di significato. Da "La città del sole" di Francesco Alziator
...Vangeli, rituale e tradizione stanno infatti alla base di questo momento del ciclo dell'anno così solenne e così grave di significato. Il rituale domina sin dalla cerimonia del mercoledì delle ceneri (mercuris de cinixius), che ha nella chiesa il suo unico centro e svolgimento. La drammatica interpretazione popolare dei Vangeli, concepita originalmente, con spirito e fantasia medioevale, è alla base delle processioni e le millenarie tradizioni del culto di Adone si rinnovano, con pietà cristiana, nei nenniris (giardini di Adone) che fioriscono sul sepolcro del Salvatore...
...Abbiamo, d'altra parte, numerose testimonianze di drammatica religiosa che confermano una tradizione letteraria in questo senso; ma ciò che è più interessante al riguardo è il fatto che possa trattarsi non di una tradizione che discenda dalla letteratura aulica, ma di una tradizione che dal popolo abbia invece raggiunto quella con moto ascendente.
Attualmente le processioni sono: quella che parte, il venerdì avanti la Settimana santa, dall'Oratorio dell'Arciconfraternita del Santissimo Crocefisso, in piazza San Giacomo e, traversando le più antiche vie del quartiere di Villanova e Stampace, sosta nelle chiese di San Mauro, Sant'Anna, San Michele, San Domenico e San Giacomo per la predicazione dei momenti culminanti della Passione di Gesù.
Nel giorno di martedì santo esce quella organizzata dai confratelli della Confraternita degli Artisti che, partendo dalla chiesa di San Michele, raggiunge la Cattedrale, quindi la chiesa delle Cappuccine, successivamente quelle di San Giacomo, di Santa Rosalia, del Santo Sepolcro e di Sant'Anna, per la rievocazione della Via Crucis, ed infine rientra nella chiesa di San Michele.
Terza processione è quella della Confraternita della Solitudine che, dalla chiesa di San Giovanni, porta in Duomo un grande, ligneo Crocefisso.
Il Giovedì Santo culmina nella visita dei Sepolcri. In questo giorno le campane tacciono in segno di lutto per la morte di Gesù ed il popolo afferma che: «si accapiant is campanas», cioè che si legano le campane. In luogo delle campane si usano le matraccas. Con questa parola si indicano le cosiddette raganelle, cioè le tabelle di legno usate dovunque nel mondo cattolico per sostituire, nei segnali rituali, le campane durante i tre giorni del lutto della Chiesa.
Connessi ai monumentus sono i nenniris. Sono questi la stupefacente presenza di un avanzo di culto di Adone. La voce nenneru, che secondo il Wagner potrebbe essere di etimologia preromana, indica gli steli di cereali, di grano soprattutto, che vengono fatti germogliare all'oscuro e che, privi quindi della funzione clorofilliana, crescono pallidi ed esili.
Se l'ipotesi dell'etimologia preromana prospettata dal Wagner fosse vera, essa potrebbe avvalorare una seriorità della tradizione sarda, ricollegabile al clima semitico della Sardegna cartaginese o forse anche ad un più antico ciclo agrario. Ad un substrato assai remoto si collegano anche gli allichirongius de Pasca, le eccezionali ripuliture e rassettature che ogni famiglia fa in vista della Pasqua, specialmente caratterizzate dalla imbiancatura delle pareti delle cucine, nei quartieri popolari. Esse sono un non equivoco sussistere di avanzi di riti di eliminazione e di purificazione, connessi un tempo col risveglio del ciclo vegetativo.
La Settimana Santa cagliaritana si conclude dopo il festoso riprendere dello scampanio che, avanti le innovazioni del rituale decretate dal Pontefice il 16 novembre 1955, aveva luogo nel mattino del Sabato santo, con la processione detta dell'Incontro...
...Anche sulla Pasqua, la liturgia, operando in senso unificante, ha limitato di molto i fatti del folklore; tuttavia è sempre possibile, per lo studioso, individuare, nell'apparente unità, i motivi di origine popolare.
Il ricordo dei riti sacrificali è legato all'espressione popolare «s'arrisu de is angionis de Pasca», alla quale si ricollegano, probabilmente, anche più remoti contatti con il sacrificio umano. Fa parte della liturgia l’angiamò o mangiamò. Il misterioso appellativo indica il sacerdote che benedice le case. Secondo l'etimologia popolare cagliaritana, mangiamò significherebbe mangia dimonius, etimologia quanto mai speciosa, poiché contiene, fra l'altro, una parola come «mangia», che non è del vernacolo campidanese, che tuttavia registra parole derivate da un radicale mang, come mangeria e mangiuccu. È perciò probabile che la forma originale sia proprio angiamò, per quanto la forma più diffusa, probabilmente proprio per l'attrazione esercitata dalla presunta etimologia, sia mangiamò.
Una strofetta popolare cagliaritana dice:
« Angiamò, chilissò, chifané
un anguli a su piccioccu
tres arrialis a sa carcira ».
(Angiamò, chilissò, chifané, una focaccia al ragazzo e tre reali al secchiello).
Val proprio la pena di esaminare con attenzione questa strofetta che trova riscontro nella seguente di area iglesiente:
Mangiamò, chilissò
unu soddu a sa pingiara
un arriali a su piccioccu
(Mangiamo, chilissò, un soldo alla pentola, un reale al ragazzo).
Mangiamò, chilissò e chifané potrebbero far pensare ad onomatopee e a parole infantili, ma il Wagner pone l'interrogativo se esse non siano reminiscenze bizantine, e noi propendiamo per il sì, con tutta la prudenza che una simile ipotesi comporta, perché mangiamò e chilissò si ritrovano su aree diverse e poco in contatto tra loro, la qual cosa potrebbe deporre a favore di parole bizantine, mantenute per fatto conservativo. La parola chifané, poi, ha tutta l'aria di essere, pur attraverso lo sfiguramento popolare, un chiaro vocabolo bizantino connesso in qualche modo con il greco...
...L'anguli da regalare al chierichetto della strofetta cagliaritana riporta ad angui, parola dell'arabo maghrebino ed indica il tipico pane dolce della Pasqua nei Campidani, fatto a giro di bitta o ad otto, sul quale son inseriti un uovo o un paio d'uova. Il Wagner ritiene che anguli sia parola importata in Sardegna dai Tabarchini di Carloforte o dai Sardi residenti in Tunisia. Non è però del tutto da escludere che anguli possa riportare ad un più antico strato bizantino al quale avrebbe potuto attingere anche l'arabo. Forse una ricerca orientata in questo senso potrebbe portare ad importanti risultati, sia in campo folkloristico sia in campo linguistico...
Credo che queste strofette ci rammentino di antichissimi scongiuri, o siano parodie di scongiuri, che si riallacciano ai sardi provenienti da Sardis in Anatolia. (Degli studi sono stati gia` fatti sull'anteriore cultura greca in Sardegna e la cultura posteriore in Toscana. Cf. Massimo Pittau: La Lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi.)
I vocaboli Angiamo`, Mangiamo`, Chilisso`, e Chifane` dovranno essere esaminati in vista di queste voci greche:
Aghiazo^ = sacrifico, consacro; offro un sacrifizio.
{Early modern metaphysical painting, which has different styles, is exemplified by De Chirico's "Solitude of a Street" and "Disquieting Muse," Dali`'s "The Persitance of M emory" and "The Last Supper," and Picasso's Minotaur works.}
Ci sono gli adagianti (acquienti) e poi gli altri, gl'inquietanti (le povere anime, i deformi, i terroni). There are the pacifying (the quieting) and then the others, the disquieting (the lowly).
Nel 1982, costumista e aiuto-regista al Teatro Bellini di Catania. Pittore dal 1986.
Dal 1990 al 2000 mi sono impegnato soprattutto nella ricerca nel campo delle arti visive, con soggiorni di studio negli Stati Uniti. La mia pittura si colloca nella più recente ricerca (Medialismo) tesa ad annullare le distanze tra i vari media (fotografia, pittura, video, ecc.)
Nel gennaio del 2000 il mio primo cortometraggio, "The Fable", viene selezionato al festival "AnteprimaAnnozero" di Bellaria dello stesso anno, successivamente acquistato da RAI 3 e programmato nel palinsesto di Fuori Orario.
Nel 2002 realizzo il primo mediometraggio, "Astrolìte" - in collaborazione con Carlo M. Schirinzi e interpretato da Enrico Grezzi - che viene selezionato alla 20° edizione del Torino Film Festival.
Con "La Camera Chiara" e "WARH" riprendo il lavoro, avviato con "The Fable", di integrare arte, fotografia e video, avvalendomi della tecnica del morphing.
Mi piacciono i metafisici come Holbein il giovane o Masolino da Panicale, i concettuali come Paolo Uccello o Leonardo, la incantata durezza di Dürer, di Lukas Cranach padre e dei Fiamminghi, piuttosto che il teatro di Michelangelo. Il mistero contro la compiaciuta sapienza, la mano contratta e esitante di chi in ogni linea, in ogni punto cerca una rivelazione piuttosto che quella gioconda e sportiva dei virtuosi. ...Sono miope per libera scelta
Le immagini qui esposte appartengono a tre serie di lavori - più estesamente visionabili sul mio sito web - due fanno parte di un installazione del Trevi Flash Art Museum e sono disegni a matita su carta della serie Innocenti .
I lavori delle serie intitolate Freaks e Meridionali sono invece pitture ad aerografo su tela.
INNOCENTI
Senza Titolo (particolare)
Installazione Flash Art Museum (Trevi) 1997
cm.45x30 (collezione privata)
INNOCENTI
Senza Titolo (particolare)
Installazione Flash Art Museum (Trevi)
1997
cm.45x30
(collezione privata)
FREAKS
Pete Robinson
1997
cm. 130x66
FREAKS
Francisco (Frank) Lentini
1997
cm. 100x68
FREAKS
Il generale Tom Thumb e Lavinia Warren sposi
1997
cm. 100x65
MERIDIONALI
Chianchier'
1999
cm. 120x90
(courtesy Studio Vigato, Alessandria)
MERIDIONALI
Br'hantiegghj'
1998
cm.120x90 (courtesy Studio Vigato, Alessandria)
MERIDIONALI
Stammo tutt' bbuono
1999
cm. 115x140 (courtesy Studio Vigato, Alessandria)
MERIDIONALI
Hallò Marì
1999
cm. 130x170 (collezione privata)
MELITA ROTONDO (Napoli, 1950) (ambientalist)
Melita Rotondo La verità è sempre un'altra, Castel Sant'Elmo 2007
Melita Rotondo La verità è sempre un'altra, Castel Sant'Elmo 2007
Melita Rotondo La verità è sempre un'altra, Castel Sant'Elmo 2007
GIUSEPPE D'ELIA(Brindisi, 1946)
[metamorphosizing painter]
COSIMO LAMANNA(Bari) [realist/metaphorizing and abstracting painter]
NATURAL AND PRAETERNATURAL DEEDS IN THE AGE OF MYTH
I have had occasions to mention Vico's courses and recourses of human history. In terms of the protagonists who define an Age, a course has three Ages or cumulative phases, called the Age of the [believed in] Gods, the Age of the Heroes [Warlords], and the Age of Men [or of Reason].
A feature of any age is language [speaking forth; saying; thinking], but language varies in nature in the three Ages, and Vico has extensively dealt with the differences. Presently I wish to deal, albeit briefly, with one aspect of language in the Age of the Gods, which is also the Age of Mythmaking [Mythopoeisis].
I find that in that Age humans performed (and conceived) deeds which we may call Natural and Praeternatural. The deeds were named. So, the words (verbs, verbal nouns, etc.) express in their meaning how their deeds were conceived. The names of natural deeds can be called sensual [or exoteric]; the names of praeternatural deeds can be called esoteric [or interior].
For example, if I cut off a man's finger, "cutting off" names the deed which can be seen; hence, the name is sensual. If I punish a man by removing a finger of his, the "finger-removal (or finger off-cutting) punishment" cannot be seen; punishing can only be thought and hence this name is esoteric. If I am a surgeon and amputate his finger in order to prevent some lethal infection, I am anticipatingly curing him. Health and its opposite are thought, conceived, or understood; the names are not of something I can see or hear or touch, as Plato understood for the first time in history. If I "amputatingly heal," I am doing something which is not sensual. (To note that, given the success of the health-keeping deed, the amputator is likely to think that the deed, the hand-activity, he performed was itself "healing" in nature rather than, say, "thirst-quenching" or "warming". The punisher is likely to think that his operating hand physically performed a punishing act. What he really performed was simply the cutting off of a finger.)
So, actually in any Age of history we perform natural and praeternatural deeds, or have names which are either sensual or esoteric. What I intended to mention is actually a set of praeternatural deeds which are performed typically in, but were not recognized as such, in the Age of the Gods. But, to begin with, I have to state that "god" [deus, theos, gott, etc.] is an esoteric name. This abstract word was formed after the first phase of the gods and gods' names. For example, the thundering or raining sky was and active super-human power, which operates time and again, and patently affects men. Being huge, immensely powerful and affective, and everlasting or everrecurring, it can be categorized and genericalled called a god (after its original proper name of "Zeus" or something else). The archaic gods were perceptible and had proper names, but then, by some schizophrenic process of the human mind, the power of the powers in question was supposed to be inside or over the perceptible things that used to be called gods: the "Raining Sky" is a sensual name; the "power to produce rain" is an esoteric name, for there is nothing perceived as causing the perceptible rain. "The architect of the world" is an esoteric name, since no one is witnessing or has witnessed an architect of the world at work. (The concept of Power or Cause arose when men became aware of themSELVES being the agents of effects in the world. This means that humans apprehended the gods before they apprehended themselves. The Age of the Gods [Theoi] actually begins with this self-apprehension, which is verbalized and is the basis for anthropomorphizing the gods. The archaic gods were nicely called Numina in Latin, rather than Dii, or at least we should use "numen" for an archaic, perceptible, god.)
Words like Punishing, Rewarding, Thieving, Healing, Murdering, and Speaking denote a physical act and a value [moral, legal, esthetic, emotional, utilitarian, hedonistic, semantic, or other]. As Axia = value, and those words are implicitly or esoterically value-bearing, they can be called AXIPHORIC WORDS. (On the other hand, a theophoric word explicitly bears the word "god" or the name of a god (in any language), like "Theophilos," "Philotheos [or: Amedeo]," "Gottlieb," "Diogenes," MichaEl," "ImmanuEl," "Jesus" (Iesous), "EliJah," "Janus," "Iapetos," "Theodore," "theogonia," and "theophoric.")
There is a long array of theophoric words which have to do with god-related activities or divine states of affairs. For example:
(1)
--- Theogonia = genealogy of the gods (who, though invisible or incorporeal, are thought of anthropomorfically, that is, as marrying and generating).
--- Theokluteo^ = I invoke a god (begging him or cursing him). The invocation is exactly like one made to another man, but as the invoked god has no ears, it is actually made esoterically (to the divine eidolon/simulacrum within one's mind). [A human individual exists in me as an invisible "simulcrum" of that person. It can arouse feelings or emotions, can be menacing or affable, can supply ideas and information, and sometimes may even start saying new things. In unusual cases, even an imaginary person may take on a visible form and move about one's habitat or be a night incubus or succubus. "Phantasiosis" is the powerful forming of eidetic entities and worlds within the human mind, and the inventor in art-works, whereas Aristotle's "Nous Poietikos" is the conceiver, arteficer of ideas, and probing Intellect." The faculties of the trinitarian mind are, roughly speaking: Phantasiosis or Creativity, Nous Poitikos, and Pathos or Feeling and Affective Urge, whether concupiscible or irascible. What emerges persists as Memory.]
--- Theopoleo^ = I perform the priestly functions or the sacred rites (such as offering a victim, which is then actually eaten by the attenders of the rite).
--- Theopropeo^ = I prophesy (deliver a divine message, a message from a god who has no mouth to utter anything).
--- Theophania [hiera] = feast (at springtime in Delphi) of the appearence of a god, Apollo. He actually does not show up, but in the Roman calendar, the Month of April [aprilis] is the month of Apollo, as I discovered quite a while ago upon considering the Etruscan name of that god, Apuru. [Apuru + the Latin adjectival ending -ilis = apuruilis, which, with a contraction, = aprilis.] And why is that month called the month of Apollo? Because "apur-/apul-" -- discussed earlier -- derives from a verb which means "to sprout or germinate." April is the month of budding, blooming, and the like, including the germination of grains. And that's why Apollo was a chthonic deity/force before he became an Olympian solar one and a Parnassian one as the "leader/goader" of the muses to generate or inspire beautiful things. / "Germinating" is a sensual name; "a non-physical force that causes germination" (namely Apollo) is an esoteric name.
In connection with the Eleusinian and Pompeian Mysteries (Rites), I mentioned here and there that the first step or activity of a mystic is purification (Kathasmos), and that there follows a consecration of bread (by an accomplished mystic) and communion, the suckling by a divine or a consecrated mother, a sacred marriage with Dionysus (Hieros Gamos), the intervention of divine Nemesis for a transgression, an abduction by a god, and the marriage (Theogamia) with Aidoneus. (These can be called the seven degrees or steps of the initiation process or "mystical tranformation of a young lady into a [divine, immortal] Kore".) PURIFY, PURIFICATION, CONSECRATE, CONSECRATION, SACRED, are some of the terms that I like to look into. That means turning to Greek words (which may have a translated equivalent in other Western languages, which are indigenously hardly articulate). I already see that those seven deeds or acts are praeternatural, that is, "INTENTIONAL [mental] and believed to be EFFICACIOUS [effective] in the natural world of humans, animals, vegetables, and things." The verbalization of preternatural deeds constitutes mythic language.
[2]
--- In the critique of the Grotta Caruso as a nymphaeum, I mentioned that the only descent one could make there is in the stream-fed basin or tub for washing oneself. The washing (It. Lavaggio) is = Gr. Plusis. It comes from the verb Pluno^ (= I wash [especially dirty clothes]; I rinse). The basin or vat for washing = Plunos. Now, I used a verb which bespeaks of an activity performed in the world, wherefore the name of this activity or deed is natural, rather than praeternatural. But is it? Strictly speaking, the deed that is performed achieved the removal of particles or stains; the concept of washing or, generally, cleaning, contains an interpretation of those particles or stains as "dirt" (something unpleasant and unwanted). Similarly, if I hold a man by his feet and shake him, I clean him of the money he has in his pockets, money being understood as something valuable and wanted. In the latter case, the proper verb is "I rob" and Robbing, like Washing, is not a simple act of physical removal. One can see the physical removal but it, as such, is not a robbery. Cleanliness, health, and nefariouness are not perceptibles. Hence, strictly speaking, the deed of Washing is not something that is apprehended by the senses. (We have few verbs and many verbal phrases that simply name natural deeds/acts.)
"Washing" comes very close to being a sensual name, whereas "Robbing" is decisively an esoteric name. "Plunein" (To Wash) is occasionally used metaphorically as in the sentence, "I am going to wash his head [his mind]." The washing of one's mind is not done with water, but with words, but the verb preserves its basic meaning of "removing undesirable particles or other things." However, the removal is not a physical removal; therefore, the performance of a metaphorical washing is certainly a perfect praeternatural deed. It is a PURIFICATION.
[3]
--- In speaking of Demeter who bathed in a river, I mentioned that she was called Demeter Lousia [pronounced "luhsia"] (the Bathing Demeter). Here the verb used was Louo^ (= I wash, I purge, I bathe, I purify). (A related word: Ablution, aspersion.) Loutro`n = a washing, a bath, or a Baptism. A room or house for bathing = Loutro^n. Therefore, the Grotta Caruso can be called a Loutro^n (for women), even if it is also a Iatreion. Perhaps the Locrian mystic-aspirants started out with a purification in the Iatreion and then proceeded on a "sacred road" to the Persephoneion invoking Jakkhos to rain, just as their counterparts did when they went from Athens to Eleusis.
Washing, bathing, purging, and cleansing are cleaning activities, which involve the removal of unwanted particles. As the particles are physical, the names of any of those activities are virtually sensual. But when "louo^" means "I purify" or the like, here we are talking about the "removal" of non-perceptible things, such as a character fault or sin (which as a child I heard defined as "a stain [or blot] in oneself" -- something which bewildered me and I never forgot, for what on earth is a stain that is not a visible stain?) A person who goes about stealing things can be characterized as a thieving person, but if thieving be a bad quality or a "fault", what can wash the fault away, what can purify him? The answer is: a praeternatural act. To this effect, washing in water, being forgiven (by a victim or by a god) in words, expiating for a wrong done ["paying" or compensating for what was committed], or offering sacrifices (immolating a living thing) to gods, are deeds which are believed to wipe out the bad qualities which a man acquired by wrongful actions. As [supposedly] efficacious in removing the bad charater-qualities, all of those deeds and the like are praeternatural deeds. In one word, "to purify" or "to metaphorically wash away" is to restore a person to a pristine condition of righteousness (" jous-titia," "being Yoh/Yuh/Yah"). [Yah, the Raining Sky, is the primary washer and purifier.] So, in the Ages of the Gods, there is the myth that humans and gods are capable of purifying persons, that there is the possibility of purification. In an Age of Men, Oedipus discovers the fault in his being and lives in horror; Macbeth realizes that even all the waters of the ocean cannot wash away the blood from his hands. There is no such a thing as a natural (real)purification for them. (For the Christian Baptism or Purification, see p. 102. It washes away the original sin but not the real-world consequences of that sin, namely death, disease, toiling, and child-bearing suffering. It does not restore the lost paradise. Ah! The actuality of those undesirable conditions was accounted for or explained by the human sin! The explanation was false -- in a world of men who had no conception of truth. Truthfulness/Verum, Beauty, and Justice are Greek inventions of the Age of Men. Anyway, in the Christian Era, the Greeks forgot even how to reason about causes with the conditional syllogism.)
[4]
--- Kathairo^ [= Katharizo^] = I purge, deterge, clean; in an extended sense or metaphorically: = I purify; I expiate [I suffer for a fault committed, thereby purging myself]. --- Katharmo`s = purgation, purification; expiation. --- Katharmon daimonos thesthai = to propitiate or placate a deity. --- Katharos [= Latin Castus] = chaste, pure, clean. --- Katharmo`s = (also) purification (as the lowest step of the initiation into the Eleusinian Mysteries, whereby one becomes chaste). [In the Christian religion, there is the confession of one's sins, which are absolved, washed away by so saying on the priest's part. Just as the priest, a minister of God, makes things disappear, the Elohim or Gods of Genesis-1 made things appear by saying so: "Fiat Lux"/"Light Be!" and light appeared. That's pure magic.] (In the Age of the Gods or in the World of Dreams, things can appear out of nowhere and disappear into nowhere. Coming-into-being and annihilation are supplanted by the "World of Chronos (Time)"-Becoming that Anaximander and Heraclitus spoke of, while Parmenides showed that it is impossible for there to be a being's beginning out of, or an end into, nothing.) --- Katharsis = purgation, purification; expiation.
[5]
--- Agios [Aghios] = holy, pure, sacred. --- Agiazo^ = I make or render someone or something: holy (pious, upright, divine-like), hence I sanctify; pure (uncontaminated, righteous, pristine), hence I purify; sacred (to be held in awe, not handleable or usable, infused with divine effusions or grace), hence I consecrate; and: I offer something [holy, pure, or sacred] in sacrifice. --- Agiasmos = sanctification, purification, consecration [= sanctification]. --- Agiasma [-atos] = a sacred thing; a sanctuary. --- Agizo^ = I consecrate, dedicate, sacrify, immolate. --- Agisteia = sacred [holy] rite, ceremony, mystery. --- Agisteuo^ = I practice a divine cult.
[6]
--- Iero`s / Hiero`s = sacred, holy; consecrated to a god; "divine." [All the IER- words should have an initial H, an aspiration, in the transliteration.] --- Iereuo^ [= ireuo^] = I immolate, I offer a sacrifice (to a god); I slaughter (an animal for a solemn banquet). --- Ieron [= iereion] = victim; sacrifice. Iereus [= ireus] = Lat. Sacerdos = priest, sacrificer. Feminine: Ierea (Iereia, Iere^). [Thus, with anything ieros, sacred, sacerdotal [ieratikos], etc., we are in the realm of religion and religious cult, not of Mysteries or Sacred Rites.] Ierourgia (= irougia) = the sacrifice, the religious cult. (The cult did not consist of a priestly homily or of a person's adoring prostration before a god. Aromatic sacrifices were offered, but sometimes, as Empedocles points out, singing was done to the gods, or beautiful things were offered, in order to seduce them. The Greek gods appreciated beauty, not Hebrew sanctimonious self-debasement or submission ["islam"]. / "Men create gods after their own image, not only with regard to their form but with regard to their mode of life," as Aristotle said. --- Ierologeo^ = I speak of sacred things; I bless nuptials. (Orpheus sang of the gods.) --- Ierophante^s = (Greek or Egyptian Hight priest or Master of religion) Shower of sacred things (the Books of Phtah or Wisdom, etc.) --- Ieraomai = I am a [I live as] priest (or priestess). --- Ierateuo^ = I perform the priestly functions. --- Ieroo^ = I consecrate (e.g., the victim to be sacrificed, by means of ablutions, pourings, aromas, etc.; or a person by unction (Khrisma). [There are also funerary ablutions and unctions.] --- Latreia = [Lat. Litus] service or cult to a god. --- Leitourgia = religious service, religious rite, liturgy; sacrifice. --- Kathiereuo^ (= iereuo^) = I immolate; I slaughter. --- Kathieroo^ = I consecrate.
[7]
--- Apotheio^ (= Apotheoo^) = I make (one) a god; I deify [something a god can do]. --- Apotheo^sis = deification, divinization, apotheosis.
[8]
--- Ektheoo^ = I consecrate (as the verb has been translated). --- Ektheo^sis = consecration; apotheosis (as the noun has been translated).
It should be obvious that Ektheosis does not mean what the words "consecration" and "apotheosis" mean in Greek. The term is not an unnecessary synonym of the two translating words. Besides, Consecration and Apotheosis are drastically different in meaning and cannot translate Ektheosis. So, what does this word mean? EKTHEOO^ = ek-theo-(o^). The noun Theos (= god) is used as a verb, analogously to "human" ---> not "to humanize" but, like "to incubate", "to humanate: to become/grow human." The prefix, ek-, means "forth" as in Ex-thema (= ex-position, being put forth). So, Ektheoo^ = "I dei-ate (thei-ate) forth, I emerge (I am born) as a god." (They could have said "ektheomai".) EKTHO^SIS is the process of turning into and emerging as a god, whereas Apotheosis is the causal process of turning someone into a god. Thus, when bread in the Eleusinian rite is consecrated, it emerges [praeternaturally] as the body of the divine Kore. When wine is consecrated in the Dionysian Rite or in the Mass ["Eucharistia/Thankgiving Rite" or "Prosphora/Offering Rite/], it turns into the blood of the divine Dionysus. The change or becoming has been called trans-substantiation by Christian theologians, that is, becoming a different substance while the bread and the wine retain their natural appearences. Ektheosis is the older and proper word for the mystical metamorphosis or acquisition of a divine (immortal) nature, without losing one's own nature. [In the case of Christ, the theologians speak of the "hypostatic union" -- underlying or substantial unity -- of two natures, one human and the other divine, as if a thing's nature were an entity rather than its form or character. Christ is a god-man, the uni-fication of the Johannine Logos or Divine Word and the human Jesus. Speaking of the divine Word, the Creed says, "et homo factus est: and he became a man". There is the term "humanatur", which corresponds to *"anthropetai" for "he becomes a man." So, "ektheoo^" can be translated into Latin as "divinor". / Wake up: Ektheosis is a praeternatural occurrence, conceived as occurring, not a natural/real occurrence. And the "hypostatic union of opposite natures" is a contradiction in terms, an impossibility.] The Christ of the Last Supper induces the transformation of bread and wine by verbal assertion, "This is my body, ..." Gods or their vicars make things happen by straining their will or word-magic!
[Word magic is done by Neolithic man because of the fact that words can produce real effects on people. The mention of a word can stir emotions in others. Tones of voice, or the melodic inflections of the voice, can constitute commands, pleadings, chidings, soothings, and so forth -- wherefore, as Vico said, the early men sang their words. And finally words can reveal, can make one know something. Words -- what is said -- are conceived as being powerful, causative. Imagine what the words of a god can accomplish! "Word magic" = Thaumatourghia, miracle-working. Miracle-workers allegedly can cure the blind and revive the dead, but they never cause perceptible effects such as the re-growth of a head or an arm which had been lost and destroyed; their acts are praeternatural. The word-magicians who create never create anything that could perceptibly, I say, affect other things or be affected by other things, namey a real substance (as defined by Plato), rather than a dream-object. An age-of-the god man, or a child, does not distinguish the dream-world from the real-world. His world is one, fabulous and soffused with divine power, lived in when we are awake or asleep. Jesus preached his thaumaturgic exploits, but he complained that he was not believed by his listeners, whereup his brother told me to go to Jerusalem for the Passover and do in front of the crowds what he said he pertformed, but Jesus walked away and always kept on demanding faith in him!]
It should have been clear that when I was talking about Christ, I had entered into the second Age of the Gods, which is the Age of Christianity, from the 1st to the 13th century of Our Lord Jesus the Christ. [Here comes a summary of many investigations.] The Gods, in this Age, are the El/Yah Creator, the Heraclitian cosmic Logos (adopted AND Personified by John the Evangelist) who took on a human nature (whereas the Scriptural Jesus was generated by Yah without becoming part of the offspring), and the Spirit which makes things alive and is the magnet toward which all things tend. The three gods are hyperstatically united and are, therefore, called a Trinity of persons. In the beginning was the Logos, and the Logos was God, and nothing was created that was not created through the Logos, for he is the divine Mind that possesses the archetypes of all things which Yah the sculptor makes. Christ will be the judge of the dead, who will be revived at the end of time. The humans will be made immortal, whether in hell or in heaven. As an Essene, this apocalyptic Jesus advocated the renunciation of the world and the communism of possessions. However, this god-man is also the Greek mysteric Dionysus, who provides mystic immortality and, like Dionysus, he is the Pauline Soter (Saviour) of mankind through his suffering and death on a cross, rather than the scriptural son of Joseph son of David, executed as "Jesus of Nazareth King of the Judaeans." He is the unknown god to whom the Athenians had dedicated a monument. / We made ourselves a new god or god-man, a composite of the Essenic (apocalyptic, world renouncing) Jesus, the Judaean royal Nazarene whose god was El, the rabbinical Son of Adam who identified himself with the Scriptural messiah (Christ, Anointed One) for the originally sinful men, the Heraclitian Logos, and the Dionysiac mystic Priest and Saviour. Through his vicars, preachers, and political-military imposers of the baptism in Jesus Christ, he paralyzed Homo Faber/Excogitans, thus ushering a Dark Age for Europe. In the Middle Ages, this Age-of-the-Gods man [a Christian] was called coelicola (cultivator of heaven) in contradistinction to agricola (cultivator of the field -- and all things terrestrial). How appropriately!
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CONCERNING THE LOGOS, which was spoken of by Heraclitus of Ephesus, the Stoics, and John of Ephesus the Evangelist.
If you pay attention to the Logos, you will know that all things are one. Thus Heraclitus at the end of his investigations.
Let us start talking from experiences. There are groups of pebbles, of stars, of atoms, of cells, of chambers, of instruments, of behaving people, of roads, and the like. In a group, those things are either isolated (unrelated to each other) or associated (related to each other). So, we can talk about their associations or relationships.
If a road opens into another, a trivium is formed so that a person can walk from one road to another. The two roads are organized or integrated, unified. There are no such things as disorganized roads, since non-organized roads are simply isolated, independent individuals. Ten pebbles can be arranged in innumerable ways, but there is always the possibility that their configuration resembles a human face, just as moving clouds occasional result in a cloud that looks like a man (or, as I have witnessed, a resurrected Christ painted during the Renaissance). But arrangements are mechanical dispositions of particles, nor organizations of particles. If one mixes water and oil in a jar, there is a mixture, not an organization of particles, but after a while, all the particles of oil move as a group to a different level from the level of the water. In this case there is an organizational process, albeit of the simplest kind.
The circulatory system of an animal is a constitutional organization of particles. If what grew (what was formed) was a heart and arteries only, then there would be no circulatory system and the heart, which pumps blood, would be a useless growth, since it would not be pumping anything; it would not be called a heart. Now then, the system can be said to be an organization (of parts) precisely because of the operational function that the associated parts can perform. There is no such a thing as a disorganized circulatory system. A circulatory system is formed, is something that grows (as part of an animal's growth); growths that do not result in a circulatory system are not "faulty" growths -- on account of their incapacity to make blood circulate. The system that we call a "water molecule" results from the interaction of two specific particles (atoms); it does not result by chance from the combination of any two particles. There are no wrong molecule-systems. What are the chances for mixed oxygen and nitrogen to yield water? 0%. And for oxygen and hydrogen? 100% but under certain temperature conditions. Nothing happens by chance or at random, but according to the constitutional necessitating forces and conditions of the particles. What are the chances for atoms to come together and result in an eye? None, because the organicity of the eye molecules is not due to the charges or forces of atoms that resulted into the molecules in question, or to the mixing of the molecules in a glass jar. (The probabilistic thinking of pebble mixtures or dice casts does not apply here -- something that the creationists have never learned. They always think of the organicity of already made structures, as if they began to exist fully formed.)
If we consider two organizations or systems, namely an automobile mechanism and an animal organism, we see that the parts which are connected in order to result in a mechanism were independently produced by humans; an organism is the outcome of something (a "seed") that gave rise to its parts. In one case, the systematicity is extrinsecus (from outside; imposed); in the other, it is intrinsecus (from within; emerging from the seed's constitutional causes). [The task of philosophy, said Telesio, is to know things juxta propria principia (according to their own principles or inherent causes). In this he is with Aristotle or the Age of Men or Dynamic Substances.]
Functionally efficient organization or organicity or systematicity has been called "cosmos," in contradistinction to chaos (the mixture of isolated particles). So, for example, a god was confronted by a chaos and he separated the waters from the dry land, and so forth. (Unfortunately water and earth did not separate themselves in the way water and oil do; a god was needed to bring order in a chaotic world which has never existed, except in the human imagination.) That god operates like an engineer who assembles things whereby an automobile is produced, or a mason who has the idea of a house and uses available things to build it.
If we think of the intrinsically actualized organicity of "living" things, actualized intrinsically in a developing seed, the organicity can be called Logos. A living thing or a human being in particular has been called a microcosm, a small cosmos. "Cosmos" is the name or an organized whole/individual; "Logos" is the name of the organicity of whatever is organic. More specifically, "logos" names the organicity in fieri,the organicity that is in the making as an organism develops, or the formation of the associated parts of an organism. Thus logos is the physical organismic process and as such it is an activity, a force-full process. (The energetic growing or physis is also the energetic forming of an organism, the logos.)
Clearly, logos is not an entity or a powerful substance that, from the outside, imposes organicity or order. But it is the fate of human language to utter substantives (names of substances) and verbs. The pre-philosophical language did not have verbal nouns (or they were taken as substantives) and was not made for speaking of Physis, Developing, Becoming, Process, Dynamis or Intrinsic Power, in a world where only the gods were the agents, the authors of world occurrances and the makers of things to be what they are. (That's why philosophers struggle to speak.) Thus, John of Ephesus transformed the Heraclitian Logos into a god, the divine engineer or "essentiator" of natural substances. After all, the same Yah that had ordered the world was also the sculptor of man: Organicity was imposed and energy or life was breathed into the statue. The Johannine Logos was later described as haing the archetypes or the Platonic Eide according to which the diverse things of the world were made, for so did Magna-Graecian Timaeus' Demiourgos operate. [Aristotle had to struggle with the theory that things are what they are because of an Eidos (such as Dogness or Manness) being present in or pressed on matter. He saw that like comes from like and veered toward the idea of a genetic inheritance of this or that nature. What is the genesis of a such-and-such thing qua such-and-such? That's the issue that he was tackling.]
A process or sequence of events can be said to be "coherent," since "organic" alludes to structure. But the events of a temporal sequence may be isolates, as in the case of human deeds. My drinking water and then my speaking are isolated events. My picking of a glass full of water and my drinking of the water are semantically related or coherent deeds or events. Coherence, Organicity, Cosmicity, and the like can be called Logos. Events which are coherently successive can be called Logical Events. A coherent discourse (body of sentences) is a logical discourse. But when we deal with language [semio-phonetic or signo-sonoric in nature], something can happen: A discourse may seem to be, may sound, coherent, but, because of equivocations or other "fallacies," it is actually incoherent, irrational. A truly coherent discourse = a logical or rational discourse. So, discoursive or mental rationality is also called Logos. Coherent reasonings are also called logical reasonings. And just as the cosmic Logos was coinceived as a god, so the mental logos has also been conceived as the Mind itself or Reason (conceived as a substance), or even as "the god in us".
A piece of polyphonic music, a progression of sounds, can be said to be organic or harmonic, if it keeps on complying with the norms of harmony. The movements of a freely falling body are systemic, if they are according to a constant pattern (which is then called a law of nature), such as Galileo discovered. Or, "if you keep on twisting my arm, it will break," as a Stoic said to his master. In stating what will or must happen [as a consequence of a certain action -- not by Fate], he stated, by way of an example, a law of nature. (Laws are formulations of undisruptible systematicy or rationality, or of the way something must happen. It is only because of them that some predictions can be made about some particular events at a "here and now.") The Stoics maintained that moral laws or norms are natural laws -- formulations of the ways in which one must behave, for nature's laws are of the necessary behaviors of things in Nature. Actually it is the civil laws that must be obeyed: they are obligatory. The Stoics equivocated, since social necessity, legal obligation, is quite different from physical necessity. A "natural moral law" would be the formulation of a way in which one necessarily behaves or acts toward others, not of a way in which one ought to behave.)
Human behaviour can also be either systemic (coherent) or incoherent, since there is a relationship between something physical and something intentional, such as the performance of a physical act for the sake of fulfilling an end or purpose in view. I act rationally when I drink water in order to quench my thirst (since it has been discovered that water is a thirst-quencher). I rationally pull an apple from a tree in order to have and eat it. I act irrationally when I perform a dance in order to get rain from the sky. Automatic behavior can be irrational, too, as when I want to hit an approaching tennis ball but the arm misses the ball; the brain was not capable of integrating the perceptual data and the desired motor activities. Birds can jump from branch to branch with high precision, thus fulfilling their unverbalized urge to be in different places. Prospects or intentions are formed in all organisms that have a sensory apparatus and limbs. The human ability to act non-automatically (deliberately) is called "(free) choosing." That means that the cerebral Integrating Mechanism can utilize also previous experiences, consequences of deeds, and desires other than urges. (The freedom of choice is not a freedom from the necessitating forces of nature. It is a situational freedom. By providing some animals with pain following certain acts, they can be trained to forego their urges. Males who are attacked by other males to keep them off their mates may choose to either fight to the death or to go away. They make free choices. What they actually do is not the result of gravitational, mechanical, chemical, or physical undulation forces. An animal has memory and takes an initiative; he -- the brain -- is a subject of action, whether conscious or not. A conscious subject is called a "self" or person. Consciousness is the self-sensitivity of the nervous system, as Telesio and Campanella pointed out in other words. [That remind me: "I and the Father are one," that is, "I am the consciousness of the Begetting Sky." The Greek always put words in Scriptural Jesus' mouth!])
By describing organisms in different words, we can say that the constructs are constitutionally coherent or rational or logical -- provided that we do not imply "mental" or "non-physical" in nature. Their rational formation/growth has been called "intelligent design [architectural plan]" in order inject a god, a divine designer or architect, or the Johannine Logos, into the world. The non-intelligently designed Defensores Fidei (Protectors of the Faith) use wrong words to acturately name or describe the factual and evident logos of a thing or of the universe. They commit the Fallacy of Confused Sub-positings, which needs explanation, as I use the terminology of old analysis of suppositio.
A cubic brick has a form, which is called "cube." A cube that is conceived or drawn on paper (which may may serve as the blueprint for constructing a cubic brick) is conceptual, eidetic, envisioned. Any intelligent person knows the difference between the contour of a brick and an envisioned cube, but the loose language we commonly use confuses some people. In "This brick is a cube," the word Cube supposits personally [it refers to a perceptible contour of the object]; in "I am going to draw a cube," the word Cube supposits formally [it refers to an envisioned unperceptible shape]. In "Cube has four letters," the word "cube" supposits materially [it refers to the word itself]. Now, in making the first two statements, we univocate: we call different-status things by one name, but some speakers or hearers have the impression and believe that it is one and the same thing that is being named or spoken of. "Cubes are drawn or designed [drawn and destined as models for constructions]. This rock block is a cube. Therefore, this rock block was designed (to be cubic)." Radio-waves were never designed by humans so that somebody could build them. There were no archetypes whereby a Divine Sculptor could build or create them. In all the ancient creation stories, only bodies are created. The concept of physical undulations is quite recent and, anyway, when we deal with undulations, the whole idea of construction plans and archetypes is useless, since the waves are not the result of moulding bodies. One cannot make or create sound or light; they are emanated as by humans and struck bodies or by burning objects respectively, and they neither stay in place, like rocks, or generate things of their own kind, or result from physical (chemical) becomings [like the becoming of wood into smoke and ashes]. (If sounds or lights arose out of nothing, they would be magically created things, but there is no evidence that either bodies or waves ever arise out of nothing.) They are the kinds of things that can be said to be "created" in the artistic sense, in the sense that bodies emanate, give off, them [or God does, in neoplatonic theory] and that they are novel sorts of things, as the diverse modulations of the voice in one's own lifetime and of radio-broadcasts attest. [Speaking of the real world, to MAKING, GENERATING, EXCRETING or emitting, and YIELDING or giving rise to something like smoke from wood, let us add EMANATING.]
The objects that the imaginary Divine Creators created -- or that he isolated from chaos -- were the objects which were known to men and prophets, such as animals that fly, beasts of burden, light (the luminosity of daytime), the stars, sheep, fishes, plants (whereby the first generation of humans was occupied with shepherding and farming), water, dry land, and the like. At least the Greek Cosmic Genesis that starts with Ouranos and Gaia, not other-worldy gods, did not prescribe the kinds of things that will exist and did not preclude things from being SUBJECTS generative, non-generative, moving or non-moving, emanative (of voice or other undulatory forces), hot or cold, and inventive [of tools, houses, agriculture, radio-broadcasting apparatuses, and computers]. Actually humans were expected to be like the gods -- productive, inventive, effusive, and like the gods, they knew good and evil. Greek theologic thinking was the only theology in the world that made possible the rise of philosophy and modern science. Theology or the doctrines of the old religion was the "philosophy [physics, ethics, etc.] of the Age of the Gods," poetic/fabulous rather than intellectual/investigative, as Vico discovered and expounded.
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In the first Age of the Gods, it was Olympian and Chthonic gods and lesser deities (daemons or spirits) that made things happen in the world. Before agriculture, human agency or authorship in the world was very limited in width as well as in depth (as in the making of stone tools and wicker baskets). But the world had also things with some divine power/virtue, as they could be either noxious or curative of men. It was not until Hippokrates of Kos (460-370) that divine forces were relinguished as the explanatory causes of sickness and of healing. (By relinguishing all DIVINE FORCES, Anaximander of Miletos became the founder of Physics, Hippocrates of Medicine, and Herodotus of Halicarnassus of Universal History, where humans are the doers and the conceivers and speakers [Sociology, Political History, Ethnology, etc.]. The Iliad and the Bible contain Theologized Heroic Chronicles, not Histories.) The Age of Men started with the Homo Faber agency in agriculture, masonry, metallurgy, and the arts and the crafts (pottery, clothing, etc.); and continued with Homo Excogitans. In the first course of human history, the initial Age-of-Men excogitators or ideologers were the three aforementioned persons, and Euclid for good measure. Thousands (but still a tiny fraction of their contemporaneous human population) emerged afterwards.
The Age of Men (or Humanistic Age) is also counterposed to the Age of Heroes (or Lords: Warlords, Kings, Arkho^ns/Emperors). A humanistic society, a society of avid human protagonists, reject and banish lords and, therefore, the lordly rules or laws. A human society is thus an-Archic (without lordly rule). When Rome (founded by sons of very ancient Greeks, as Latin attests) and Athens became anarchic, certainly some people asked themselves, What are the right, correct, ways of behaving toward the other citizens, of doing things in society? In Rome there were people considered wise in what is right, and they were appointed to make decisions, to judge [ju-dic(are)], as to what to do or not to do. So, there began a development of jurisprudence (the Science of Right -- De Jure Romanorum), which determined what is right or not in a free (non-dominated, non-lord-ruled) society or Republic. In Athens, it was occasional sages that provided general laws of social behavior and Plato, for instance, is deeply concerned with formulating the constitutional laws for a free (non-dominated, non-lord-subdued) society or Politeia. (In a republic, the "government" is not legislative; it is administrative and defensive of the common-weal, the res publica, and only as such it occasionally requires to make decrees that impose duties on the citizenry.)
My objective here was the bringing out of the fact that in free societies a distinction was made between laws which proceed from a lord's will, namely arbitrary rules, and laws which proceed from human reason. To be sure, they felt, the lordly laws are man-made laws; the laws that state what is in itself right or wrong, are natural or divine laws. They could be called "objective" laws, but some Greeks thought of a divine legislator making correct laws, whereas the Stoics, aware of the Heraclitian cosmic Logos (the principle of Order that eschews Chaos), assimilated moral/behavioral laws to physical laws. (One's own logos is the human Reason, which makes the Stoics akin to the Roman jurisprudents.)
The Greek theistic distinction started with two ordinary concepts which are found in a phrase by Plato, "Ane^r osios kai dikaios": "A man pious and just." Piety was understood basically as the cordial respect one has for one's parents or the elders and the gods. Justice (Diakaiosyne^) is what is due to others (such as the payment to soldiers, in another Platonic phrase). The same holds for the Roman definition of justice as rendering to each his own [unicuique suum]. Aristotle will amplify this concept in terms of equality and of proportionality -- which I took up in formulating an Aristotelian-Vichian economics (Equitarian Economics) that pertains to the Age of Men as trading makers or doers. http://www.xanga.com/AmedeoAmendola
Then suddenly we find that "osios" can also mean "complying with divine law." Thus Osia = [1] divine or "natural" law, or [2] what one is entitled to, in contradistinction to man-made ("positive") law. This contraposition is different from the contraposition between lordly or arbitrary law and freedom-based rational law (which is as man-made as the other). So, for the Greeks, "objective" law has a transcendent status or source, wherefore legislating turns out to be a supernatural activity. {In Hebrew theology, this supernatural legislating is squarely put in terms of Yahweh, the divine lord ["Yahweh elohim"], as the maker of laws (for the Israelites), which Moses and other prophets merely promulgated.}
The late meanings of the Greek OSIA correspond exactly to the meanings of the Latin FAS, whereas What Is Right (objective rightness) is called JUS, which is articulated by human minds as the Roman juris-prudentia (the Wisdom or science of What Is Right). Jus supersedes Fas, even though Jus [< Jous] was originally the name of a god (invoked as Jove or Yahweh or Iakkhe). With Osia, Fas, or Yawveh, human law-making, whether arbitrary or rational, is esoterically transposed to a supernatural level; with Jus, divine lordly law-making is superseded by the human rational authorship. [Vico beautifully develops the theme that true knowledge and proprietorship are based on human authorship -- doing and making, not divine revelation or heroic/military appropriation respectively.]
Jurisprudence belongs to the first Age of Men, specifically from 510 B.C. until the destruction of the Republic (with its Jus Civium as well as the Jus Gentium -- il Diritto dei Cittadini e il Diritto dei Popoli) in the battle on the Milvian Bridge in Rome in 312 A.D., when the Italian Maxentius was defeated by Costantinus, not to the Age of the Gods or of the Heroes. [Upon thinking of "sciences" or intellectual disciplines, Cicero remarked that the Greeks have philosophy while we, Romans, have jurisprudence. He himself was a learner of philosophy, a Stoic, and a jurisprudent.] Today, still in the second Humanistic Age, there is no longer any republic, since all governments are lordly legislators. However, corrections and additions could be made in the corpus of the Roman Jurisprudence, because I have discovered the principle whereby correct resolutions or judgments can be inferred as to what to do or not to do in any social situation. That principle, which needs a lengthy explicitation, is the very freedom (social condition of "an-archy" or non-domination BY and OF others) which the citizens of a republic had secured for themselves and are determined to uphold among themselves. (Civic Piety is a citizen's due respect of the freedom of the other citizens, which makes freedom ["not being dominated"] the right or entitlement of every citizen.)
"Libertas - Justitia" was the wonderful but short-lived motto or definition of the U. S. American republic, now a tyranny.
From Wikipedia, the free encyclopedia -- corrected here
The pileus particularly identifies the Dioscuri (here on a late-Antique colossal statue on the Campidoglio, Rome.
The pileus (plural, pilei), also pilleus or pilleum, was, in Ancient Greece, where it was the pileos, and in Rome, a brimless, felt cap. The pilidion or pilleolus was a smaller cap, similar to a skullcap.*** It was especially associated with the manumission of slaves [war-prisoners] who wore it upon their liberation. The pileus became emblematic, especially popular in the 18th and 19th centuries (when it was often called a "liberty cap" or Phrygian cap), of liberty and freedom from bondage, appearing on statuary and on heraldic devices.
History
In Ancient Rome, a slave was freed by a master in a ceremony that included placing the pileus on the former slave’s shaved head. This was a form of extra-legal manumission (the manumissio minus justa) considered less legally sound than manumission in a court of law.
One 19th century dictionary of classical antiquity states:
Among the Romans the cap of felt was the emblem of liberty. When a slave obtained his freedom he had his head shaved, and wore instead of his hair an undyed pileus (πίλεον λευκόν, Diodorus Siculus Exc. Leg. 22 p. 625, ed. Wess.; Plaut. Amphit. I.1.306; Persius, V.82). Hence the phrase servos ad pileum vocare is a summons to liberty, by which slaves were frequently called upon to take up arms with a promise of liberty (Liv. XXIV.32). The figure of Liberty on some of the coins of Antoninus Pius, struck A.D. 145, holds this cap in the right hand.[1]
____________ *** The origin of the Hebrew skullcap, yamaka (employed in the services to Yahweh), is shrouded in mystery. I propose that it is what the Greeks called a pilidion (tiny cap). The skullcap is dome-shaped to fit the pole of the head [where the hair grows helically]. To wear this dome is to impersonate the Sky, the [Greek Agricultural Era] divine Sky that in the beginning fathered all things, and, therefore, it is most sacred/priestly (hieratic). / In some etymological exercusion I looked into the priestly tonsure. Out of the Hebrew custom, the "calotta" (skullcap) is worn by the Vicar of Christ (not exactly The Father) in solemn religious functions (services). / To note that Yahweh is often addressed as The Father (generator, begetter) rather than as the constructing creator described in Genesis-2. As the latter, he is addressed as The Lord -- the owner and governor of the world. (The divine provider and protector of Israel is El, since the covenant was made with Him.)
Here are the Dioscuri [Dioskouroi: Zeus' Youngsters] on the Capitoline Hill, the acropolis, of Rome (near where the temple of Juppiter and Minerva [Zeus & Athena] used to stand, later replaced by a santuary to the black [Arab-colored Aramaean] mother of Jesus). [I have seen the painting of the Mother and Child inside that church; she has a literally black face. There are a few similar paintings in Europe. "Very dark" was also called "black" in the Biblical Song of Songs, where the shepherdess says, "I am black."]
Unfortunately the Dioscuri (on his coin below) did not come to the assistance of Maxentius, defender of the Freedom of the Roman world. Constantine beheld the Cross in a dream and, under its aegis, defeated Maxentius. ( He dreamed that "in hoc signo vinces" -- with this emblem, you will win.) That sealed the end of civic freedom. The Cross, which has the shape of a sword, had become the subduer of freedom. Henceforth, the Christian cult was primarily the Cult of Christ the King (the son of Joseph, a descendant of King David), at least until the "new religion" of Francis of Assisi in the 13th century in Italy. The military Crusaders and the Templars in particular will define themselves as the soldiers of Christ (milites Christi), as in the Templar seal with the inscription, "SIGILLUM MILITUM CHRISTI." Christian kings who militarily maintained the Catholic religion were officially called Defensores Fidei (Protectors of the Faith, that is, of the dogmas of the Catholic Church).
Imp(erator) MaxentiusAug(ustus)
Castrovillari (CS)
CALABRIA ART IN THE 19TH AND EARLY 20TH CENTURY
galleria d'arte il triangolo viale alimena 31 d 87100 cosenza tel. fax: +39 0984 73633 cell. +39 338 2892515
dai volumi: Enzo Le Pera "Arte di Calabria tra Otto e Novecento", Rubbettino "La Calabria e l'Arte, Dizionario degli Artisti Calabresi dell'Ottocento e del Novecento", Gazzetta del Sud
Alto, fragile sculpture on wood, h:cm 124 Giovanni Longo - 2005
subject: objects
Pinax from Locri Epizephiri
Allard Pierson Museum/ To enlarge this Pinax, go to p. 21 below. The round gift which is being carried is an artifact, not an apple [which used to be given for a new bride to eat and make kissing sweeter]. The sack she is carrying may have fruits in it -- amulets for the bride's fertility.
Permanent collections The museum is displaying original antiquities and other objects as one of the sources of Western tradition to put the present in a culture-historical perspective by means of insight in and understanding of the past.
New Greek and Roman Galleries Now Open The final phase of the reinstallation of the Metropolitan's unparalleled collection of Greek and Roman art is now complete. These stunning new galleries house more than 5,300 objects, some of which have not been on view in decades.
Features and Exhibitions Link to resources related to the Metropolitan's permanent collection and special exhibitions, including the Timeline of Art History.
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Sources: David Sear (2000). Greek Coins and Their Values: Volume 1 - Europe. Seaby publications. Magna Grecia coins online at http://www.bio.vu.nl/home/vwielink/WWW_MGC/homeFrameless.htm Klawans (1995). Ancient Greek & Roman Coins. Golden Books Publishing.
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Nov. 7, 2008
CELEBRATIONS OF "THE FOURTH OF NOVEMBER" IN ITALY TO COMMEMORATE THE ITALIAN VICTORY IN THE FIRST WORLD WAR. (My maternal grandfather participated in that war. Some other Longobardesi lost their lives in that war for the completion of the independence of Italy.)
Italia in guerra
Il 4 novembre, il giorno della Vittoria
Con un'offensiva iniziata il 24 ottobre del 1918 , ad un anno esatto dal disastro di Caporetto, l'esercito italiano vince la prima guerra mondiale.
L'armistizio firmato a villa Giusti, presso Padova, il giorno 3 da Pietro Badoglio e dal generale austriaco, Victor Weber von Webenau fissa infatti alle ore 15 del giorno 4 novembre la cessazione delle ostilità.
Commemorazione 4 novembre 2008 a Longobardi
For the Youtube video of the commemoration at Longobardi (CS):
(Some of the YouTubes on the same page are about a different Longobardi or about the ancient Longobards/Lombards.) Commemoration of the Fourth of November at Longobardi (CS):
Il Canto degli Italiani (The Song of the Italians) is the Italiannational anthem. It is best known among Italians as Inno di Mameli (Mameli's Hymn) and often referred to as Fratelli d'Italia (Brothers of Italy), from its opening line.
The words were written in the autumn of 1847 in Genoa, by the then 20-year-old student and patriot Goffredo Mameli, in a climate of popular struggle for unification and independence of Italy which foreshadowed the war against Austria.
Two months later, they were set to music in Turin by another Genoese, Michele Novaro. The hymn enjoyed widespread popularity throughout the period of the Risorgimento and in the following decades.
In 1946 Italy became a republic, and on October 12, 1946Il Canto degli Italiani was provisionally chosen as the country's new national anthem. This choice was officialized in law only on November 17, 2005, almost 60 years later.
The first manuscript of the poem [2], preserved at the Istituto Mazziniano in Genoa, appears in a personal copybook of the poet, where he collected notes, thoughts and other writings. Of uncertain dating, the manuscript reveals anxiety and inspiration at the same time. The poet begins with È sorta dal feretro (It's risen from the bier) then seems to change his mind: leaves some room, begins a new paragraph and writes "Evviva l'Italia, l'Italia s'è desta" (Hurray Italy, Italy has awakened). Handwriting appears nervy and frenetic, with the numerous spelling errors, among which "Ilia" for "Italia" and "Ballilla" for "Balilla".
The last strophe is deleted by the author, to the point of being barely readable. It was dedicated to Italian women: [It was deleted probably because the last verse does not cohere with the third verse; it is an isolated thought. This thought is not verbally so articulated as to cohere with what was said before. The discourse is not logical. What Mameli probably wanted to say is, "They (flags and cockades) make souls gallant and invite them to love ("the native soil," the Fatherland)." However, the exigencies of the versification resulted in an anacoluthon -- which is permissible in poetry. But that "invitation of love" without a stated object of love is ambiguous; a listener might think that by weaving flags, the girls are inviting others to love them. On the other hand, the delision may have been made because, while the men declare "we are ready to die," the girls are being invited to weave flags [which sounds like a patronizing request], rather than being declared as weaving them,... as if there were the need to make such a declaration. So, the whole strophe is rotten and may as well be eliminated, and it was.]
Italian
Tessete o fanciulle
bandiere e coccarde
fan l'alme gagliarde
l'invito d'amor
English
Weave o maidens
flags and cockades
make souls gallant
the invitation of love
[My phrasing of the strophe:]
Weave, O maidens,
flags and cockades.
They make souls gallant,
the [or: an] invitation of love.
The second manuscript is the copy that Mameli sent to Novaro for setting it to music. It shows a much steadier handwriting, fixes misspellings and has a significant modification: the incipit is "Fratelli d'Italia". This copy is in Museo del Risorgimento in Turin.
The hymn was also printed on leaflets in Genoa, by the printing office Casamara. The Istituto Mazziniano has a copy of these, with hand annotations by Mameli himself. This sheet, subsequent to the two manuscripts, lacks the last strophe ("Son giunchi che piegano...") for fear of censorship. These leaflets were to be distributed on the December 10 demonstration, in Genoa.
December 10, 1847 was a historical day for Italy: the demonstration was officially dedicated to the 101st anniversary of the popular rebellion which led to the expulsion of the Austrian powers from the city; in fact it was an excuse to protest against foreign occupations in Italy and induce Carlo Alberto to embrace the Italian cause of liberty. In this occasion the tricolor flag was shown and the Mameli's hymn was publicly sung for the first time.
After December 10 the hymn spread all over the Italian peninsula, brought by the same patriots that participated to the Genoa demonstration.
[]Lyrics
This is the complete text of the original poem written by Goffredo Mameli; however the Italian anthem, as performed in every official occasion, is composed of the first stanza, sung twice, and the chorus, then ends with a loud "Sì!" ("Yes!"). The rest of the poem refers to relevant episodes of the Italian struggle for unification and independence.
^ A different tense may be found: Noi siamo da secoli, "We have been for centuries".
^Le porga la chioma literally translates as "Let her offer her locks to [Italy]", a possible reference to the ancient custom of slaves cutting their hair short as a sign of servitude. (See [1])
^Siam pronti alla morte may be understood both as an indicative ("We are ready to die") and as an imperative ("Let us be ready to die").
Avviso Nelle pagine culturali [principalmente o spesso in inglese] che si susseguono c'e` un filone tematico che le congiunge. Pp. 99-104 hanno a che fare con i misteri eleusini ad Eleusi, a Pompei e possibilmente a Locri. Nel contempo vi sono annessi articoli di archeologia e di folclore, pertinenti al tema, per coloro che come me hanno il desiderio di conoscere il mondo antico fatto dall'uomo. [Gli studi di archeologia e di storia virtualmente ed efficacemente prolungano la vita all'indietro, mentre le immortalita` futuristiche sono mitiche, una chimera. Aristotele disse che, per mezzo dell'intelletto, in un certo modo {virtualmente} diventiamo l'universo (cio` che e` appreso), e Ficino aggiunse che, per mezzo della volonta` operativa, l'universo in un certo modo diventa umano.]
Locri Epizefiri (greco: Λοκροὶ Eπιζεφύριοι, Lokroi Epizephyrioi) fu una città della Magna Grecia, fondata sul mar Ionio dai greci provenienti dalla Locride nel VII secolo a.C.
Locri Epizefiri fu l'ultima delle colonie greche fondate sul territorio calabrese. I coloni, giunti all'inizio del VII secolo a.C., si stabilirono inizialmente presso lo Zephyrion Acra (Capo Zeffirio), oggi Capo Bruzzano, e solo più tardi si insediarono pochi chilometri a nord della città storica conservando però l'appellativo di Epizephyrioi, che significa appunto "attorno a Zephyrio".
Scrive il geografo greco Strabone su Locri Epizefiri:
« Dopo il Promontorio di Eracle (Capo Spartivento, N.d.R.), si trova quello di Locri, detto Zefirio, che ha il porto protetto dai venti occidentali e da ciò deriva anche il nome. Segue poi la città detta Locri Epizefiri, che fu colonizzata da quei Locresi che stanno sul golfo di Crisa, condotti qui da Evante, poco dopo la fondazione di Crotone e Siracusa. Eforo, perciò, non è nel giusto quando afferma che si tratta di una colonia dei Locresi Opunzi. Questi coloni, dunque, abitarono per tre o quattro anni presso lo Zefirio e c'è là una fonte, chiamata Locria, dove i Locresi posero il loro accampamento. Poi trasferirono la loro città, con l'aiuto dei Siracusani. Da Rhegion a Locri vi sono 600 stadi (108 km. N.d.R.); la città sorge sul pendio di un colle detto Epopis. »
Le fonti riguardo la fondazione di Locri Epizefiri sono quindi discordanti: alcune dicono che i coloni sarebbero provenuti dalla Locride Opunzia di fronte all'isola Eubea, altri dalla Locride Ozolia, sul golfo di Corinto. Pare[senza fonte] che la città fu fondata tra il 710 a.C. e il 690 a.C.. Eusebio, vescovo di Cesarea nel IV secolo, afferma nella traduzione armena della sua opera che Locri Epizefiri sia stata fondata intorno al 673 a.C..
Le leggi di Zaleuco
Locri Epizefiri fu nell'antichità famosa per la particolare usanza della discendenza valida solo per linea materna e per essere stata la prima città nel 660 a.C. a dotarsi di un codice di leggi scritte, attribuito al mitico legislatore Zaleuco che per ogni delitto prescriveva pene specifiche superando così la discrezionalità nelle sentenze dei giudici, spesso fonte di discordie sociali.
Il primo insediamento venne fondato nel luogo indicato dall'Oracolo di Delfi, presso Capo Zefirio (l'attuale Capo Bruzzano), ma dopo alcuni anni i coloni - insoddisfatti della località occupata pur corrispondente all'indicazione dell'Oracolo - si spostarono verso nord di circa venti chilometri, dove fondarono una nuova città alla quale diedero lo stesso nome del primo insediamento, probabilmente per sentirsi sempre sotto la protezione del dio Apollo. I coloni si traseferirono dunque dal promontorio Zefirio al colle Epopis (oggi inesistente), dove però trovarono insediate popolazioni indigene di Siculi, che si dice vennero scacciate dai locresi con uno stratagemma molto astuto: i coloni giurarono che fin quando avrebbero calcato la stessa terra e portato la testa sulle spalle sarebbero stati fedeli, ma a giuramento fatto essi si liberarono della terra messa in precedenza nei calzari e delle teste d'aglio, scacciando i Siculi dalla zona.
Nel corso di un secolo la polis di Locri Epizefiri estese la propria presenza dalla costa jonica al versante tirrenico dell'attuale Calabria, probabilmente per tenere lontana la minaccia di un'espansione della nemica Kroton (Crotone); così i locresi fondarono tra il 650 a.C. ed il 600 a.C. le due colonie di Medma (oggi Rosarno) e Hipponion (oggi Vibo Valentia), probabilmente su preesistenti centri abitati, ed occuparono Metauros (oggi Gioia Tauro), centro già fondato come propria colonia da Zancle (Messina) o Rhegion (Reggio Calabria).
Verso il 560 a.C.-550 a.C. Locri Epizefiri ebbe alleata Reggio nella vittoriosa battaglia avvenuta al fiume Sagra che fermò la volontà espansionistica verso sud di Crotone. La leggenda vuole che i 15.000 uomini dell'alleanza locrese-reggina sbaragliarono ben 130.000 crotoniati, e che Zeus sorvolasse la battaglia sotto forma di aquila, mentre i suoi figli (i Dioscuri) fossero apparsi a cavallo prendendo parte alla battaglia. Conseguentemente a tale vittoria si sa che nelle due poleis italiote di Reggio e Locri Epizefiri iniziò ad essere praticato il culto dei Dioscuri; in particolare presso gli scavi di un tempio ionico a Locri Epizefiri sono state rinvenute due statue, facenti parte del frontone del tempio, che potrebbero raffigurare i gemelli figli di Zeus (oggi custodite a Reggio presso il Museo Nazionale della Magna Grecia).
L'esito della battaglia della Sagra confermò Locri Epizefiri come una nuova potenza della Magna Grecia, e per qualche secolo tra le più influenti polis italiote. Il florido periodo attraversato dalla polis magno-greca che ne seguì, le permise di raggiungere un elevato grado di splendore e civiltà, confrontandosi con le poleis italiche ma anche in alcuni casi con i grandi stati della Grecia.
Per fronteggiare Crotone, Locri Epizefiri aveva dunque stretto una salda amicizia con i reggini, che però non lasciava ancora intravedere i malumori e le rivalità che dovevano fare di Reggio e Locri due implacabili nemiche. Infatti successivamente, con il crescere della potenza di Reggio governata dal tiranno Anassila, Locri Epizefiri dovette respingere l'egemonia della città dello Stretto, dovendo ricorreare all'aiuto di Siracusa.
L'alleanza con Siracusa
Dal V secolo a.C. Locri Epizefiri stabilì alleanze con la Siracusa di Dionisio I e del figlio Dionisio II, cosa che in seguito si rivelerà fatale per la propria situazione politica, entrando da quel momento nell'orbita dei tiranni della polis siceliota. Nel 477 a.C.Anassila di Reggio durante la sua compagna espansionistica decise di attaccare con un esercito Locri Epizefiri che, sul punto di essere sottomessa, si rivolse a Dionisio I di Siracusa il quale fece desistere i reggini dall'impresa. Successivamente, quando Atene organizzò la spedizione in Sicilia, Locri Epizefiri si schierò dalla parte di Dionisio nella sua personale guerra contro Reggio (alleata di Atene).
L'allenza tra Locri e Siracusa venne consacrata dal matrimonio tra Dionigi e la locrese Doride; infatti quando nel 389 a.C. il tiranno siracusano sconfisse la Lega Italiota, donò a Locri Epizefiri le terre di Kaulonia (presso Monasterace marina) e Scillacio (nei pressi di Squillace), che delimitavano il confine nord con Crotone, mentre a Sud il confine con Reggio era delimitato dal fiume Halex (presso Palizzi).
Dopo la morte di Dionigi I, Locri Epizefiri ospitò fra proprie mura Dionigi II il quale, esiliato da Siracusa, instaurò tra il 357 e il 347 a.C. la tirannide nella polis italiota. Ma la sua politica contro gli aristocratici locali mirava solo al ritorno in patria e dunque, svuotate le casse della cittadina calabra, il popolo insorse uccidendo tutta la sua famiglia e cacciandolo ancora. Venne dunque instaurata la democrazia.
La conquista romana
Nel 280 a.C. Locri Epizefiri si alleò con Pirro, re dell'Epiro, nella guerra tra Romani e Sanniti, sia per esigenza militare che per far fede ad un'alleanza stabilita da tempo con Taranto. Dopo qualche anno però i locresi decisero di passare dalla parte dei Romani; tale mossa spinse Pirro alla vendetta, che nel 266 a.C. devastò la città e saccheggiò il famoso e ricco tempio di Persefone, tenuto in somma venerazione dai locresi.
L'indipendenza di Locri Epizefiri comunque durò fino al 205 a.C., anno in cui la città fu conquistata dai Romani, quando durante la Seconda guerra punica la città si era schierata a fianco di Annibale. Dopo le guerre puniche infatti Locri Epizefiri entrò in un inarrestabile declino e nell'VIII secolo fu abbandonata dagli abitanti che si ritirarono nell'entroterra.
Timeo di Locri, fu magistrato, astronomo, fisico, filosofo di scuola pitagorica. Cicerone parla di suoi stretti rapporti con Platone.[1]Tuttavia è assai dubbia la stessa esistenza storica di questo personaggio.[2]
Eunomo (Εὒνομος), celebre citarista. Secondo la leggenda riportata da Strabone una corda della sua cetra si ruppe durante i giochi pitici, ed una cicala si posò sullo strumento, e supplì con le sue note alla rottura. Strabone afferma che nella città c'era una statua del citaredo con una cicala posata sulla cetra.[3]
Eutimo, (Euthymos) figlio leggendario di Astycles o del dio fluviale Caecinus. Era famoso per la sua forza e la sua abilità nel pugilato. Vinse più volte ai giochi olimpici (LXXIV, LXXVII e LXXVIII Olimpiade). Secondo la leggenda è l'uccisore del mostro di Temesa.[3][4]
Agesidamo, figlio di Archestrato, vinse da ragazzo ai Giochi olimpici nel pugilato, probabilmente alla LXXIV Olimpiade. Pindaro lo celebra nella X e nell'XI Olimpica.[5]
Filistione, celebre medico. Nato a Locri secondo Galeno.[6] Altri autori lo dichiarano nativo della Sicilia.[7]
La zona archeologica dell'antica Locri Epizefiri si trova nel comune di Portigliola, circa 3 km a sud dell'attuale centro abitato del comune di Locri, si estende nel territorio pianeggiante compreso tra la fiumara Portigliola, la fiumara Gerace, le basse colline di Castellace, Abbadessa e Manella, e il mare. Il fatto che tale area si trovi a distanza dagli odierni centri abitati ha preservato quasi integralmente la città antica: tuttavia, nel corso dei secoli, sono state usate pietre prelevate nell'area per edificare nuove case nei dintorni.
Gli scavi archeologici portati avanti da Paolo Orsi (tra il 1908 ed il 1912), da Paolo Enrico Arias (tra il 1940 ed il 1941) e da Giulio Jacopi (nel 1951), hanno rivelato che l'abitato, organizzato con un impianto urbanistico regolare, è attraversato da una grande arteria che ancora oggi conserva il nome greco di Dromo. La città antica, che era difesa da una cinta muraria di 7 km, è ben delimitata dalla stessa cinta in molti tratti ancora visibile. All'estermo delle mura si estendono le necropoli, mentre la maggior parte delle aree sacre sono disposte in prossimità della cinta, quasi a formare una protezione sacrele. I santuari all'interno delle mura sono dotati di edifici templari monumentali, mentre quelli situati immediatamente all'esterno presentano un aspetto meno monumentale; questo, tuttavia, non significa che i secondi fossero sede di culti meno importanti, vista l'abbondanza delle offerte votive ivi rinvenute.
Tra i monumenti ancora oggi visibili c'è il Teatro, risalente al IV secolo a.C. con rifacimenti in età romana: è l'unico edificio pubblico non sacro riportato alla luce a Locri. Si tratta di una costruzione realizzata sfruttando una conca naturale situata ai piedi dell'altura su cui sorge il Tempio di Casa Marafioti. Del Teatro rimangono, oltre alle fondamenta dell'edificio scenico, parte dei gradoni in arenaria della cavea, che potevano accogliere circa 4.500 spettatori. In età romana imperiale l'edificio fu trasformato eliminando le file più basse di gradinio e cosruendo un alto muro semicircolare in blocchi di calcare, in modo da proteggere gli spettatori durante le lotte tra gladiatori o tra uomini e animali.
Sempre all'interno della cinta è la cella di un tempio eretto in onore della dea Minerva Promachos.
L'area sacra di Afrodite si trova nei pressi dell'abitatodi Centocamere, situato vicino alla costa, ed è un complesso formato da un tempietto, da una serie di ambienti con portico a "U" e da un cortile centrale; la sua costruzione, avvenuta in due tempi, è da collocarsi tra la fine del VII e la metà del VI secolo a.C., mentre il suo utilizzo si è protratto fino alla metà del IV secolo a.C.
La necropoli locrese più nota è quella di Lucifero, dove sono state rinvenute circa 1.700 tombe databili tra il VII e il II secolo a.C. e spesso segnalate da vasi di grandi dimensioni, di buona fattura e pregio, opera di ceramografi ateniesi di fama, oppure da "arule", piccoli altari in terracotta decorati con immagini del mondo dell'oltretomba.
Uno dei templi interni alla cinta muraria è il Tempio ionico di Marasà, una costruzione databile attornoal VI-V secolo a.C.; inoltre è stato rinvenuto il gruppo marmoreo dei Dioscuri a cavallo, esposto nel Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Si tratta di una imponente scultura raffigurante un Dioscuro che scende da un cavallo impennato sorretto da un tritone con la barba, il busto umano coperto da un panno e il resto del corpo con sembianze di pesce. Nello stesso Museo, oltre ai numerosi reperti provenienti dagni scavi effettuati nella zona dell'antica colonia greca, sono esposte alcune antefisse a testa di sileno, che forse coronavano a scopo decorativo la scena del Teatro. Nella cella tesauraria del santuario della Mannella dedicato a Kore-Persefone sono state trovate numerose tavolette fitilli (Pinakes), scolpite con la tecnica del bassorilievo, risalenti per la maggior parte alla prima metà del V secolo a.C.. Alcune fanno riferimento alla pratica della prostituzione sacra delle vergini, in uso presso la società locrese.
Necropoli
Vita nella città di Locri Epizefiri
I banchetti erano molto diffusi e frequentati dagli uomini. Le donne partecipavano solo in veste di cortigiane o schiave. Per bere si usavano dei vasi e delle coppe (kylikes) oppure delle tazze (Skyphoi).
Locri è insieme alla città di Sparta una delle pochissime città greche in cui le donne partecipavano alle gare atletiche. Gli atleti usavano uno strumento ricurvo in metallo (strigile) per pulirsi dal sudore e dagli unguenti ed oli profumati alla fine delle gare.
In alcuni corredi per bambini si trovano delle bamboline in terracotta con arti snodabili, palline di bronzo e terracotta ed oggetti in miniature, come ad esempio delle piccole lampade.
In cucina venivano usati vasellami a vernice nera (coppe per bere, piatti e coppette). Venivano inoltre usati dei contenitori per cibi cotti e crudi e per i liquidi. Soltanto i più ricchi potevano permettersi vasi in vetro o metallo. Per la conservazione o trasporto di vino, olio, olive e salse venivano usate delle anfore. Il sostentamento della popolazione era basato su cereali e legumi, sulla caccia alle lepri, cervi e cinghiali. Veniva praticata anche la pesca con lenza e reti. Nel museo sono visibili degli ami da pesca. I latticini erano forniti da capre, montoni e suini. Infine la frutta era composta da mele, melograni, fichi, mandorle, uva e miele.
All'esterno della città vi sono diverse necropoli, presso le contrade Monaci, Russo, Faraone, Lucifero, dove sono state ritrovate oltre 1.700 tombe.
La Necropoli di contrada Lucifero, in uso dall'VIII secolo a.C. al III secolo a.C. comprende tombe di tre tipi: tomba a fossa, tomba a cappuccina e tomba a semibotte. Vi sono stati trovati oggetti di valore e pregiati, importati dalla Grecia o dalla Magna Grecia (IV secolo a.C.), tra cui vasi, specchi, ornamenti di bronzo e monili in metallo prezioso. Gli oggetti da toletta per donna erano per la cosmesi personale (pissidi e le lekàmai). Nella necropoli di Lucifero sono stati trovati specchi in bronzo (prodotti da artigiani locali) fibule (spille di bronzo per abiti, prodotti locali del VI e V secolo a.C.). In tutte le tombe sono stati trovati dei lèkythos, dei contenitori di oli profumati per toeletta, usati anche dagli atleti prima degli esercizi sportivi e per i rituali funebri. Gli specchi, produzione tipica locrese erano esportati in Magna Grecia ed in Sicilia, e sono fabbricati in bronzo con manici a figura maschile o femminile.
La Necropoli di contrada Parapezza, a sud-ovest di Lucifero, comprende oltre 200 tombe. Fu usata intensamente in età arcaica (VI secolo a.C.) e in età ellenistica (III e II secolo a.C.). In una tomba ad inumazione sono stati trovati piccoli contenitori importati da Corinto, dall'oriente Greco (Asia Minore) e dall'Attica. Nel VI secolo a.C. erano usati grandi contenitori di ceramica (anfore per il trasporto del vino e dell'olio), molte delle quali erano state importate da Corinto o da Atene. Vi sono inoltre delle anfore importate dalla Laconia (la regione con Sparta), questo tipo di ceramiche fu prodotto nel VII e VI secolo a.C.. La ceramica Laconica viene diffusa in tutto il mediterraneo, per produrla veniva usata un'argilla rosata, coperta da ingubbiatura giallina, sulla quale venivano dipinte le figure in nero. Sono state ritrovate delle Hydriai vasi a tre anse per attingere e trasportare acqua. I vasi più grossi venivano usati per contenere i corpi senza vita di piccoli bambini. Altri vasi venivano usati per le ceneri dei defunti. I Giardini di Adone (IV secolo a.C.) erano realizzati nelle anfore da trasporto, opportunamente spezzate e capovolte. Venivano coltivati finocchi e lattughe, ed innaffiati con acqua calda per accelerarne la crescita.
La Necropoli di contrada Faraone è posizionata nel nord-est dell'area urbana. Durante gli scavi è stato trovato un piccolo frontone in calcare con fregi dorici (frontone del naiskos), datato tra il IV e III secolo a.C. La forma del frontone imitava quello di un piccolo tempio.
Nel santuario della Mannella sono stati trovati molti pinakes: quadretti in terracotta decorati con scene a rilievo policrome. I pinakes (ex-voto) illustrano aspetti del mito e del culto di Persephone. Sono stati realizzati nella metà del secolo V a.c. I pinakes sono di forma rettangolare o quasi quadrata, ed hanno una dimensione massima di 30 cm di lato. Questi quadretti avevano dei fori, utilizzabili per appenderli.
Il soggetto raffigurato più frequentemente è il rapimento di Kore. Kore è la figlia di Demetra, che diventa Persephone (regina degli inferi) e sposa di Ade (dio dell'oltretomba). Secondo Helmut Prueckner, Afrodite è la dea più venerata a Locri nel V sec. a.c. Altre divinità venerate sono Ermes, Dioniso.
Il celebre Santuario di Persefone di contrada Mannella è stato definito da Diodoro Siculo come "il più famoso tra i santuari dell'Italia meridionale". Non è ancora stato compreso quale culto si praticasse in questo santuario, ma sembra siano le divinità dell'oltretomba come Persephone. Le ricchezze del Persephoneion locrese furono depredate da Dionisio II (360 a.C.), Pirro (276 a.C.) e dal comandante romano Pleminio luogotenente di Scipione dopo la cacciata da Locri Epizefiri durante la seconda guerra punica (205 a.C.).
Riguardo il Tempio Ionico in contrada Marasà si sa che nella prima metà del V secolo a.C. i locresi abbatterono il tempio arcaico e lo sostituirono con uno più grande in stile ionico in calcare. Orsi pensa che il tempio sia stato importato da Siracusa.
Il tempio di Marasà fu realizzato da architetti e maestranze siracusane operanti a Locri Epizefiri nel 470 a.C. su iniziativa del tiranno Ierone di Siracusa (alleato e protettore dei locresi). Il nuovo tempio ha la stessa ubicazione ma è orientato diversamente. Il tempio è stato distrutto nel XIX secolo ed i ruderi mostrano oggi un solo rostro di colonna.
La dimensione del tempio era di 45,5 m per 19,8 m. La cella è libera da sostegni sull'asse centrale, ed era preceduto da un pronaos (vestibolo) con due colonne fra le ante, che si ripetono anche fra le ante del opistodomo, il vano retrostante la cella, non comunicante con questo. Nello spessore dei muri tra pronaos e cella erano inserite le scale di servizio, per accedere al tetto, come in alcuni templi agrigentini.
Al centro della cella tre grandi lastre di calcare, infisse verticalmente nel terreno, rivestivano un bothros (fossa sotto il livello del pavimento), che doveva essere di notevole importanza per il culto.
Il tempio ha 17 colonne ioniche sui lati lunghi, e 6 colonne sulla fronte. Le colonne dovevano essere di circa 12 m di altezza, con base a capitello ionico a volute. L'epistilio (blocchi sulle colonne) con architrave a tre fasce e dentelli in sostituzione del fregio, non era molto sviluppato in altezza, così come i frontoni dall'inclinazione assai poco accentuata.
Questo tempio era molto più alto dei templi dorici (rapporto altezza e larghezza 1:1), ed è uno dei pochi templi ionici della Magna Grecia.
Teatro
Il teatro greco di Locri Epizefiri
Identificato nel XX secolo da P.E. Arias, il teatro greco di contrada Pirettina sfrutta una concavità naturale ai piedi del pianoro Cusemi ed è stato scavato tagliando i gradini nell'arenaria tenerissima. La prima fase del teatro risale alla metà del IV secolo a.C..
L'edificio conteneva fino a 4.500 spettatori. Dalla cavea (koilon) costituita da gradoni tagliati in parte nella roccia ed in parte sistemati con lastre della stessa arenaria, si godeva un notevole panorama della città e del mare.
La gradinata era divisa in sette cunei (kerkìdes) mediante 6 scalette (klimakes). Una partizione orizzontale (Diazoma) separava le gradinate più altre (epitheatron) oggi rovinate. Si pensa che il teatro servisse anche per riunioni politiche.
SI RICORDINO LE STRAGI SARACENE NELL'ITALIA MERIDIONALE: Le incursioni lungo i litorali, il dominio araboislamico in Sicilia (825-1091), l'occupazione di Amantea (839-889) che fu liberata dal condottiero bizantino Nike^phoros Pho^kas, la distruzione di molti paesi e di Locri nel 915. SI RICORDINO LE INVASIONI TURCOISLAMICHE E IL MASSACRO E LA DEPREDAZIONE DI OTRANTO nel 1480. Non si abbia pieta` di nessuno di loro e dei loro figli.
tavolette votive in terracotta prodotte a Locri fra il VI e il V sec. a.C.
Il corpus analitico di oltre 5000 frammenti dei pinakes è oggetto di pubblicazione, suddiviso in tre parti, in tre numeri
di
ATTI E MEMORIE DELLA SOCIETÀ MAGNA GRECIA
Tipo 5/19: ....
pubblicati:
ATTI E MEMORIE DELLA SOCIETÀ MAGNA GRECIA IV SERIE – I: 1, 2, 3, 4 (1996-1999)
Contiene:
M. Cardosa – E. Grillo – M. Rubinich – R. Schenal Pileggi
I PINAKES DI LOCRI EPIZEFIRI Musei di Reggio Calabria e di Locri A cura di E. Lissi Caronna, C. Sabbione, L. Vlad Borrelli Parte I
(4 tomi in un cofanetto) Prezzo: € 341,00 per l’Italia, € 420,00 per l’Estero per le Agenzie e per le Librerie viene praticato il 10% di sconto
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ATTI E MEMORIE DELLA SOCIETÀ MAGNA GRECIA IV SERIE – II: 1, 2, 3, 4, 5 (2000-2003)
Contiene:
E. Grillo – M. Rubinich – R. Schenal Pileggi
I PINAKES DI LOCRI EPIZEFIRI Musei di Reggio Calabria e di Locri A cura di E. Lissi Caronna, C. Sabbione, L. Vlad Borrelli Parte II
(5 tomi in un cofanetto) Prezzo: € 341,00 per l’Italia, € 420,00 per l’Estero per le Agenzie e per le Librerie viene praticato il 10% di sconto
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ATTI E MEMORIE DELLA SOCIETÀ MAGNA GRECIA IV SERIE – III: 1, 2, 3, 4, 5, 6 (2004-2007)
Contiene:
F. Barello - M. Cardosa – E. Grillo – M. Rubinich – R. Schenal Pileggi
I PINAKES DI LOCRI EPIZEFIRI Musei di Reggio Calabria e di Locri A cura di E. Lissi Caronna, C. Sabbione, L. Vlad Borrelli Parte III
(6 tomi in un cofanetto) Prezzo: € 400,00 per l’Italia, € 500,00 per l’Estero per le Agenzie e per le Librerie viene praticato il 20% di sconto
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MODALITÀ DI ACQUISTO PER I NUMERI DI ATTI E MEMORIE DELLA SOCIETÀ MAGNA GRECIA
Gli acquisti e gli abbonamenti possono essere effettuati: mediante ordine alla Società Magna Grecia, Piazza Paganica n. 13, 00186 Roma via fax al n. (+ 39) 06.68.13.61.42 per e-mail: assmezz@tin.it
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I Pinakes di Locri Epizefiri
Tipo 2/14: Scena di ratto
I pinakes locresi sono tavolette votive in terracotta del VI e V sec. a. C., per la maggior parte rinvenute in frammenti, nel 1908, da Paolo Orsi, presso l’edicola tesauraria della Mannella a Locri, polis italiota che si distinse per una sua intensa sacralità e una vigile custodia di antichissime tradizioni mitiche e storiche. Benché l’importanza di questi piccoli rilievi -molti ricostruiti ed esposti nei musei- fosse riconosciuta e sottolineata in ogni sintesi sulla cultura religiosa ed artistica della Magna Grecia, la conoscenza analitica degli esemplari superstiti (oltre 5000 frammenti, quasi tutti nei musei archeologici di Reggio Calabria e di Locri) era rimasta parziale e asistematica.
Solo oggi se ne è apprestato il corpus mediante un’ordinata silloge, ricalcando, con alcune differenze, e con nuovi rilevanti apporti scientifici, la sapiente classificazione, incompiuta ma tenacemente disegnata nel corso di varie revisioni, da Paola Zancani Montuoro. Infatti i frammenti, presi in esame e schedati da cinque archeologi dell’Università di Torino presso la Soprintendenza di Reggio Calabria (con il supporto dell’A.N.I.M.I.-Società Magna Grecia), sono stati divisi, a seconda del soggetto, in dieci gruppi, ciascuno dei quali comprende numerosi tipi -pertinenti a circa 115 scene differenziate- con la distinzione di tutte le matrici e delle generazioni di queste. L’esame dei frammenti fuori classificazione Zancani ha permesso di riconoscere 14 nuovi tipi originali e di accorpare alcune scene non identificabili. Dei frammenti si sono anche analizzate chimicamente le argille e le tracce dei colori. Nelle rappresentazioni dei coroplasti -talvolta veri artisti- preminente è il mito di Persefone. Tra le altre divinità, sicuri sono i riferimenti ad Afrodite, mentre l’ambiente locrese è individuabile attraverso la configurazione di due templi e scene di vita quotidiana, dove, accanto a personaggi, animali e oggetti mitici o cultuali, sono finemente riprodotti carri, arredamenti, vesti e drappi, suppellettili di uso e di cosmesi. La scoperta di nuovi particolari e i non pochi nuovi agganci tra frammenti singoli forniscono e forniranno agli storici dell’arte, delle religioni e del costume materia per verifiche, riflessioni e dibattiti.
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ILCORPUS (pubblicazione di oltre 5000 frammenti) a cura di Elisa Lissi Caronna, Claudio Sabbione e Licia Vlad Borrelli
Analisi della materia
Parte prima (2400 frammenti)
[già pubblicata in Atti e Memorie della Società Magna Grecia, Quarta serie - I (1996-1999), cofanetto con tomi 1,2,3,4]
Autori: Massimo Cardosa, Eleonora Grillo, Marina Rubinich, Roberta Schenal Pileggi
TOMO 1 (pp. 224)
Presentazione di Gerardo Bianco, prefazione di Giovanni Pugliese Carratelli
Premessa di Elisa Lissi Caronna, Claudio Sabbione, Licia Vlad Borrelli - Introduzione generale
Gruppo 1 (Animali, mobili ed arredi di culto senza personaggi): Introduzione;
Tipi 1/1-1/26 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
Tipo 1/8: Animali
Tipo 1/20: Mobili ed arredi di culto
TOMO 2 (pp.363)
Gruppo 2 (Scene di ratto): Introduzione;
Tipi 2/1-2/9 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo)
Tipo 2/3: Scena di ratto
Tipo 2/3: Disegno ricostruttivo
TOMO 3 (pp.381)
Gruppo 2 (Continuazione dal Tomo 2):
Tipi 2/10 - 2/34 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
Indici.
TOMO 4 (pp. 264)
Figure 1-37 [disegni di A. Canale e D. Nicolò];
Tavole I - CCXLV [fotografie di C. Miggiano].
Indici [a cura di L. M. Michetti]
Parte seconda (930 frammenti)
[Atti e Memorie della Società Magna Grecia, Quarta serie - II (2000-2003), cofanetto con tomi 1,2,3,4, 5]
Autori: Eleonora Grillo, Marina Rubinich, Roberta Schenal Pileggi
TOMO 1 (pp. 225)
Presentazione di Gerardo Bianco
Premessa di Elisa Lissi Caronna, Claudio Sabbione e Licia Vlad Borrelli
Gruppo 3 (Sacrifici e allestimenti del rito): Introduzione;
Tipi 3/1-3/9 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
Gruppo 4 (Raccolta di frutta e in genere scene con alberi): Introduzione;
Tipi 4/1-4/6 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
Tipo 3/4: Allestimento del rito.
Tipo 3/5: Scene di sacrificio davanti al tempio.
TOMO 2 (pp. 293)
Gruppo 5 (Preparazione, trasporto e consegna del peplo nuziale, della corona gamelia e delle frutta; altre processioni): Introduzione;
Tipi 5/1-5/12 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
Tipo 5/2: Preparazione della veste nuziale.
Tipo 5/6: Processione della veste piegata.
TOMO 3 (pp. 191)
Gruppo 5 (Continuazione dal Tomo 2):
Tipi 5/13-5/23 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
TOMO 4 (pp. 106)
Gruppo 6 (Kosmesis, vestizione e acconciatura della dea): Introduzione;
Tipi 6/1-6/10 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
Gruppo 7 (Theogamia, preparazione del letto, carro nuziale, thalamos): Introduzione;
Tipi 7/1-7/4 (Introduzione e catalogo per ciascun tipo).
TOMO 5 (pp. 178)
Figure 1-52 [disegni di G. Pileggi e M. Rubinich];
Tavole I - CXXXV [fotografie di L. De Masi].
Indice analitico [a cura di L. M. Michetti]
Indici
Parte terza (2040 frammenti)
[Atti e Memorie della Società Magna Grecia, Quarta serie - III (2004-2007), cofanetto con tomi 1, 2, 3, 4, 5, 6]
LOKROI OI EPIZEPHYRIOI (Locri Epizefiri, Calabria)
From the nature of the Locrian Pinakes [plaques, tablets] copied on p. 102 and from the Demetriac influences on Cristian processional plays, I inferred that "Eleusinian" Mysteries were performed also at Locri. This ancient city has evidence for the things that have been called a Sanctuary of Demeter, a Sanctuary of Persephone, and a Cave which recently has been interpreted as a Kore-Nymphaeum. However, as far as I know, no one has ever thought of the possibility of a Telesterion, precisely because no one has ever read about "Eleusinian" [Eleusinian-type] Mysteries in Magna Graecia. So, I will try to see what those Locrian archeological remains might really be.
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Thesmophorion -- Il Santuario di Demetra
Mappa dell'antica Locri
LOCRI EPIZEFIRI
Locri Epizefiri, fra le grandi poleis greche della Calabria, è forse oggi quella maggiormente nota, per numerose notizie storiche trasmesse dalle fonti letterarie antiche e per testimonianze archeologiche di eccezionale risalto e completezza, a cominciare da quelle acquisite tra il 1890 e il 1918 con gli scavi di Paolo Orsi, le quali costituiscono uno dei fondamentali nuclei del Museo Nazionale di Reggio Calabria, sino ad arrivare ai reperti delle indagini più recenti, ospitati nel Museo Nazionale di Locri istituito nel 1971. Locri fu detta dagli antichi «Epizefiri», cioè vicina al Capo Zefirio (oggi Capo Bruzzano), un promontorio lungo la costa jonica dove i coloni appena giunti dalla Locride, regione della Grecia centrale, sostarono per qualche anno prima di spostarsi nel sito definitivo, circa 20 Km più a nord. La fondazione avvenne intorno alla fine dell’VIII secolo a.C. secondo la testimonianza di Strabone, storico e geografo antico, avvalorata dalla cronologia dei più antichi reperti archeologici rinvenuti nell’area della polis. La città ben presto si organizzò con rigidi ordinamenti di impronta aristocratica, sanciti dal codice di leggi attribuito a Zaleuco, forse il più antico codice del mondo greco e della cultura europea. La fondazione sul versante tirrenico delle subcolonie di Medma (oggi Rosarno) e Hipponion (oggi Vibo Valentia) intorno al 600 a.C. e la successiva clamorosa vittoria su Crotone nella battaglia del fiume Sagra, segnarono la massima fioritura di Locri in età arcaica. Nel V secolo a.C. le ripetute ostilità contro Reggio rinsaldarono l’alleanza con la potente Siracusa, che nel IV secolo si trasformò in vera e propria dipendenza di Locri dai tiranni siracusani Dioniso I e Dioniso II; la violenta cacciata di quest’ultimo da Locri segnò l’introduzione di un regime democratico, documentato dalle tabelle bronzee iscritte dell’ archivio di Zeus Olimpio. Dopo aver parteggiato per Pirro, Locri entrò stabilmente nell’orbita romana, a cui si ribellò durante la seconda guerra punica, venendo quindi punita da Scipione. La conseguente crisi demografica ed economica comportò una riduzione dell’abitato di Locri, che divenne municipium nell’89 a.C. In età imperiale Locri rimase il centro principale del territorio, in cui si svilupparono grandi proprietà terriere facenti capo ai complessi agricoli-residenziali delle villae. Le incursioni arabe e la diffusione della malaria causarono l’abbandono delle fasce costiere e gli abitanti si rifugiarono nell’interno a Gerace, destinata a diventare il centro principale della zona fino al secolo scorso. La città greca si sviluppò su una vasta superficie di oltre 230 ettari situata in parte nella fascia costiera pianeggiante, in parte sulle colline retrostanti incise da profondi valloni. La cinta muraria, dal circuito lungo circa 7 Km, ha percorso rettilineo in pianura, quindi sale seguendo il ciglio delle alture fino alle potenti fortificazioni alla sommità dei colli di Castellace, Abbadessa, Mannella. All’esterno dell’area urbana si trovavano le necropoli; sempre al di fuori della città, non lontano dalle mura urbiche, sorgevano delle aree sacre: il santuario della Mannella, dedicato a Persefone; il santuario di Grotta Caruso, fiorito attorno ad una sorgente d’acqua naturale e sede di un culto delle Ninfe; il santuario di Demetra in contrada Parapezza; il santuario di Afrodite in contrada Centocamere. All’interno della città sorgevano altri santuari dotati di edifici di grande impegno architettonico quali il tempio ionico di Marasà ed il tempio dorico di casa Marafioti. A valle di quest’ultimo era situata una teca in pietra contenente tabelle bronzee con iscritti i rendiconti finanziari del santuario di Zeus Olimpio. Degli edifici pubblici è noto il teatro, sorto al limite tra piana costiera ed alture sfruttando una concavità naturale; l’agorà, la grande piazza del mercato e della vita pubblica, doveva sorgere non lontano. Nel settore pianeggiante, l’abitato era organizzato secondo uno schema urbanistico regolare, con strade rettilinee incrociantesi ad angolo retto. Una fitta serie di strade parallele, definite dagli antichi stenopoi (= strade strette), era disposta da monte verso mare per facilitare lo scorrimento delle acque piovane, formando così isolati rettangolari lunghi e stretti. Tali strade erano intersecate da poche grandi strade, dette plateiai (= strade larghe): una, larga circa m 14, correva non lontano dalle mura in senso parallelo alla costa; un’altra corrisponde all’incirca all’attuale strada del Dromo, che conserva il nome di origine greca e forma un percorso naturale ai piedi delle colline che si prolunga per centinaia di Km lungo la costa dello Jonio. Il settore di abitato indagato più estesamente è quello di Centocamere, con case affiancate da laboratori artigianali per la lavorazione dell’argilla e da botteghe per la vendita dei prodotti finiti.
[Underscoring, bolding, and coloring emphases added by me. The "blue and bold" words are of most interest here. // I will make green italicized comments within square brackets.]
Kore as Nymph, not Daughter: Persephone in a Locrian Cave
Bonnie MacLachlan University of Western Ontario
The descent and return of Kore/Persephone was commemorated in ritual at Locri Epizephyrii, where her shrine enjoyed singular prominence in antiquity, but had a focus that was markedly different from the narrative of the Homeric Hymn to Demeter. Western Locri was in the orbit of the Greek colonies of the West, not of Attica and the Greek mainland. Here in Magna Graecia and in Sicily the significance of the disappearance of Kore was not its effect upon the aggrieved and enraged Demeter, but the fact that it was the first step in a theogamy, a sacred marriage. The famous terracotta plaques (pinakes) that were unearthed by Paolo Orsi in the early 20th century from Persephone's shrine on the Mannella hill at Locri honour Kore as bride, and the fact that as bride she becomes Queen of the Dead. In one type of the pinakes she is shown with Hades receiving Dionysos in the Underworld, a depiction of three gods with chthonic powers. These votive plaques [why are they being called VOTIVE plaques???], representing different scenes in the narrative of Persephone's abduction, marriage and reign as Queen, together with other votive objects left at Mannella, can best be explained as proteleia, gifts left for the goddess by Locrian brides, but they honor the reality that Persephone was not only married to Hades, but in Hades, where she assumed the role of conferring (or withholding) privileges for the dead. [Votives, offered or kept, as well as the things which were given simply as a gift, were called anathe^mata; a vow or a votive gift was called a kateugma; proteleia were preliminary or prenuptial ceremonies or sacrifices (not votives); the gifts which a bride received on the third day (after she removed her nuptial veil) were called ANAKALYPTE^RIA, the term properly used for those pinakes which portray the offering of gifts to Persephone. The interpretation of the gift bearing in the anakalypteria pinakes as prenuptial gifts is erroneous. The interpretation of the pinakes and other objects found in the Mannella "sanctuary" as prenuptial gifts is erroneous. Furthermore, the view that Persephone could confer or withhold privileges/favors for the dead misleads the reader into thinking that there was a cult of Persephone which aimed at gaining after-life favours from the temporary Queen of Hades.]
The pinakes date from the second half of the 5th century B.C.E. In the next century we find ritual activity elsewhere in Locri--in a Cave of the Nymphs--activity that also combines nuptial with Underworld elements. Votive artifacts common to both sites clearly link both rituals, but in the later one the proteleia are informed by a much more complex array of religious, philosophical and cultural currents that flowed through the Greek West in the Hellenistic period. This paper addresses the question of the nature of the ritual that took place in the cave and explores the way in which the fundamental characteristics of nymphs in Greek thought were reflected in the experience of the women participants in this ritual.
The cave, known as the Grotta Caruso, has been published in a recent monograph by Felice Costabile (I ninfei di Locri Epizefiri,1991). The cave opening as described by Paolo Arias, who excavated it in 1940 (Le Arti,1941), was large and its height over 9 feet. Inside was a basin that could be filled with water to a depth of about 2 feet, brought from a spring in the cave through a system of canalization. A large block positioned in the basin would have been submerged when it was filled with water and clearly served for part of the ritual; nearby is a stone altar that was intended to remain above water when the basin was filled, as it was raised from ground level with rocks placed beneath it. By a series of stairs the participants could descend to the water. Niches in the walls of the cave were repositories for a wide variety of votives--prenuptial offerings and objects found in *other nymphaea, in women's tombs, and in Persephone-Demeter shrines.[*Delete "other", since it must not be assumed that the cave in question is a Nymphaeum. // The author does not realize that altars were never built in nymphaea.// A misleading statement has been made, namely that votives, or the votives found in that cave, were "pre-nuptial" offerings. Anyway, votives were normally anticipatory offerings or, more typically, fulfilments of vows made to a deity, if it granted an asked for favor here on earth. Votives are thanks-givings, not pre-nuptial or other gifts. Many Italian churches are filled with votives. The tradition of thanksgiving has been kept alive.]
Before examining the ritual itself and the votive objects that might provide details about what activities took place in the cave, it may be important to reflect upon the Greek idea of nymph, and what particular connotations it might have had in Locri. Nymphê is the Greek word for "bride." In this respect Persephone was a nymph, and it would make sense for ritual activity in the Mannella shrine to be continued in the Grotta Caruso.[Unfortunately, there is no record of Kore or Persephone even being called a nymph.] More accurately, however, it is the Greek word for "nubile young woman," since words like nymphê or parthenos reflect a social, not a technical, legal, or physical reality. (Penelope is called nymphê at Od. 4.743.) Greek literature is full of unmarried wood nymphs or water nymphs, young women who lived in the wild, in the countryside--the untamed areas--where they were accompanied by Pan or silens. These mythical nymphs, like their male companions, were sexual creatures.Nymphai, mortal and mythical, were sexual beings by definition, as Jennifer Larson has pointed out (Greek Nymphs. Myth, Cult, Lore [2001] 3). Mythical nymphai were aggressively so: nympholepts like Narcissus or Sicilian shepherds were victims of these female erotic predators, deinai theai (Theocritus, Id. XIII.43). The erotic valence that surrounded nubile women generally in Greece was heightened in stories involving mythical nymphs, but also surrounded the human nymphai (brides) of Locri, the city's nubile young women. James Redfield, in his recent book The Locrian Maidens: Love and Death in Greek Italy (2003), has drawn attention to the consequences of the fact that in Locri women were foregrounded in ways we have not as yet encountered on the Greek mainland. Locrian women, not men, transmitted class and rank through the marriage bond. Locrian men may have conveyed property through marriage, but Locrian women determined the social status of their husbands. Their nubility possessed the potential to confer nobility. Prenuptial rituals, such as those that took place at the Mannella shrine and in the Grotta Caruso, had social consequences [What prenuptial rituals? The author has yet to give one hint that prenuptial rituals took place there] that went much further than providing a rite of passage for girls, and it is probably safe to say that they commanded the attention of Locrian citizens generally.
The essential eroticism of Greek nymphs was combined with two other important features, the chthonic and the playful. In Greek myth and iconography nymphs also formed part of the Dionysiac thiasos, being indistinguishable from maenads in many instances (see Cornelia Isler-Kerenyi, AA [1999.4] 553-56, and Larson, Greek Nymphs, 91-96). In the Hellenistic period they participated in the expanding complexity of Dionysos--god of the theater and of play, of wine and the thyrsus, of madness and ecstasy, of death and rebirth, the god who offered hopes for an afterlife--and this intricate assembly of powers found its way into the symbolic expressions for the nymphs, ritual and human, who frequented the Grotta Caruso. [Once again in modern times, the nubile Locrian girls, and Persephone herself, are identified with Dionysian nymphs or maenads!]
Like the Persephone-nymph depicted on the pinakes[FALSE!!! See p. 103 for the depiction of nymphs], the nymphs in the cave possessed chthonic features. Caves were not infrequently represented as entrances to the Underworld. (We call to mind the cave in which Odysseus takes refuge [Od. 13.96-112] with its two entrances, one of which allows the "descent of mortals," while the other is reserved for immortals.) Shrines honoring nymphs were frequently found in proximity to those of other chthonic gods such as Zeus Meilichios. (A nymphê whose shrine was located in the Athenian agora may have been the consort of this god [Larson, Greek Nymphs, 112].) The young Locrian women who entered the Grotta Caruso and descended the stairs may well have been enacting a ritual descent to the Underworld where, like Persephone, they prepared themselves to encounter an underworld spouse.
The erotic and the chthonic [no,no!] are central to the Greek portrait of nymphs and appropriate features for prenuptial activity in Persephone-dominated Locri. During the ritual activity at the Grotta, we assume that nubile young women went down the stairs and into the basin of water.Prenuptial ritual bathing was commonin cults dedicated to nymphs. [We may so assume, but these facts are inconsequential here.] That the Locrian women sat on the submerged rock and poured water over themselves seems likely. It would find a parallel in Callimachus' Aitia 66, describing an Argive practice where women weave a robe for Hera, but only after they sit down on a rock in the fountain of the water nymph Amymone and pour sacred water over their heads. Callimachus addresses Amymone and other water-nymphs:
…heroines, children of the daughter of Iasus (Io). Bride of Poseidon, water-nymph, for those women whose task it was To weave the pure robe for Hera, to stand beside the weavers' rods Before they had sat on the sacred rock and poured your water down over their heads Was not right. This is the rock in the center, around which you flow. Queenly Amymone, and beloved Physadea And Hippe and Automate, hail most ancient homes of nymphs, And flow, sparkling Pelasgian maidens.
Another parallel to the Grotta Caruso ritual may be suggested by one of the Sacred Laws of Cyrene (SEG IX.72.16), which prescribes a katabasis to appease Artemis for the loss of virginity at marriage:
A bride must go down to the nymphaeum to Artemis, whenever she wishes at the Artemisia, but the sooner the better. Any woman who does not go down shall sacrifice in addition what is necessary for young women. If she has not gone down, she will purify the shrine and sacrifice in addition a full-grown animal as penalty.
That there was water accompanying this ritual is suggested by the fact that underground chambers have been found in Cyrene below water level, with seats carved into the rock and a 4th century dedication inscription to Artemis (F. Chamoux,.Cyrène sous les Battiades [1953] 318).
The Cyrenean ritual, like those at the Grotta Caruso, was connected with marriage, and the votive artifacts from the Locrian cave consist of a complex array of proteleia, including a large number of terracotta nude females, kneeling or sitting but with truncated limbs. These figurines have been found in women's tombs in Locri and in the area of the theater. Elsewhere in Magna Graecia and in Sicily they also turn up in the graves of young women. Often their arms have been deliberately cut off, or their legs at the calves or the knees. Some have holes in the truncated limbs, suggesting that limbs could be added, like dolls with articulated arms and legs that could move. These dolls, who wear the polos, are likely votive gifts intended for a goddess who would oversee a young girl's transition as nymphê. One of the better known epigrams from the Hellenistic Anthology (AP VI.280) honours Timareta, a korê who died before her marriage, but after she had dedicated her dolls to Artemis Limnatis:
Timareta before her wedding dedicated her tambour and her lovely ball And the hair-net that held her hair. Her dolls (korai), too, to Artemis of the Lake, a korê to a korê, as is fitting, And the clothing of the dolls. Daughter of Leto, do you place your hand over the girl Timareta And in purity may you preserve her purity.
The epigram makes explicit a triple identification of korai: Timareta-korê, Artemis-korê, and the votive doll-korai. This may provide us with a clue to understanding the role of these Grotta Caruso dolls: the polos they wear suggests that they are intended to represent a goddess-korê, Persephone perhaps, or a presiding Nymph of the Grotto; they could have functioned as korê-doll gifts to the goddess while at the same time representing the korai-nymphai who were performing rituals in the nymphaeum. The nude figurines were also found in the Mannella sanctuary [the so-called Persephone's Sanctuary or Shrine], and Persephone's presence is felt in the Grotta with the occurrence of terracotta busts like many found throughout this part of the world in Demeter/Persephone sanctuaries. But nymphs are also clearly represented by the artifacts. Many terracotta plaques featuring three female heads were found in the Grotta, sometimes with Pan and sometimes with Dionysiac symbols. This trio of heads is found in nymphaea, in Persephone shrines, and in tombs elsewhere in the Greek world, but in the Grotta Caruso an unusual combination occurs: sometimes the nymphs appear with a tauromorph, a bull with a human face and horns. The iconography of this figure is consistent with portraits of Acheloos or other river gods, and we have textual evidence that ties the Locrian one to a river. An inscription on one of the Grotta's plaques names the bull-man as Euthymos, a curious Locrian hero. Euthymos was a historical figure, a boxer from Locri who was victorious at Olympia three times. A statue was erected there in his honour (its inscription survives), and Callimachus celebrated his successes (frr. 84-85 Pf). But we learn from Pausanias (VI.6.4), Pliny the Elder (NH VII.152) and Aelian (VH VIII.18) that Euthymos also achieved legendary status by vanquishing a daimon that had been menacing the nearby city of Temesa. The city had been obliged by Delphi to propitiate an earlier offence by offering to the daimon the most beautiful parthenos in the city each year. Euthymos' reward for defeating the daimon was to receive as bride, as nymphê, the young girl dedicated that year. The nuptial connection between Euthymos and the Grotta's nymphs becomes clearer. It is enhanced, however, by the water connection of Euthymos. As a legendary figure he was the son of the river Kaikinos, and when his long life was over he leapt into a river and disappeared. Historical and legendary hero, he was also a cult-hero: when two of his statues were miraculously struck by lightning on the same day, Delphi prescribed a cult in his honour. Why, we may ask ourselves, did the Locrian women dedicate in the Grotta these plaques with the three nymphs and Euthymos? There are no parallels for this practice, and no analogies to be found in texts from elsewhere. It could well be that there was a general hero-cult of Euthymos in Locri in which the young women participated, then integrated their experience into this other ritual. The narrative of the Temesian daimon fits a Locrian narrative pattern in which nubile women are preserved from danger (e.g., Pindar, Pyth. 2.19), and a woman who purchased a plaque with Euthymos and the nymphs could be making a thank-offering for the general security of Locrian parthenoi. Or her focus could be the erotic connection between a hero and a parthenos, under the patronage of those sexual divinities at the spring, the nymphs. The connection between a hero with water-associations and a nubile young woman under the patronage of the sexual divinities of the Grotta's spring perhaps explains it. Not to be forgotten, however, is the fact that Euthymos as a tauromorph is a dead hero, a chthonic spouse.
Beyond the erotic and the chthonic there is a third feature of Greek nymphs, the playful aspect. Nymphs are playful, and transgressively so. This may help to explain one of the most curious aspects of the activities that took place in the Grotta, the theatrical. Many of the artifacts from the cave were also found with votive deposits in the Hellenistic theater in Locri, such as the nude female figures wearing the polos and plaques with the three nymphs. But more direct theatrical elements appeared in the cave itself--masks, silens and comic actors, and a large figure belonging to the phlyax theater (Costabile, I ninfei di Locri Epizefiri, fig. 128). It has the distorted body, grotesque face and protruding belly associated with phlyax actors depicted on South Italian vases.Phlyax plays have long been assumed to be a kind of South Italianfarce, precursors of the Atellana, but T.B.L. Webster, followed now by Oliver Taplin in Comic Angels (1993), would give them a better pedigree. Taplin argues that, like the Apulian vases, the degree of their sophistication has long been under-estimated because of the (appropriate) grotesquery of the characters. Taplin makes a strong case for the sophisticated wit of the people of Southern Italy and Sicily, where phlyax plays were enjoyed: with inter-textual evidence he demonstrates that these were clever parodies of the great Athenian tragedies, and even meta-comic, with allusions to Aristophanes. We know that Locri participated in the genre. The Locrian poet Nossis celebrated the best-known phlyax playwright of Magna Graecia, Rhinthon, in an epitaph that invites the passer-by to laugh loudly at his tomb (AP 7.414)
As you pass by laugh, laugh loudly, and spare a kind word for me. I am Rhinthon of Syracuse. I may have been one of the lesser nightingales of the Muses, but I picked myself a special ivy-wreath thanks to my tragic phlyakes.
Rhinthon, who was born in Syracuse but worked in Taras/Tarentum, has earned the reputation of expanding the genre of tragi-comedy, subverting some of the Attic conventions. It is very likely that his plays were performed in the theater at Locri, and the presence of a phlyax figure in the Grotta suggests that Locrian women enjoyed the sophistication and wit he represents. It is worth recalling that comic plays were written about Locrian women: the title Locrides is ascribed to both Anaxandrides and Posidippus. There may have been actual theatrical performances in the cave: among the votive objects were miniature models of the Grotta on which curtains were carved in relief. Terracotta figurines of comic actors and musicians, along with masks, indicate the importance of the theater to the votaries. The chiaroscuro mix of the serious and the comic, like the interplay between death and life, would be appropriate for the rituals in a nymphaeum.
The spoudogeloion environment of the Locrian cave may be explained further by the reflection that Persephone's presence would have been felt along with that of the nymphs. Laurie O'Higgins, in Women and Humor in Classical Greece (2003), argues that the ritual abuse in which Greek women engaged at Demeter/Persephone festivals like the Thesmophoria played a part in the general development of sexual humor in Greek poetry and the enjoyment of the grotesque on the comic stage. These "carnivals of women," as she calls them, explored the possibilities that came out of the grotesque, reflected in--for example--the pregnant crone figures found at Demeter/Persephone sites, or Baubo figurines. (Paolo Orsi in excavating the Mannella shrine found a Baubo figure.) In the Grotta Caruso the Locrian brides probably indulged in the ridiculous and the excessive with their comic votives; the voices and the laughter that echoed from the Grotta may have been anything but solemn.
A feature that merits further research is the direct connection in Southern Italy and Sicily between nymphaea and the theater. The largest and best-known theater in the area is of course that of Syracuse, frequented by Pindar, Aeschylus, Plato, and Lysias. And directly behind the top tier of seats is a nymphaeum. This was situated next to the pre-existing Via dei Sepolcri, the "Street of the Tombs" that later became one of the entries to the theater. As in the Grotta Caruso, we have in Syracuse the collocation of death, nymphs and theater. We also have water: today, the water still flows from a spring through the alcove of the central cave. Before the construction of the Syracusan theater the niches in the rocks (some artificial and some natural) afforded places for votive deposits to the nymphs who provided fresh water. Even earlier, the pre-Greek population used these niches for burials. When Paolo Orsi excavated the nymphaeum in 1900 he found female busts, nymph-plaques with three small heads, a relief of Pan and a silen mask: the nymphs here were poised to play.
The collocation of theaters with springs, fountains and nymphaea is remarkably common in the Greek Mediterranean world: examples are found in Sicily at Agrigento, Akrai, Morgantina, Segesta, Tindari and Taormina. And the collocation in various sites of votive artifacts representing Demeter/Persephone with comic figures and masks is no less striking. Perhaps the most impressive collection to date was unearthed on the island of Lipari, off the north shore of Sicily. (These are described by Bernabò Brea in Menandro e il teatro Greco nelle terracotta liparese, 1981.) Here, in the necropolis known as Contrada Diana, was a Koreion. Busts of Persephone were found in the Koreion together with silens. From tombs in the necropolis came a stunning and precious collection of terracotta masks, of characters from Attic tragedy and satyr plays, from Middle Comedy, phlyax plays, and New Comedy. Lipari was clearly devoted to the theater in the 4th and 3rd centuries B.C.E., and the theatrical life appears to have been continued after death. In many tombs were found eggs, a universal symbol of death and renewal. Eggs also appear to have been tied to the phlyax theater. On a Lucanian crater from the 4th century a phlyax player holds up a platter with five eggs (P. Claudio Sestieri, Dioniso 7 [1940] 191-95). In another Campanian crater a phlyax player converses with Dionysos; the god holds his thyrsos, the actor a torch in his right hand and an egg in his left (Gennaro Pesce, Dioniso 7 [1939] 162-65). This is a clear collocation of the chthonic and the playful.
Returning to Locri and the women's katabasis ritual [no Ritual of Descent to Hades has been shown; it was merely suspected, but what there may have been is a descent into water and a washing (Plusis)] in the Hellenistic period, we can, I think, make better sense of the Grotta's conflation of the erotic, the chthonic and the playful [a confusion, not a conflation!] by seeing how Dionysos moved through the rest of this part of the world at this time. He was a natural fit with the nymphs and with Persephone: as Heraclitus says, "Hades and Dionysos are one" (fr. 15 DK). Dionysos released the soul through ecstasis and through play. No direct representations of Dionysos have been found inside the Grotta, but his companions--silens, phlyakes, nymphsand likely Persephone herself--offered the participants a world like that enjoyed by his initiates, one which hinted at the ultimate reality he promised.
[Conclusion: All the mentioned facts are left open for interpretation.]
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My view of the Grotta Caruso will follow after the following 2 posts.
LET US LOOK MORE CLOSELY AT DEMETER AND HER ATTRIBUTES
Demeter
From Wikipedia, the free encyclopedia
Demeter (pronounced /dɨˈmiːtɚ/; Greek: Δημήτηρ, ......., in Greek mythology, is the goddess of grain and fertility, the pure. Nourisher of the youth and the green earth, the health-giving cycle of life and death, and preserver of marriage and the sacred law. She is invoked as the "bringer of seasons" in the Homeric hymn, a subtle sign that she was worshipped long before she was made one of the Olympians. The Homeric Hymn to Demeter has been dated to about the seventh century BC.[1] She and her daughter Persephone were the central figures of the Eleusinian Mysteries that also predated the Olympian pantheon.
Her Roman equivalent is Ceres, from whom the word "cereal" is derived.
Demeter is easily confused with Gaia or Rhea, and with Cybele. The goddess's epithets reveal the span of her functions in Greek life. Demeter and Kore ("the maiden") are usually invoked as to theo ('"The Two Goddesses"), and they appear in that form in Linear B graffiti at MycenaeanPylos in pre-classical times. A connection with the goddess-cults of MinoanCrete is quite possible.
According to the Athenian rhetoricianIsocrates, the greatest gifts which Demeter gave were cereal (also known as corn in modern Britain), which made man different from wild animals; and the Mysteries which give man higher hopes in this life and the afterlife.[2]
In various contexts, Demeter is invoked with many epithets, which offer clues to her roles:
Demeter, Triptolemus and Persephone
Potnia ("mistress") in the Homeric Hymn to Demeter is an ancient epithet which appears in Mycenaean inscriptions in Linear B. Hera especially, but also Artemis and Athena, are addressed as "Mistress". As Erinys ("implacable"),[3] a stern Demeter is invoked: the Erinyes or furies, were the implacable agents of retribution; in a similar sense, Demeter could be invoked as Thesmophoros ("giver of customs" or even "legislator") a role that links her to the even more ancient goddess Themis. This title was connected with the Thesmophoria, a festival of secret women-only rituals in Athens connected with marriage customs.
Chloe ("the green shoot")[4] invokes her powers of ever-returning fertility, as does Chthonia ("in the ground").[5]Anesidora ("sending up gifts from the earth") applied to Demeter in Pausanias 1.31.4, also appears inscribed on an Attic ceramic as a name for Pandora. Demeter might also be invoked in the guise of
Malophoros ("apple-bearer" or "sheep-bearer", Pausanias 1.44.3)
Kidaria (Pausanias 8.13.3),
Lusia ("bathing", Pausanias 8.25.8)
Thermasia ("warmth", Pausanias 2.34.6)
Kabeiraia, a pre-Greek name of uncertain meaning that links Demeter as patroness to the Kabeiroi.
Achaea, the name by which she was worshipped at Athens by the Gephyraeans who had emigrated from Boeotia.[6][7]
Thesmophoros ("giver of customs" or even "legislator", a role that links her to the even more ancient goddess Themis. This title was connected with the Thesmophoria, a festival of secret women-only rituals in Athens connected with marriage customs.)
Bearing sheaves and poppies in both hands. — Idyll vii.157
In a clay statuette from Gazi (Heraklion Museum, Kereny 1976 fig 15), the Minoan poppy goddess wears the seed capsules, sources of nourishment and narcosis, in her diadem. "It seems probable that the Great Mother Goddess, who bore the names Rhea and Demeter, brought the poppy with her from her Cretan cult to Eleusis, and it is certain that in the Cretan cult sphere, opium was prepared from poppies" (Kerenyi 1976, p 24).
In honor of Demeter of Mysia a seven-day festival was held at Pellené in Arcadia (Pausan. 7. 27, 9). Pausanias passed the shrine to Demeter at Mysia on the road from Mycenae to Argos but all he could draw out to explain the archaic name was a myth of an eponymous Mysius who venerated Demeter. She is the daughter of Cronus and Rhea.
Colossal Statue of Ceres, Vatican Museums, Rome, Italy. Demeter and Ceres are identified in art as holding a tuft of grain.
She was associated with the Roman goddess Ceres. When Demeter was given a genealogy, she was the daughter of Cronos and Rhea, and therefore the elder sister of Zeus. Her priestesses were addressed with the title Melissa.
Demeter taught mankind the arts of agriculture: sowing seeds, ploughing, harvesting, etc. She was especially popular with rural folk, partly because they most benefited directly from her assistance, and partly because rural folk are more conservative about keeping to the old ways. Demeter herself was central to the older religion of Greece. Relics unique to her cult, such as votive clay pigs, were being fashioned in the Neolithic. In Roman times, a sow was still sacrificed to Ceres following a death in the family, to purify the household.
[]Demeter Erinys: Vengeful Demeter
[]Demeter and Poseidon
Demeter and Poseidon's names are linked in the earliest scratched notes in Linear B found at Mycenaean Pylos, where they appear as PO-SE-DA-O-NE and DA-MA-TE in the context of sacralized lot-casting. The 'DA' element in each of their names is seemingly connected to an Proto-Indo-European root relating to distribution of land and honors (compare Latin dare "to give"). Poseidon (his name seems to signify "consort of the distributor") once pursued Demeter, in her archaic form as a mare-goddess. She resisted Poseidon, but she could not disguise her divinity among the horses of King Onkios. Poseidon became a stallion and covered her. She bore to Poseidon a Daughter, the "Mistress" whose name might not be uttered outside the Eleusinian Mysteries, and a steed named Arion, with a black mane and tail.
In Arcadia, Demeter was worshiped as a horse-headed deity into historical times:
The second mountain, Mt. Elaios, is about 30 stades from Phigaleia, and has a cave sacred to Demeter Melaine ["Black"]... the Phigalians say, they accounted the cave sacred to Demeter, and set up a wooden image in it. The image was made in the following fashion: it was seated on a rock, and was like a woman in all respects save the head. She had the head and hair of a horse, and serpents and other beasts grew out of her head. Her chiton reached right to her feet, and she held a dolphin in one hand, a dove in the other. Why they made the xoanon like this should be clear to any intelligent man who is versed in tradition. They say they named her Black because the goddess wore black clothing. However, they cannot remember who made this xoanon or how it caught fire; but when it was destroyed the Phigalians gave no new image to the goddess and largely neglected her festivals and sacrifices, until finally barrenness fell upon the land.
As for Demeter, she was literally furious (Demeter Erinys) at the assault, but washed away her anger in the River Ladon, becoming Demeter Lousia, the "bathed Demeter".[8] "In her alliance with Poseidon," Karl Kerenyi noted,[9] "she was Earth, who bears plants and beasts, and could therefore assume the shape of an ear of corn or a mare." In her period of eclipse, the Grain Goddess brought desiccation and death to the croplands of which she was the patroness. Pausanias explicitly connects the neglect of her festival with the barrenness of Phigalia. The rites at Phigaleia noted by Pausanias remained local; by contrast, the specifically Eleusinian mythic theme of Demeter and Persephone, accounting in another way for the annual eclipse of Demeter, was given the widest conceivable currency through the Eleusinian Mysteries that celebrated and recreated it, and passed into the mainstream tradition, as it was carried by literary sources.
[]Demeter and Persephone
The central myth of Demeter, which is at the heart of the Eleusinian Mysteries, is her relationship with Persephone, her daughter and own younger self. In the Olympian pantheon, Persephone became the consort of Hades (Roman Pluto, the underworld god of wealth). Demeter had a large scope of abilities. Besides being the goddess of the harvest, she also controlled the seasons, and because of that she was capable of destroying all life on earth. In fact, her powers were able to influence Zeus into making Hades bring her daughter Persephone up from the underworld. Persephone became the goddess of the underworld when Hades abducted her from the earth and brought her into the underworld. She had been playing with some nymphs, whom Demeter later changed into the Sirens as punishment for having interfered, and the ground split and she was taken in by Hades. Life came to a standstill as the depressed Demeter searched for her lost daughter.
Finally, Zeus could not put up with the dying earth and forced Hades to return Persephone by sending Hermes to retrieve her. But before she was released, Hades tricked her into eating six pomegranateseeds (the number varies in various versions; one, three, four, or even seven according to the telling), which forced her to return for six months each year. When Demeter and her daughter were together, the earth flourished with vegetation. But for six months each year, when Persephone returned to the underworld, the earth once again became a barren realm. Summer, autumn, and spring by comparison have heavy rainfall and mild temperatures in which plant life flourishes. It was during her trip to retrieve Persephone from the underworld that she revealed the Eleusinian Mysteries. In an alternate version, Hecate rescued Persephone. In other alternative versions, Persephone was not tricked into eating the pomegranate seeds but chose to eat them herself, or ate them accidentally, that is, not knowing the effect it would have or perhaps even recognize it for what it was. In the latter version it is claimed that Ascalaphus, one of Hades' gardners, claimed to have witnessed her do so, at the moment that she was preparing to return with Hermes. Regardless, the result is the occurrence of the unfruitful seasons of the ancient Greek calendars.
According to Robert Graves, Persephone is not only the younger self of Demeter, she is in turn also one of three guises of Demeter as the Triple Goddess. The other two guises are Kore (the younger one, signifying green young corn, the maiden) and Hecate (the elder of the three, the harvested corn, the crone) with Demeter in between, signifying the ripe ears, the nymph, waiting to be plucked, which to a certain extent reduces the name and role of Demeter to that of groupname. Before Persephone was abducted by Hades, an event witnessed by the shepherd Eumolpus and the swineherd Eubuleus (they saw a girl being carried of into the earth which had violently opened up, in a black chariot, driven by an invisible driver), she was called Kore. It is when she is taken that she becomes Persephone ('she who brings destruction'). Hekate was also reported to have told Demeter that she had heard Kore scream that she was being raped. (Robert Graves, The Greek Myths, 24. p. 94–95, ISBN 0-14-001026-2)
Demeter was searching for her daughter Persephone (also known as Kore). Having taken the form of an old woman called Doso, she received a hospitable welcome from Celeus, the King of Eleusis in Attica (and also Phytalus). He asked her to nurse Demophon and Triptolemus, his sons by Metanira.
As a gift to Celeus, because of his hospitality, Demeter planned to make Demophon as a god, by coating and anointing him with Ambrosia, breathing gently upon him while holding him in her arms and bosom, and making him immortal by burning his mortal spirit away in the family hearth every night. She put him in the fire at night like a firebrand or ember without the knowledge of his parents.
Demeter was unable to complete the ritual because his mother Metanira walked in and saw her son in the fire and screamed in fright, which angered Demeter, who lamented that foolish mortals do not understand the concept and ritual.
Instead of making Demophon immortal, Demeter chose to teach Triptolemus the art of agriculture and, from him, the rest of Greece learned to plant and reap crops. He flew across the land on a winged chariot while Demeter and Persephone cared for him, and helped him complete his mission of educating the whole of Greece in the art of agriculture.
Later, Triptolemus taught Lyncus, King of the Scythians the arts of agriculture but he refused to teach it to his people and then tried to murder Triptolemus. Demeter turned him into a lynx.
Some scholars believe the Demophon story is based on an earlier prototypical folk tale.[10]
[]Children
.......
[]Portrayals
Demeter was usually portrayed on a chariot, and frequently associated with images of the harvest, including flowers, fruit, and grain. She was also sometimes pictured with Persephone.
Demeter is not generally portrayed with a consort: the exception is Iasion, the youth of Crete who lay with Demeter in a thrice-ploughed field, and was sacrificed afterwards – by a jealous Zeus with a thunderbolt, Olympian mythography adds, but the Cretan site of the myth is a sign that the Hellenes knew this was an act of the ancient Demeter.[citation needed]
Demeter placed Aethon, the god of famine, in Erysichthon's stomach, making him permanently famished. This was a punishment for cutting down trees in a sacred grove.[citation needed]
In Nirvana's In Utero liner notes, Kurt Cobain lists the people he thanks, including 'the goddess Demeter'. On the back of the album there are some symbols related to Demeter.
In Bram Stoker's novel Dracula, the sailing ship Demeter is taken over and its crew killed by the Count before running aground on the English coast.
Demeter appeared in the 1997 Disney movie, Hercules and the animated series based on it, as one of the gods upon Mount Olympus.
Demeter (together with Dionysius) was used as an archetype for the character Tori by contemporary artist Tori Amos in her 2007 album American Doll Posse. Amos created five personalities for the album, each representing a different Greek god or goddess.
In the computer game Zeus: Master of Olympus, Demeter is one of the gods to whom the player can build a temple. The completion of the sanctuary to Demeter provides the city with arable farmland suitable for raising crops or livestock; the goddess provides blessings and sanctification of buildings associated with produce, and can be appealed to for a supply of food.
In the Konami game for the MSX computer The Maze of Galious, Demeter is one of the gods the player can visit to buy artifacts which gives extra powers.
[]References
^ Nilsson, p.45: "We have a document concerning the Eleusinian cult which is older and more comprehensive than anything concerning any other Greek cult, namely, the Homeric Hymn to Demeter composed in Attica before Eleusis was incorporated into the Athenian state, not later than the end of the seventh century B.C. We know that the basis of the Eleusinian Mysteries was an old agrarian cult celebrated in the middle of the month Boedromion (about October) and closely akin to the Thesmophoria, a festival of the autumn sowing celebrated by the women not quite a month later. I need not dwell upon this connection, which is established by internal evidence as well as by direct information."
^Isocrates, Panegyricus4.28: "When Demeter came to our land, in her wandering after the rape of Kore, and, being moved to kindness towards our ancestors by services which may not be told save to her initiates, gave these two gifts, the greatest in the world — the fruits of the earth, which have enabled us to rise above the life of the beasts, and the holy rite, which inspires in those who partake of it sweeter hopes regarding both the end of life and all eternity".
^ Nilsson, p.50: "The Demophon story in Eleusis is based on an older folk-tale motif which has nothing to do with the Eleusinian Cult. It is introduced in order to let Demeter reveal herself in her divine shape".
Walter Burkert (1985) Greek Religion, Harvard University Press, 1985.
Ingri and Edgar Parin d'Aulaire, D'Aulaire's Book of Greek Myths, 1962. An illustrated book of Greek myths retold for children.
To the southwest of the city in the Wadi bel Gadir lies the extra-mural Sanctuary to Demeter and Persephone, a recently discovered Greek temple and theatre complex, and the still unexplored southeastern suburbs and necropoli of Cyrene that run along the main road leading from Cyrene to Balagrae (modern el-Beida).
The extra-mural Sanctuary of Demeter and Persephone in the Wadi bel Gadir
The extramural Sanctuary of Demeter and Persephone was laid out about a generation after the initial foundation of Cyrene (ca 620 B.C.) and continued in use throughout the Roman period, The Sanctuary was badly damaged by an earthquake in A.D. 262 and eventually totally destroyed by an even more severe one in A.D. 365. In its heyday, which in terms of architectural expansion seems to have coincided with the reigns of Trajan through Antoninus Pius (A.D. 98 - 161), the Sanctuary covered more than 9,000 sq m. Its structures were distributed over 20 m of abruptly rising ground, broken into three major terraced divisions designated as the Lower, Middle, and Upper Sanctuaries.
One of the largest and best-preserved sanctuaries dedicated to Demeter and Persephone in the eastern Mediterranean, the hillside sanctuary is terraced on at least three levels supported by various retaining walls. The Upper Sanctuary area is still largely unexcavated. Its importance and the richness of finds are a testament to the prosperity of the city of Cyrene: in seven seasons of excavation, a great quantity of votive materials spanning the life of the sanctuary were unearthed: these include ca 4.500 terracotta figurines, ca 750 pieces of marble and limestone sculpture and reliefs, a large amount of high quality Attic Black and Red Figure, Corinthian, Rhodian, Chiot, other East Greek, and Laconian pottery, as well as Hellenistic and Roman fine wares, small votive bronzes, Archaic gem stones and scarabs, jewelry, faience, glass, lamps, inscriptions, and gold, silver, and bronze coins.
Entry to the lower northwest corner of the Sanctuary from the nearby walled city was gained in antiquity by means of a bridge across the wadi drain. Narrow steps cut in the steep opposite face of the wadi above the bridge permitted access to the city's agora through some still undisclosed opening in the walled ramparts. A monumental staircase connected the Sanctuary's upper grounds to an unidentified walled complex installed at a higher level on the great hill rising to the south. The principal entrance to the Upper Sanctuary during the Roman period was provided by a four-columned propylaeum or gate-way, strategically positioned in front of the junction of the monumental hillside staircase and the ancient road leading back to the southeast suburban quarter of the city along the rim of the wadi. In this way, the Sanctuary grounds were architecturally linked with both the city and the countryside that lay to its south. Extensive necropoli with well-articulated architectural facades stretch along the north end of the Wadi bel Gadir and also along the main road leading to Balagrae. The proximity of these cemeteries in the area around the Wadi bel Gadir Sanctuary may all be connected to the chthonic activities of the two goddesses in their capacity to protect the dead.
The history of the cult of Demeter and Persephone/Kore is linked to that of the city. Cyrenean society was a well-documented and complex mixture of peoples, most notably Greek, Libyan, Ptolemaic Egyptian, and Roman, created by the social and cultural melding of the indigenous societies with the waves of newly arriving colonists. The architectural development of the extramural sanctuary can be seen to wax and wane with the city's fortunes.
Rural and extra-mural sanctuaries can often be expressive of the territorial sovereignty of a Greek polis-the rituals conducted within them help to define local politics, society, and culture. A sanctuary in an extra-urban setting such as the one at Cyrene has a dual nature. It is first an exclusive space-the embodiment of the sacred in the countryside, a space that marks off the city from the "untamed" world of nature or from the space of other communities. It is also an inclusive space which serves, through its festivals, cult forms, and ritual practices, as a center for civic expression and for mediating contact with the peoples of the surrounding area.
In the choice of its divinities, the timing of its foundation, and its siting, the extra-mural Sanctuary in the Wadi bel Gadir conforms to de Polignac's theories on extra-urban sanctuaries in the Greek colonial world. Founded after the first generation of colonists had arrived, the sanctuary in the Wadi bel Gadir marked the young colony's first territorial expansion into the surrounding countryside. On a hillside, near a spring, in a peri-urban location (at the base of the city walls, but outside them, near the rich farmland surrounding the city), the Sanctuary was intended to be a transitional element between city and country. It served both to link the two areas and to assert the power of the city over that of the countryside.
The goddesses Demeter and Kore/Persephone and their agrarian festival, the Thesmophoria (known to have been celebrated at Cyrene), must have been important to Cyrene, whose economy was heavily dependent on the production of grain and livestock. The rites of the Thesmophoria, with their emphasis on the recurrent cycling of the seasons, symbolize the ancient city's concern or a secure future-the birth of an abundant number of healthy citizen children and the growth of sufficient crops to feed them. Married women were placed in charge of the festival's conduct in accordance with the Greek view that, despite many societal restrictions, females had one inviolate power-the control of reproduction.
The Thesmophoria were of interest to the women of both the city and the countryside as well as to the local Libyan tribes who also farmed and pastured flocks. At Cyrene, this celebration may have included a procession which began in the Demeter temple in the city's agora and ended in the extra-mural Sanctuary, a procession that perhaps inspired the Cyrenean poet Kallimachos when he composed his "Hymn to Demeter", while serving as librarian to the Ptolemaic court in Alexandria. The physical movement of the women from within the city walls to the wadi outside would have a symbolic resonance. Their procession linked the "inner city" to the "outside territory" and displayed the potential fertility of the Cyrenean citizenry to those outside the polis. Rituals such as this serve both to clarify and to bridge societal gaps.
The main celebration of the Thesmophoria at Cyrene seems to have been held in the Wadi bel Gadir Sanctuary, where the remains of piglet sacrifices and the broken crockery from the ritual meals have been found. The networks of alliance, solidarity, and dependence instituted in the Thesmophoria were strengthened by the ritual meal shared by the participants. These sacrificial meals were an opportunity for the assertion of authority by persons controlling access to food, most particularly meat. In the Wadi bel Gadir Sanctuary, the leading female citizens of the polis had this power and probably used it to advantage to extend their authority over the inhabitants of the region. It was advantageous for the city's land-owning elite to control the Wadi bel Gadir cult, whose rituals symbolically protected the territory around the polis.
The extra-mural Sanctuary in the Wadi bel Gadir provides a detailed look at localized cultic activity spread over more than 800 years. The first six centuries of its architectural development display a gradual accumulation of separate parts-outer walls, terraces, gateways, steps and access doorways, "storage" rooms and other miscellaneous but all too frequently unidentifiable utilitarian structures, water works, and, above all, individual independent shrine houses, whose collective appearance appears to be the consequence of practical requirements present from the outset of the cult. To a large extent the execution of the various separate parts exhibits a pervasive conservatism. In perhaps equal measure their final assembly betrays a form of topographical determinism in which the site, as opposed to any set of abstract religious/aesthetic theories, governs the cumulative architectural result. The close link with the surrounding agricultural region has been argued to be both physical through the mechanism of monumental stairs that led to a second architectural complex on the hilltop to the south and economic based on revenues derived from the adjacent fields and grazing lands that in part may have been owned by the priesthood or were at least subject to their taxation. The extent to which the sanctuary in its final form "faced" north in the direction of the walled city or south toward the grain fields and pasture lands stretching toward ancient Balagrae will be determined by future work.
The extra-mural Sanctuary appears to have been the preserve of the city's elite for most of its existence. The emphasis on a traditional Greek cult practice, with some local variations, squares with what is said of Cyrenean culture in general-that it is a combination of traditional Hellenic, contemporary Greek, Roman, and Libyan elements. This conservative city was controlled by a land-owning elite, who sustained many of their agrarian interests through the worship of Demeter and her daughter Persephone in the extra-mural Sanctuary in the Wadi bel Gadir, and who, through the rituals practiced within that Sanctuary, extended the authority of their polis over the surrounding region.
Current Project Staff
Oberlin College: Prof. Susan Kane, Department of Art Prof. Samuel Carrier, Department of Psychology
University of Birmingham, Institute of Archaeology and Antiquity: Prof. Vince Gaffney Mr. Richard Cuttler Miss Helen Goodchild Dr Andy Howard Dr Gareth Sears
University of Pennsylvania: Prof. Donald White
ISM-CNR, Roma: Dr. Donato Attanasio
Aptigent: James Barker Steve Cox Paul McKey
In Collaboration with
Department of Antiquities, Shahat: Abdulgader el Muzeine, Controller
Omar al Mukhtar University: Dr. Saleh R. Akab, Department of Archaeology
Copyright � 2008 Cyrenaica Archaeological Project. All rights reserved.
WHAT IS THE GROTTA CARUSO AT LOCRI?
Unlike a nymphaeum, the water-fed basin or tub is covered (as it is within a cave) and it has an altar or something to that effect. So, the grotta looks more like a private Artemisian place with an artificial well or fount for the purification of girls to be married or girls who had pre-marital intercourse. But then, the types of votives found in that cave have nothing to do with Artemis or with chastity purification. So, we are left in the dark as to its nature.
The fact that the "well" is in a cave, a covered habitat, indicates that its use is meant for women, for privacy. This "well" is in a Demeter country (Locri), as "sanctuaries" and artifacts indicate. And Demeter was known as a curer and as an assister in childbirth. Not that she was an obstetrician, but she produced a certain fungus (ergot) in her grain-plants which could be ingested for easing child-delivery. (In certain dosages, it could also be lethal.) But what has this medicine got to do with the well?
As a "curer," Demeter would be called Demeter Ia`tria (while the art of medicine is called iatri`a). I do not think that this epithet is historically evinced, whereas another one is: "Demeter Lusia," Demeter the Bather, because she bathed in the Ladon River. Bathing in the well in question, with its running water, is in effect like bathing in a river. So, it is possible that at Locri there was a healthful or curative spring, or a spring so considered (like some miraculous ones in the later Christian Europe), wherefore its efficacy was attributed to Demeter Iatria, and the cave would be called Demeter's Iatreion.
Curative waters used to be attributed also to other goddesses. So, was this attribution made to Demeter coincidentally -- because she was curative in certain ways and because she was the prevailing goddess at Locri? Possibly, but there might be some deeper reasons.
-/- Gr. Iatreuo^ = I cure, heal, medicate. But what is the etymology of this verb?
Iatreuo = ia-tre-(uo);
-tre- as in Treo^ = Lat. Terreo = I am terrified, I am shaken, I tremble.// (Gr. & Lat. Tremo = I quiver);
iatreuo^ = I-rain-shake, "ia" being the rain-god or rain. ( As we have seen, Iakkhus was the rain-god that the mystics invoked on their way to the Telesterion. Rain fecundates Demeter and makes Kore grow. The tub which receives the water is Demeter.) Here we have a rain-beating or water-agitation treatment, rather than a drug or herb feeding or a surgical treatment. Immersion in a river or a water-moving well is salutary, aside from "miraculous" curative powers that a spring may have.***** (Apparently the word "iatria" became employed for any kind of medical treatment.)
Grotta Caruso seems to be a Demetriac Iatreion. The early Christians employed immersion in consecreted water, though not for purification but for re-enacting Jesus' baptism. On the other hand, founts of still consecreted water were put at the entrances of churches so that the attendants would deep their fingers in it and thus (symbolically) heal themselves in the Demetric manner.
Demeter is the mother of many customs and practices and that is why she is called Thesmophoros [thea]. Thesmophoria [iera] was the celebration of Demeter together with Kore, called Ai Thesmophoroi.
My view at the moment is that Locri had a Thesmophorion, a Iatreion, and a Persephoneion (as it is believed), where tablets representing episodes of the "Eleusinian" rite were found, which could be used as a Telesterion. It would be strange for such Pinakes to be votives.*†* The Tablets may have been attached, hanged, or raised to the internal walls in the same way that tablets representing episodes of the "Via Crucis" were later attached inside Christian churches. Occasionally the church attenders were led to the 14 Stations of the Cross (called Mysteries -- from the condemnation to death to the burial), where the priest provided a verbal explanation of the events or a homily. The series-painting in the Pompeian Telesterion superseded the practice of attaching relief or painted tablets.
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*†* Maybe all of the pinakes are votive and plain gift offerings [anathemata], but what do they portray? Their subjects are many. The pinakes of interest at this point are those which relate to Persephone. Some of them show people bearing gifts to Persephone for her nuptials, and even Persephone herself placing a folded blanket in a furniture-chest ["cassone"]. On the other hand, in one pinax, Kore is opening a portable chest, which is clearly distinct from the table on which it rests and clearly portrays a deed in the Eleusinian Mysteries. Now the question is: Does a pinax such as this merely illustrate a story about the Eleusinian Mysteries at Eleusis, or does it portray an episode of an Eleusinian-type Rite performed in Locri? Some of the other pinakes simply refers to myths about the life of Persephone (her becoming the queen of Hades, her being abducted, etc.); so, there is a popular or artistic pretense that Persephone in Hades was receiving nuptial gifts. However, to my knowledge, no pinakes or frescoes ever show a nuptial banquet (called Gamos or Game^lia), such as it was provided in real life.
All the pinakes with a hole at the top were obviously meant to be attached or be held by a rope and, as such, do not imply that the activities portrayed took place in the Persephoneion. (The following two pinakes depict household objects hanging from or attached to walls.)
This is how big things were carried by women; they were still so carried until recently in southern Italy:
Hydrotherapy is one natural fertility option that can increase your odds of getting pregnant if you and your partner are experiencing difficulty getting pregnant using more traditional forms of infertiliity treatment, such as fertility drugs and treatment. But what is hydrotherapy and how can it influence some of the causes of infertility?
What is Hydrotherapy?
Hydrotherapy is the therapeutic use of water in order to treat various ailments of the body, both physical and mental.
Developed in ancient times, hydrotherapy was popular in ancient Rome, China, Japan and Greece, and was repopularized in the nineteenth century by a Bavarian monk.
Hydrotherapy exploits the body's reactions to hot and cold stimuli through the natural pressure of water, which stimulates the nerves. Hydrotherapy includes the use of saunas, baths and showers in order to promote better reproductive health as well as improved overall health.
Hydrotherapy Techniques
This form of alternative fertility therapy includes a variety of components, including baths and showers as well as sitz baths, in which only the buttocks and thighs are soaked in water.
The Benefits of Hydrotherapy
There are a variety of health benefits associated with hydrotherapy.
Hydrotherapy helps to improve overall physical and mental health because it exploits natural body reactions to hot and cold stimuli. Water stimulates the nerves, which in turn stimulates the immune system. As a result, the production of stress hormones is influenced, as is blood circulation and digestion.
In addition, hydrotherapy helps to reduce stress and anxiety, while helping to alleviate symptoms of depression associated with the cause of infertility.
Hydrotherapy also helps to tone the muscles while helping to rejuvenate and calm the lungs, heart, stomach and endocrine system.
Because of its calming properties, hydrotherapy can help to lower high blood pressure. It can also help to relieve headaches, migraines and tense muscles.
It has also been used to alleviate sleep disorders such as insomnia, as well as in the treatment of arthritis and stomach complications.
Hydrotherapy and Infertility
Hydrotherapy is one of many infertility treatments that can help to treat both male infertility and female infertility problems.
This alternative fertility treatment option is so effective because it helps to reduce stress, which has been linked to infertility.
Hydrotherapy also increases blood circulation, which stimulates the reproductive organs and therefore helps to improve reproductive health.
Hydrotherapy can also improve your chances of getting pregnant because it helps to boost the immune system, which is important to maintaining overall health, as well as proper reproductive health.
There are a variety of spas and wellness centers that offer hydrotherapy treatments. In addition, hydrotherapy treatments can be conducted at home. "
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"Idroterapia
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Le informazioni qui riportate hanno solo un fine illustrativo: non sono riferibili né a prescrizioni né a consigli medici - Leggi le avvertenze
L'idroterapia è un termine che indica sistemi di cura basati sull'acqua, anche se il successo della terapia non è necessariamente dovuto all'acqua in sé, ma ai risultati ottenibili mediante l'applicazione sul corpo umano di stimoli:
termici (caldo-freddo che si possono quindi ottenere anche con fieno, argilla o altro)
meccanici grazie a maggiore o minore pressione e/o attrito generato sulla pelle
chimici grazie ai preparati che possono essere aggiunti all'acqua
Il termine idroterapia è normalmente riferito alle proprietà fisiche dell'acqua (naturale, termale o medicata), mentre invece balneoterapia si riferisce alla cura di affezioni reumatiche o cutanee per mezzo di immersione in acque minerali o termali.
L'acqua possiede, una serie di proprietà chimico-fisiche (coefficiente di scambio termico molto maggiore dell'aria, capacità di assorbire il calore, eccetera) che ne fanno lo strumento più efficace all'applicazione di stimoli termici (questa è una delle ragioni per cui lo stimolo umido è più intenso di quello asciutto).
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L'Idroterapia nella storia antica
Già i medici egizi (che erano al tempo stesso sacerdoti, astronomi e artisti) attribuivano grande importanza a diverse misure igieniche (alimentazione sana, scelta del vestiario, ginnastica ed applicazioni idroterapiche).
Le donne dei Macedoni si bagnavano con acqua fredda dopo aver partorito (norma igienica e prevenzione delle emorragie post parto) e nei canti omerici (1000 anni a.C.) si parla dei riti di purificazione con l'acqua per entrare nel tempio di Esculapio (dio greco della medicina).
Nella cultura dell'antica Grecia prima ed ellenica poi, ritroviamo resti archeologici di case e bagni e numerosi riferimenti alle virtù curative dell'acqua (Pindaro 518-446 a.C. "L'acqua è ciò che di meglio esiste").
Pitagora (530 a.C.) raccomandava ai propri discepoli la pratica dei bagni freddi e la dieta vegetariana (insieme ad alcune piante medicinali e della ginnastica).
Ippocrate di Coo (460-377 a.C.) fece largo uso dell'idroterapia sottolineando l'importanza della pelle come organo disintossicante dell'organismo, ma nello stesso tempo mise in guardia di come l'uso di applicazioni sia calde, sia fredde possa danneggiare la salute se non praticate correttamente (considerando tra l'altro lo stato di sensibilità e la capacità di reazione del paziente).
Molti dei procedimenti idroterapici fondamentali (vapori, compresse umide con acqua dolce o acqua marina e miele o aceto) che vengono usati oggi furono già messi in pratica da Ippocrate.
Dagli scritti di Cicerone, Cesare Augusto, Orazio, Plinio il Vecchio e soprattutto Aulo Cornelio Celso e Galeno si evince come le pratiche idroterapiche (irrigazioni, assunzioni per bocca, docce, bagni totali e parziali), spesso imparate dai medici greci, siano diventate importanti presso i Romani che diedero loro un forte sviluppo attraverso la diffusione delle terme e delle installazioni balneari.
Col decadimento dell'impero romano si perdono le tracce della sua applicazione e anche nel successivo periodo medioevale (XI secolo) si sviluppa più la fitoterapia."
At Torrenova (in the suburbs of Rome), was this a nymphaeum, as it is assumed, or was it a iatreion (which seems to fit the description of Grotta Caruso)?
"Il castello di Torrenova di origine medioevale, sorse nel sito di una villa di età romana appartenuta alla famiglia Pupinia. L’attuale denominazione suggerisce l’esistenza di una torre più antica, forse del XIII secolo, probabilmente denominata Torre Verde e da ricollegarsi al Torianum o Turrianum attestato nell’VIII secolo ed appartenente alla massa Calciana del Patrimonio Labicano.
Fu anche detta Turris Iohannis Bovis, Rocca Cenci, Giostra; assunse il nome attuale probabilmente in occasione dei restauri ed ampliamenti ordinati da Clemente VIII (1592-1605) della famiglia Aldobrandini ed effettuati da G. Fontana tra il 1600 e il 1605.
Il fondo appartenne agli inizi del XV secolo alla famiglia Palosci; nel corso del ‘400 alcune parti della tenuta furono assegnate a diversi proprietari finché nel 1562 fu riunita nel possesso dei Cenci. A seguito di vicende giudiziarie che coinvolsero quella famiglia il fondo fu acquistato nel 1600 dagli Aldobrandini; nel XVI secolo appartenne ai Borghese che la tennero fino ai primi del ‘900.Il complesso è costituito da un palazzo con merlature di tipo ghibellino, che comprende la torre, e da una chiesa di epoca cinquecentesca. Attualmente non è visitabile, poiché adibito ad abitazioni private.
L’edificio è composto da due bracci che si incontrano ad angolo retto; lo spazio così delimitato è chiuso sugli altri due lati da una recinzione che nel tratto sud-est comprende l’ingresso e la torre. Il braccio orientato nord-est, ornato da finestre con eleganti incorniciature, doveva costituire il lato nobile, come anche suggerisce la decorazione del portico a cinque arcate che ne ritma il prospetto sulla corte.
A circa 200 metri in direzione nord-ovest dal palazzo si vedono i resti di un ninfeo detto “Bagno della Bella Cenci”. Si tratta di un piccolo ambiente a pianta rettangolare, coperto con volta a botte, il cui ingresso, costituito da un arco, si apre ad est in corrispondenza di un rivo creato artificialmente. Il vano, che sorge sull’isoletta circondata dal canale, è decorato da graffiti e pitture, già estremamente deteriorate alla fine del secolo scorso. All’interno della tenuta di Torrenova fu scoperto nel 1834 un grande mosaico, di epoca tardo imperiale, con raffigurazione di gladiatori in lotta con bestie feroci, che ancora oggi decora il pavimento di un salone del Museo Borghese, ospitato nell’omonima villa.
Tutta la zona ha restituito testimonianze di epoca romana . oltre a numerosissimi frammenti di decorazioni architettoniche, relativi soprattutto a monumenti funerari, si rinvennero un bellissimo sarcofago con la raffigurazione del mito di Atteone, conservato al Museo del Louvre, una lastra con Artemide Kourotrophos, oggi a Villa Borghese, e una statua di Helios, anch’essa al Louvre. Infine a nord del Castello di Torrenova fu rinvenuto un mausoleo a pianta circolare, appartenente a P. Valerio Prisco, funzionario imperiale dei primi anni del II secolo. "
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This is a good occasion to remember the "Beautiful Cenci":
Beatrice Cenci
From Wikipedia, the free encyclopedia
The portrait associated with Beatrice Cenci attributed to Guido Reni that Shelley saw in Palazzo Colonna in 1818, sparking his interest
Beatrice was the daughter of Francesco Cenci, an aristocrat who, due to his violent temper and immoral behaviour, had found himself in trouble with papal justice more than once. They lived in Rome in the rione Regola, in Palazzo Cenci, built over the ruins of a medieval fortified palace. Together with them lived also Beatrice's elder brother Giacomo, Francesco's second wife, Lucrezia Petroni, and Bernardo, the young boy born from Francesco's second marriage. Among their other possessions there was a castle, La Rocca of Petrella del Salto, a small village near Rieti, north of Rome.
[]History
According to the legend, Francesco Cenci abused his wife and his sons, and had reached the point of committing incest with Beatrice. He had been jailed for other crimes, but thanks to the leniency with which the nobles were treated, he had been freed early. Beatrice had tried to inform the authorities about the frequent mistreatments, but nothing had happened, although everybody in Rome knew what kind of person her father was. When he found out that his daughter had reported against him, he sent Beatrice and Lucrezia away from Rome, to live in the family's country castle. The four Cenci decided they had no alternative but to try to get rid of Francesco, and all together organized a plot. In 1598, during one of Francesco's stays at the castle, two vassals (one of whom had become Beatrice's secret lover) helped them to drug the man, but this failed to kill Francesco. Following this Beatrice, her siblings and step mother bludgeoned Francesco to death with a hammer and threw the body off a balcony to make it look like an accident. No one believed the death to be an accident.
Somehow his absence was noticed, and the papal police tried to find out what had happened. Beatrice's lover was tortured, and died without revealing the truth. Meanwhile a family friend, who was aware of the murder, ordered the killing of the second vassal, to avoid any risk. The plot was discovered all the same and the four members of the Cenci family were arrested, found guilty, and sentenced to death. The common people of Rome, knowing the reasons for the murder, protested against the tribunal's decision, obtaining a short postponement of the execution. But pope Clement VIII showed no mercy at all: on September 11, 1599, at dawn, they were taken to Sant'Angelo Bridge, where the scaffold was usually built.
Giacomo was quartered with a mallet and had his limbs hung in the four corners; then Lucrezia and finally Beatrice took their turn on the block, to be beheaded with a sword. Only the young boy was spared, yet he too was led to the scaffold to witness the execution of his relatives, before returning to prison and having his properties confiscated (to be given to the pope's own family). Beatrice was buried in the church of San Pietro in Montorio. For the people of Rome she became a symbol of resistance against the arrogant aristocracy and a legend arose: every year on the night before her death, she came back to the bridge carrying her severed head.
[]Literature and arts
Beatrice Cenci has been the subject of a number of literary and musical works:
Percy Bysshe Shelley's verse drama The Cenci: A Tragedy in Five Acts (composed at Rome and at Villa Valsovano near Livorno, May–August 5, 1819, published spring 1820 by C. & J. Ollier, London, 1819)
Béatrix Cenci, a verse drama (1839), by Polish poet, Juliusz Słowacki
"Beatrice Cenci (In a City Shop-Window)", (1871) a poem by Sarah Piatt, American poet.
The painting of Beatrice Cenci by Mannerist painter Guido Reni (1575-1642) and the legend surrounding Beatrice figures prominently in Nathaniel Hawthorne's The Marble Faun (1860). The book's two principal female characters, Hilda and Miriam, debate the nature and extent of Beatrice's guilt. Hilda believes Beatrice's act to be "inexpiable crime" but Miriam believes it was "no sin at all, but the best possible virtue in the circumstances". Hawthorne draws many similarities between Miriam and Beatrice and the reader must debate whether or not Miriam is an avenger or a culprit.
Reni's painting also appears in David Lynch's film Mulholland Dr. (2001), shown hanging in the Hollywood apartment of Ruth Elms, as a reference to Cenci.
In the environs of Locri, the sorrowful DEMETER (or the virgin/parthenogenic Mary) goes about searching for her disappeared offspring... [See the Enna elaboration of the event on p. 103.]
Come ogni anno, si sono svolti i riti della Settimana Santa. Mentre l'anno scorso ho documentato il Venerdì Santo della Marina, quest'anno ho rivolto l'attenzione al Paese. Si tratta di una celebrazione veramente molto suggestiva, più semplice e modesta di quella che si svolge in molti paesi circostanti (famosi sono i riti pasquali di Caulonia, Stilo e Badolato), ...
Calabria: Itinerari archeologici della Magna Grecia
Il territorio della Locride ricco di antiche testimonianze della Magna Grecia. L'itinerario parte dalla zona archeologica di Locri, che si raggiunge attraverso la SGC Jonio-Tirreno o la SS 106. Da vedere i resti del tempio ionico di Marasˆ, quello dorico di Marafioti, il tempietto di Athena Promachos, il santuario ipogeo di Pan e delle Ninfe e il santuario di Persefone. Di notevole interesse la visita alla zona delle Centocamere, centro commerciale dell'antica Locri, alla Necropoli e alla Teca di Pietra. Nell'area inoltre si può visitare la Torre dei Cervi (XV-XVI sec.) e in località Pirrettino i resti di un teatro greco-romano. La zona offre inoltre suggestivi percorsi naturalistici lungo il tracciato della SS 110 che dalla litoranea, seguendo la valle dello Stilaro verso il monte Consolino, si addentra nel bosco di Stilo fino ad arrivare a Mongiana. Stilo fu in passato un importante centro bizantino, ne testimonianza la sua Cattolica del X sec. Nelle epoche successive la città ha subito l'influenza di vari stili architettonici, da vedere il Duomo (XIII-XIV sec.), la chiesa di San Domenico in stile barocco e il convento di San Francesco con il chiostro seicentesco. Una visita a Caulonia consente di conoscere da vicino l'aspetto delle cittadine calabresi in età bizantina e nel Medieovo. Il quartiere che circonda la chiesa di San Zaccaria, e la chiesa stessa, sono l'espressione del linguaggio architettonico dell'epoca. Proseguendo sulla SS 106, arroccata su una rupe intorno a un castello fra stradine tortuose, Gioiosa Jonica conserva i resti di fortificazioni, torri, un teatro e le terme di età romana.
Lungo il litorale si erge con l'aspetto di un borgo fortificato Roccella Jonica, con il fortilizio dei Carafa e il borgo del Castello. Prendendo la SS 111 da Locri, si risale fino a Gerace. La città roccaforte bizantina ebbe nel periodo normanno una fase di grande prosperità, come documenta la bellissima Cattedrale dell'XI sec. Nella Cripta sono visibili 26 colonne di spoglio provenienti da Locri Epizefiri. Le architetture della città uniscono lo stile bizantino alle forme del gotico-cistercense. Segnaliamo in particolare la chiesa di San Francesco (XIII sec.) e la chiesa di San Giovannello in stile bizantino.
Questa sezione rappresenta una piccola vetrina per far conoscere ed apprezzare una (minima) parte di quelli che sono i reperti meno noti, ma non per questo meno interessanti, portati alla luce nel corso dei vari scavi archeologici di Locri Epizefiri. In particolare sono presenti le immagini di alcuni reperti esposti presso il Museo Nazionale di Locri Epizefiri, meno conosciuti di quelli esposti presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria. Va sottolineato nuovamente che questo è solo un "assaggio" delle meraviglie emerse dal suolo locrese dopo migliaia di anni di silenzio.
CRATERE ITALIOTA A FIGURE ROSSE ATTRIBUITO AL "PITTORE DI LOCRI" (380-360 A.C.) SCAVI NECROPOLI LUCIFERO
da «Bollettino Storico della Basilicata», 12, 1996, pp. 25-66
Roberto Sconfienza
SISTEMI IDRAULICI IN MAGNA GRECIA
CLASSIFICAZIONE PRELIMINARE E PROPOSTE INTERPRETATIVE
Illustrazioni
Fig.1 POSEIDONIA, localizzazione delle sorgenti nel territorio. 1.Heraion al Sele; 2.Capodifiume; 3.Getsemani; 4.Acqua che bolle; 5.Poseidonia; 6.Fiume Salso. da: A.Stazio, E.Greco, G.Vallet, Città e territorio nelle colonie greche d'occidente I, Paestum, Taranto 1987.
Fig.2 POSEIDONIA, Mura a sud di Porta Giustizia, canale di drenaggio proveniente dal santuario di Hera: tratto fra le mura e il temenos del santuario.
Fig.3 VELIA, situazione dei sistemi di acquedotti e di drenaggio pubblico. 1.Posizione ipotetica della fonte Hyele; 2.Posizione della fontana arcaica; 3.Posizione della fontana ellenistica; 4.Percorso degli acquedotti; 5.Percorso dell'acqua piovana e di scarico dalla zona di Porta Rosa al varco della mura del quartiere portuale. da: A.C.Carpiceci, L.Pennino, Paestum e Velia, oggi e 2500 anni fa, Salerno 1989.
Fig.4 VELIA, valletta sovrastante la zona dell'agora, acquedotto ellenistico della fonte Hyele, tratto a valle del
Fig.5 VELIA, valletta sovrastante la zona dell'agora, acquedotto ellenistico della fonte Hyele, tratto superiore dal margine di scavo: pozzetto di decantazione.
Fig.6 VELIA, Acropoli, terrazza meridionale inferiore, canalizzazione di drenaggio a ridosso del muro di terrazzamento.
Fig.7 VELIA, "Via di Porta Rosa", canalizzazione di drenaggio lungo il margine ovest della carreggiata, tratto superiore.
Fig.8 VELIA, Quartiere meridionale, "Via del Porto", canale di drenaggio parallelo alla tratto inclinato della strada.
Fig.9 VELIA, Quartiere meridionale, tratto delle mura a mare convarco bipartito per scarico d'acqua.
Fig.10 METAPONTO, zona del santuario di Apollo Licio/agora. 1.Santuario di Apollo Licio; 2., 3.Pozzi pubblici; 4.Struttura non identificata (Pozzo pubblico ?); 5.Agora; 6.Plateia A-A1; 7.Grande canale di drenaggio; 8.Cloache ovest-est degli stenopoi fra le insulae I e II e a nord dell'insula I; Cloache della plateia A-A1: 9.est-ovest/margine sud, 10.Ramo sud-nord di 9 intercettante 11 presso l'imbocco di 7., 11.ovest-est/margine nord, 12.ovest-est/margine sud; 13.Cloaca sud-nord/margine est della plateia nord-sud ortogonale a 6; 14.Cloaca sud-nord/margine est della plateia nord-sud convergente su 5. da: A.De Siena, Metaponto e il Metapontino, in,Da Leukania a Lucania. La Lucania centro-orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Roma 1992
Fig.11 METAPONTO, Abitato ad ovest del Santuario di Apollo Licio, insula I, pozzo.
Fig.12 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, stoa lungo temenos sud: pozzo pubblico e canaletta di drenaggio.
Fig.13 METAPONTO, Abitato ad ovest del Santuario di Apollo Licio, insula I e stenopos fra insulae I e II, canaletta di scarico.
Fig.14 METAPONTO, Abitato a sud della plateia A-A1, insula III e plateia A-A1 canaletta di scarico nella cloaca ovest-est/margine sud della plateia A-A1.
Fig.15 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, incrocio fra plateia A-A1 stenopos nord-sud parallelo al grande canale di drenaggio: grande canale di drenaggio e convergenza della cloaca principale ovest-est/margine nord nel tratto sud-nord della principale est-ovest/margina sud della plateia A-A1.
Fig.16 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, grande canale di drenaggio, panoramica; in primo piano: vasca realizzata durante gli scavi per la raccolta dell'acqua di falda.
Fig.17 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, grande canale di drenaggio, varco bipartito di scarico attraverso le mura settentrionali.
Fig.18 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, plateia A-A1: cloaca est-ovest/margine sud: tratto precedente l'incrocio con la prima plateia nord-sud.
Fig.19 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, incrocio fra plateia A-A1 e la prima plateia nord-sud: convergenza della cloaca sud-nord/margine est nella est-ovest/margine sud.
Fig.20 METAPONTO, Abitato ad ovest del Santuario di Apollo Licio, stenopos fra insulae I e II, cloaca ovest-est.
Fig.21 METAPONTO, Agora e plateia nord-sud convergente in essa: cloaca sud-nord/margine est, tratto paralleo al temenos di Aristeas. Particolare: in situ una delle numerose lastre di attraversamento.
Fig.22 ERACLEA, acropoli, zona mediana, collina meridionale. 1.Collina del Barone: acropoli Zone A e C; 2.Plateia est-ovest; 3.Stenopoi sfalsati della Zona C; 4.Stenopoi allineati della Zona A; 5.Santuario di Demetra: sorgenti; 6.Collina di Policoro: Zona della cd. città bassa. da: L.Giardino, G.Pianu,Herakleia e la sua chora, in, Da Leukania a Lucania. La Lucania centro-orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Roma 1992.
Fig.23 ERACLEA, Acropoli Zona C, canaletta in tegole laconiche.
Fig.24 ERACLEA, Acropoli Zona A insula IV, canaletta in tegole laconiche.
Fig.25 ERACLEA, Acropoli Zona A plateia est-ovest, grande cloaca a centro-strada.
Fig.26 ERACLEA, Acropoli Zona A plateia est-ovest, grande cloaca a centro-strada. Particolare: spalla settentrionale, imbocco del cunicolo di scarico.
Fig.27 SIBARI-THURII, planimetria generale delle zone archeologiche: Casa Bianca, Prolungamento-Strada, Parco del Cavallo.1.Parco del Cavallo, plateia est-ovest: tratto con inclinazione ovest-est; 2.Parco del Cavallo, plateia est-ovest: tratto con inclinazione est-ovest; 3.Prolungamento-Strada, plateia est-ovest: tratto con inclinazione ovest-est; 4.Prolungamento-Strada, plateia est-ovest: tratto con inclinazione est-ovest; 5.Casa Bianca, plateia est-ovest: tratto con inclinazione ovest-est; 6.Parco del Cavallo, plateia nord-sud inclinazione sud-nord; 7.Prolungamento-Strada, plateia nord-sud inclinazione sud-nord. da: AA.VV., Sibari III. Rapporto preliminare della campagna di scavo: Stombi; Casa Bianca; Parco del Cavallo;San Mauro (1971), in "NSc." 1972, Suppl.
Fig.28 SIBARI-THURII, Casa Bianca, cloaca lungo il margine nord della plateia est-ovest, panoramica.
Fig.29 SIBARI-THURII, Parco del Cavallo, plateia est-ovest, panoramica e cunette marginali.
Fig.30 SIBARI-THURII, Parco del Cavallo, plateia nord-sud, grande cunetta-cloaca sul margine ovest: origine presso l'incrocio con la plateia est-ovest.
Fig.31 LOCRI EPIZEFIRI, situazione e ricostruzione dei corsi d'acqua interni alle mura di cinta.1.Chiusa a monte del vallone Saitta-Abbadessa; 2.Percorso certo e ipotetico del torrentello del vallone Saitta-Abbadessa; 3.Varco d'uscita di 2 in contradaCaruso;4.ChiusaamontedelvalloneMilligri;5.Percorso certo e ipotetico del torrentello del vallone Milligri; 6.Varco d'uscita ipotetica di 5; 7.Varco di scarico in contrada Centocamere; 8.Percorsi ipotetici di torrentelli derivanti da gole della collina di Castellace; 9.Varco d'uscita di 8 e di un probabile ramo di 5 all'incrocio Dromo-Via di Portigliola; 10.Dromo. da: M. Barra Bagnasco, Fortificazioni e città a Locri Epizefiri, alla luce delle più recenti scoperte, in, "RM." 103, 1996.
Fig.32 LOCRI EPIZEFIRI, contrade Centocamere e Marasà Sud: impianto urbanistico.1.Plateia est-ovest dell'abitato di contrada Centocamere; 2.Propileo monumentale; 3.Varco di scarico attraverso le mura a mare di contrada Centocamere; 4.Plateia fiancheggiante le mura; 5.Canalizzazione ellenistica corrente al centro di 1; 6. Plateia principale monte-mare del quartiereemporico fuori le mura di contrada Centocamere; 7.Contrada Marasà Sud: Casa dei Leoni. da: M. Barra Bagnasco (a cura di), Locri Epizefiri IV. Loscavo di Marasà Sud. Il Sacello e la "Casa dei Leoni", Firenze 1992.
Fig.33 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere isolato H1 presso la grande fornace, pozzo con parapetto.
Fig.34 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Marasà-Nord zona a nord del tempio ionico, tubatura di acquedotto.
Fig.35 LOCRI EPIZEFIRI, zona collinare a monte di contrada Caruso,cunicolo moderno (?) di captazione idrica scavato nella collina d'arenaria.
Fig.36 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere isolato I2 Nucleo B Ambiente B6, canaletta in tubi e laterizi a cassetta.
Fig.37 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere, isolato H5, ambitus e canaletta-collettore domestica in kalypteres hegemones.
Fig.38 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Marasà-Sud, "Casa dei Leoni" Andron e zona "n", canaletta di scarico, tratti nord/ovest-sud/est e nord-sud.
Fig.39 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere, plateia est-ovest, canalizzazione a centro-strada.
Fig.40 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere: varco di scarico attraverso le mura a mare.1.Ampiezza della prima fase del varco; 2.Ampiezza del varco nelle fasi successive; 3.Struttura '35', spalla del canale arcaico; 4.Struttura '32', spalla del canale ellenistico; 5.Allineamento dei blocchi del canale arcaico; 6.Allineamento dei blocchi del canale ellenistico. da: M. Barra Bagnasco (a cura di), Locri Epizefiri I. Ricerche nella zona di Centocamere. Le fonti letterarie ed epigrafiche, Firenze 1977
Fig.41 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere, mura a mare settore occidentale: varco per passaggio d'acqua, lato interno.
Fig.42 LOCRI EPIZEFIRI, Via di Portigliola all'angolo con il Dromo, varco attraverso le mura meridionali.
Mercoledì, 21 Dicembre 2005 - 17:49 - 3438 Letture
Roma, Anfiteatro Flavio-Colosseo, 22 luglio 2005 - 7 gennaio 2006.
Una mostra interamente dedicata ai culti misterici nel mondo antico, un tema mai approfondito nell’ambito di una esposizione archeologica e inedito anche nell’idea di allestimento
Come ogni anno, oramai a partire dal 2000 con Sangue Arena, il Colosseo ospita dal mese di luglio una mostra che accompagna i visitatori del monumento per i sei mesi successivi. Nella sede simbolo dell’antichità continua così una tradizione feconda che, nell’ambito di una programmazione espositiva incentrata sulla comunicazione degli aspetti fondanti la cultura antica, intende andare oltre il mero apprezzamento dei capolavori dell’arte o la ricomposizione scientifica di contesti archeologici con i loro materiali.
Apre quest’anno il 22 luglio Il Rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma, mostra interamente dedicata ai culti misterici nel mondo antico, un tema mai approfondito nell’ambito di una esposizione archeologica e inedito anche nell’idea di allestimento.
Ideata dalla Soprintendenza archeologica di Roma e curata da Angelo Bottini, l’esposizione documenta i fenomeni di religiosità diffusi tra la Grecia e l’Italia antica e estranei all’orizzonte del culto ufficiale. I Riti orfici e dionisiaci, i misteri eleusini, le pratiche oracolari, ed altri ancora, tutti fortemente caratterizzati dall’elemento “iniziatico” e dal segreto dell’“indicibile” che vincolava i partecipanti. Nonostante le diversità nei luoghi d’esecuzione (santuari o mura domestiche) nei modi e nelle tecniche (processi di purificazione con svelamento di oggetti, cortei, fiaccolate oppure danze e canti o ancora letture di testi) essi sono l’evidente manifestazioni del continuo bisogno del singolo individuo di ricercare il significato dell’esistenza e della salvezza.
Oltre settanta opere provenienti dalle Soprintendenze dell’Italia centrale e meridionale, tra cui grandi statue, busti, altari, affreschi, vasi greci, rilievi ed idoli, arricchiscono il II ordine del Colosseo con la loro ‘misteriosa’ presenza, sottolineata da un allestimento di grande impatto emotivo, che gioca con la luce, il suono e le proiezioni. Si viene così a creare un percorso narrativo di forte attrazione, che vuole avvicinare il grande pubblico ad un tema del mondo antico affascinante, poco conosciuto e nei suoi contenuti certo ancora di grande attualità.
Il percorso si apre con diverse sculture in marmo che documentano il favore delle pratiche oracolari in Grecia e in Italia, fra le quali la celebre Fanciulla d’Anzio (da Palazzo Massimo), da alcuni identificata come Pizia, di cui viene tuttavia confermata una nuova interpretazione, sicuramente uno dei capolavori in mostra.
Una selezione di immagini dalla Grecia classica alla Roma imperiale illustrano esaurientemente i riti dionisiaci (Menadi in altari, plutei – splendido quello della Centrale Montemartini – frammenti di crateri, affreschi) individuati nel patrimonio romano (Museo Nazionale Romano, Musei Capitolini) e campano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Soprintendenza archeologica di Pompei).
Il percorso continua con la presentazione dei misteri eleusini, attraverso la celebre Urna Lovatelli del Museo Nazionale Romano, testimonianze vascolari e importanti rilievi. Le dee onorate in essi, Demetra e Kore, con i culti agrari della fertilità volti ad ottenere la protezione divina sui raccolti diffusissimi anche in Magna Grecia e in Sicilia, sono rappresentate da una nutrita serie di testimonianze dalla Calabria, e da Locri in particolare (specialmente pinakes, teste e statue fittili, ecc.). Il racconto continua, dall’Italia greca al Lazio, con le pregevoli testimonianze dal santuario di Aricia (i busti e le statue fittili delle Grandi Dee), conservate nel Museo delle Terme, e attraverso quelle del culto di Cerere a Roma.
Un’ultima, articolata sezione è infine dedicata ai culti misterici di provenienza orientale diffusi in tutto il mondo romano, favoriti anche dagli imperatori in chiave politico-ideologica e strutturati a Roma in vere e proprie associazioni culturali capeggiate da sacerdoti: quelli di Cibele e Attis (dall’Asia Minore), di Iside (dall’Egitto). Chiude il percorso espositivo una zona relativa al culto di Mitra (dalla Persia), che contribuì allo sviluppo delle tendenze monoteistiche degli ultimi secoli dell’impero romano.
Apre quest’anno il 22 luglio Il Rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma, mostra interamente dedicata ai culti misterici nel mondo antico, un tema mai approfondito nell’ambito di una esposizione archeologica e inedito anche nell’idea di allestimento.
Ideata dalla Soprintendenza archeologica di Roma e curata da Angelo Bottini, l’esposizione documenta i fenomeni di religiosità diffusi tra la Grecia e l’Italia antica e estranei all’orizzonte del culto ufficiale. I Riti orfici e dionisiaci, i misteri eleusini, le pratiche oracolari, ed altri ancora, tutti fortemente caratterizzati dall’elemento “iniziatico” e dal segreto dell’“indicibile” che vincolava i partecipanti. Nonostante le diversità nei luoghi d’esecuzione (santuari o mura domestiche) nei modi e nelle tecniche (processi di purificazione con svelamento di oggetti, cortei, fiaccolate oppure danze e canti o ancora letture di testi) essi sono l’evidente manifestazioni del continuo bisogno del singolo individuo di ricercare il significato dell’esistenza e della salvezza.
Oltre settanta opere provenienti dalle Soprintendenze dell’Italia centrale e meridionale, tra cui grandi statue, busti, altari, affreschi, vasi greci, rilievi ed idoli, arricchiscono il II ordine del Colosseo con la loro ‘misteriosa’ presenza, sottolineata da un allestimento di grande impatto emotivo, che gioca con la luce, il suono e le proiezioni. Si viene così a creare un percorso narrativo di forte attrazione, che vuole avvicinare il grande pubblico ad un tema del mondo antico affascinante, poco conosciuto e nei suoi contenuti certo ancora di grande attualità.
Il percorso si apre con diverse sculture in marmo che documentano il favore delle pratiche oracolari in Grecia e in Italia, fra le quali la celebre Fanciulla d’Anzio (da Palazzo Massimo), da alcuni identificata come Pizia, di cui viene tuttavia confermata una nuova interpretazione, sicuramente uno dei capolavori in mostra.
Una selezione di immagini dalla Grecia classica alla Roma imperiale illustrano esaurientemente i riti dionisiaci (Menadi in altari, plutei – splendido quello della Centrale Montemartini – frammenti di crateri, affreschi) individuati nel patrimonio romano (Museo Nazionale Romano, Musei Capitolini) e campano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Soprintendenza archeologica di Pompei).
Il percorso continua con la presentazione dei misteri eleusini, attraverso la celebre Urna Lovatelli del Museo Nazionale Romano, testimonianze vascolari e importanti rilievi. Le dee onorate in essi, Demetra e Kore, con i culti agrari della fertilità volti ad ottenere la protezione divina sui raccolti diffusissimi anche in Magna Grecia e in Sicilia, sono rappresentate da una nutrita serie di testimonianze dalla Calabria, e da Locri in particolare (specialmente pinakes, teste e statue fittili, ecc.). Il racconto continua, dall’Italia greca al Lazio, con le pregevoli testimonianze dal santuario di Aricia (i busti e le statue fittili delle Grandi Dee), conservate nel Museo delle Terme, e attraverso quelle del culto di Cerere a Roma.
Un’ultima, articolata sezione è infine dedicata ai culti misterici di provenienza orientale diffusi in tutto il mondo romano, favoriti anche dagli imperatori in chiave politico-ideologica e strutturati a Roma in vere e proprie associazioni culturali capeggiate da sacerdoti: quelli di Cibele e Attis (dall’Asia Minore), di Iside (dall’Egitto). Chiude il percorso espositivo una zona relativa al culto di Mitra (dalla Persia), che contribuì allo sviluppo delle tendenze monoteistiche degli ultimi secoli dell’impero romano.
Il progetto allestitivo affidato allo Studio di Architettura di Mao Benedetti e Sveva Di Martino prevede la disposizione delle opere dentro l’ambulacro più interno del II ordine dell’Anfiteatro Flavio, protette da elementi di chiusura dei grandi fornici volti a creare camere di “buio” sonoro (la cura del suono significante è affidata a Gianandrea Gazzola) che ricreano la suggestione del rito segreto separando e in un certo senso proteggendo, dai rumori e dalla luce presenti nell’ambulacro esterno. Quest’ultimo spazio, destinato ad accogliere i visitatori, è invece dedicato allo sviluppo del nastro narrativo degli apparati didascalici e alla proiezione di sequenze filmiche montate ad hoc da Stefano Scialotti sulle risonanze della cultura misterica nella contemporaneità, secondo una chiave di lettura proposta dall’antropologo Vincenzo Padiglione.
Il rito segreto Misteri in Grecia e a Roma
Colosseo, Via dei Fori Imperiali, Roma (RM)
_____________________________
The Urna Lovatelli is apparently from (Greek) Alexandria of Egypt.(All-around view and enlargment not available. I need to see all the details myself, because the following post includes an interpretation of the scenes which may or may not be correct.)
"... La Urna Lovatelli resume algunos de esos puntos [de la inciacio`n en Eleusis]. Vemos en ella al iniciado presentando el cerdito y cómo el sacerdote lo purifica, mientras lleva una bandeja de ofrendas en la mano. En la segunda escena el iniciando, velado, es purificado por el sacerdote. El iniciando está sentado en una silla, cubierta por una piel de carnero. El sacerdote pasa sobre su cabeza lo que se llama un líknon, un tipo especial de cesta, que reproduce la que según el mito portó a Dioniso niño. Ambas son escenas que suponemos realistas, y que reproducirían momentos del culto. La tercera ya no es realista, sino simbólica. Ambos planos en el mundo de la iniciación se confunden. Ahora el iniciado aparece ante una Deméter sedente y coronada de espigas de trigo, tras de la cual está Perséfone llevando una antorcha. El iniciado, caracterizado por un haz de ramitas entrelazadas, toca la cabeza de la serpiente que sale de la cesta de Deméter. Ha superado sus miedos humanos más íntimos y ahora se mueve libre y relajado en un ambiente divino en comunión con la divinidad."
Gli interventi in questa che risulta essere, fino ad ora, la più estesa area sacra della città greca risentono purtroppo dell'episodicità della ricerca.
Il Cofino, questo il nome della zona, proprio perché indagato a più riprese, è individuato dagli studiosi con gli aggettivi di "vecchio" e "nuovo", per operare una distinzione tra gli interventi di scavo prodotti da Paolo Orsi e quelli praticati alla fine degli anni sessanta e, ancora, negli anni ottanta. Nel corso delle indagini di Orsi, nel 1921, erano state riportate alla luce le fondazioni di un tempio di stile ionico (fig. 36), in una zona della contrada Cofino verso la strada Croce di Nivera. Questo importantissimo monumento, ubicato in un punto strategico della città e precisamente sul versante sud-orientale che guarda verso la vallata del Mesima (fig. 37), fu depredato fin dal medioevo ancor più che quello del Belvedere Telegrafo. I resti erano stati successivamente interrati dall'archeologo, come sua abitudine, proprio per risparmiarli da eventuali ed ulteriori manomissioni. Alla fine degli anni sessanta nella stessa zona sono state condotte indagini propedeutiche alla costruzione di un gruppo di abitazioni private, mentre agli inizi degli anni ottanta alcune ricerche hanno interessato il settore che dall'interno va verso la via Croce di Nivera. La messa a punto dei dati raccolti ha consentito di delineare un quadro molto interessante di quanto esisteva in questa parte della città. Si tratta di un'area sacra il cui tempio di ordine ionico, periptero di metri 18,10 X 27,50 e con una cella prostila in antis, si data tra il V ed il IV sec. a.C ed è stato portato alla luce dall'Orsi. Durante la sua ricerca l'archeologo aveva cercato le favisse votive, che immaginava nelle immediate vicinanze, ma riuscì a trovarne solo una, abbondantemente depredata. Più fortunati gli archeologi che, alla fine degli anni sessanta, ne riportarono alla luce diverse, connesse sicuramente al tempio. Queste restituirono frammenti di pinakes, tavolette decorate a rilievo che narrano il mito di Kore-Persefone, ceramica miniaturistica kotylai, krateriskoi, phialai mesomphaloi, tutti oggetti che ripropongono, rimpiccioliti, quegli utensili impiegati nella vita quotidiana; si tratta infatti di contenitori per bere, oppure per contenere o conservare genericamente del cibo.
Particolarmente varia la produzione della coroplastica, gruppi di sculture in terracotta, costituite in massima parte da statuette femminili rappresentate spesso con attributi di vario tipo, come ad esempio melagrane, patere oppure colombe;anche le piccole protomi, volti femminili, con il foro per la sospensione, sono usuali tra i materiali della stipe. Peculiari della favissa sono, invece, le statuette femminili di Demetra, rappresentata mentre regge il porcellino (fig.39), e cronologicamente inquadrabili al IV sec. a.C.. Durante la breve indagine condotta agli inizi degli anni ottanta è venuta alla luce una statua in marmo (fig.40), che rappresenta una figura femminile con indosso un lungo chitone, ma acefala, cioè priva della testa, che potrebbe rappresentare una divinità. Allo stato attuale nella località Cofino, a differenza del Belvedere Telegrafo, non è possibile prendere visione dei resti di cui si è detto; è possibile, però, proprio in seguito alle indagini svolte e quindi ai dati acquisiti, delineare la fisionomia di questo santuario dedicato in un primo tempo a Persefone e successivamente a Demetra. Nonostante la frammentarietà e l'episodicità della ricerca si delinea un luogo di culto che, pur rimanendo all'interno delle mura cittadine, veniva a trovarsi in una zona più appartata, e che doveva comprendere numerosi altri edifici cultuali. Recentemente, grazie ad una attenta lettura della foto aerea, è stata individuata anche la strada che dal centro conduceva verso il tempio, una sorta di via sacra percorsa dai fedeli che dal cuore della città si recavano alle cerimonie e ai festeggiamenti solenni in onore della divinità. Suggestiva l'ipotesi formulata da M.C. Parra a questo proposito "Ricordando la realtà archeologica ipponiate, ci si può chiedere se la "via sacra"di accesso al Cofino identificata dalle recenti indagini del Quilici non sia mai stata percorsa dagli iniziati e dai baccanti membri del sodalizio cultuale dionisiaco cui appartenne la defunta della tavoletta aurea, rassicurata dal testo che portava in bocca circa il fatto che la sua anima avrebbe potuto imboccare la "sacra via" degli iniziati dopo aver bevuto l'acqua del lago della Memoria"
Bibliografia : P.Orsi, Monteleone Calabro. Nuove scoperte, NSA, 1921, 473-485. L. Quilici, Note di topografia nel santuario di Cofino di Vibo Valentia, in PP, XLV,1990, pp.119-134.Sui culti ipponiati, cfr.M.C.Parra, I culti di Hipponion , in AA.VV., Santuari della Magna Grecia in Calabria, a cura di E. Lattanzi, Napoli 1996.,pp.139-141. Per i santuari inseriti nella topografia della colonia greca vedi: M.T.Iannelli, I santuari di Hipponion nella topografia urbana, in AA.VV., Santuari della Magna Grecia in Calabria, a cura di E. Lattanzi, Napoli 1996.,pp.132.
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CONCLUSION
Any incontrovertible conclusion would be premature. Within the limits of what I have found out, I can say that at Locri there was a Thesmophorion (a Sanctuary or Temple to Demeter), a Demetriac Iatreion (the Grotta Caruso), and a Persephoneion (a "sanctuary" to Persephone, temporary queen of Hades). One ritual in the Persephoneion would be the re-enactment of Kore's abduction and marriage to Aidoneus (Hades). In keeping with human life customs (which still occur in southern Italy), wedding gifts would be brought to the bride Persephone by the invited guests or her relatives; however, in the kingdom of the dead, real articles are of no use: it was the offerings-pinakes themselves (the pinakes which portrayed anakalupteria) that constituted the nuptial gifts. In the Etruscan tombs, the rooms and their walls were furnished with simulcra of real-life furnishings. (They are virtual articles.) So, it was simulacral or virtual food, blankets, vases, etc., that were actually brought into the Persephoneion (an Hades-like habitat), but some real things like mirrors and vases were, too.
Did an "Eleusinian" Mystery (Rite) take place in the Persephoneion? [See p. 102 for an exposition of an "Eleusinian" Mystery.] The positive answer would be confirmed, if the building in question comprised two parts, which would correspond to the Telesterion and to Hades (as at Eleusis). ***** Certainly the pinax that portrays Kore opening the Kiste is an "Eleusinian" Mystery episode, not a biographical detail of Kore -- an important distinction to make. The episodes of the consecretion of the bread and of the suckling of the newborn Kores, which we find in the Pompeian frescoes, apparently were never depicted or spoken of at Eleusis or elsewhere. So, from their absence here [to the extent of my knowledge of the pinakes], we cannot eliminate the possibility that there was an "Eleusinian" rite at Locri. The Kiste-pinax leads us to think there was. Anyway, what would a "sanctuary" of Persephone be except one where Kore-like immortality is sought, rather one where propitiatory or miracle-seeking sacrifices are performed? That immortality is procured by becoming an Other Kore/Persephone, by performing the mystical rites.
Antefix from the Persephoneion. She may be the beautiful Kore (the Maiden, la Giovinetta).
Oct. 25, '08
By the way, when we speak of certain Dionysian Mysteries [so secret that when Penteus spied on them, he was torn to pieces -- but I have found out what they were], we name them after Dionysus, because he was the protagonist in the Rite. When we speak of the Eleusinian or Eleusinian-type Mysteries, we use a geographical designation, since it has never been determined as to who the protagonist is. At first I mentioned that Demeter, Kore, and the Mystics are the protagonists, the agents really, of the Rite, but now I must assert that the Mystics are the prot-agonists, since by their afore-explained complex imitation of the life of Kore, they become Other Kores. So, an Eleusinian-type of Rite (at Eleusis, Pompeii, Enna, Locri Epizefiri, and elsewhere) could be called the "Mystics' Mysteries" or MYSTAGHISTEIA (the Mystics' Sacred Rite).
Negli anni 1908-1911 Paolo Orsi scoperse alle pendici del colle della Mannella un tempietto di eccezionale interesse, proponendo l'identificazione, con il celebre Persephoneion, come "il piu` famoso" dell'Italia meridionale. IL TEMPIETTO DELLA PERSEFONE si trovava, fuori la citta`, ma evidentemente a ridosso della cinta muraria e, durante la guerra con Crotone, lo si era voluto includere circondandolo con un muro. Cio` che rimane del complesso e` costituito dagli avanzi di un'Edicola Thesauraria, con favissa centrale quadrata (thesauros), rivestita di tre strati di calcare duro siracusano. La costruzione ascrivibile ad eta` classica (seconda meta` V sec. a.C.), era costituita non gia` da un grandioso edificio, ma da una semplice edicola scoperta, intorno alla quale vi era l'area sacra, nella quale erano ubicati vari pozzi votivi, in cui venivano depositati omaggi: terracotte e ceramiche di pregiata fattura, monete bronzee, avori, specchi, oggetti vari in rame e oro.
...Il tempietto rappresenta quindi un semplice sacello suburbano, che, anche se dedicato alla Regina degli Inferi, non ha nulla a che vedere col celebre Santuario della protettrice di Locri.....
All right reserved @1998 EPIZEFIRI snc
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Secondo la descrizione, il "santuario" o "tempietto" era simile ad un peristilium o quasi. Intorno alla parte scoperta vi erano i "pozzi votivi". Gli oggetti votivi [o "anathemata"] sarebbero i doni nuziali a Persefone nell'occasione del suo matrimonio ad Aidoneus, nell'Ade. La parte scoperta e` un campo sulla terra, dove Kore fu rapita; poteva essere adibito a Telesterion per la maggior parte del rito "eleusino". Non credo che l'adornata struttura quadrata centrale fosse un thesauros, dato che dell'oro veniva posto in pozzi votivi; sara` stata l'altare della consacrazione del pane, che non riconosce chi non conosce il rito mistico. (Se si vuole, il complesso strutturale si puo` denominare, in breve, Persephoneion.) Forse le offerte venivano portate dalle mistiche nei pozzi proprio quando loro stesse venivano condotte all'Ade. [Da ricordare dal Rito a pompei: Le mistiche vengono rapite, cosi` per dire, ed escono dalla finestra aperta per recarsi all'Ade. La' vi e` la Kore rapita che, come sappiamo dalle leggende, sposa Aidoneo. A Locri lo sposalizio e` manifestato da tanti pinakes e vi e` l'aggiunta delle portatrici dei doni nuziali, come se loro fossero parenti di Persephone. Per il Rito a Pompei ho supposto che le mistiche in Ade venissero coronate come la Persephone Regina che e` rappresentata tale sui vasi pugliesi. La Persefone locrese non porta la corona reale.]
Ecco un uomo che porta un dono nuziale a Persefone in Ade. Questa presenza maschile e` dovuta al fatto che Eracle ed altri uomini illustri venivano iniziati nei misteri eleusini.
Nel trattare del Rito a Pompei abbiamo capito che che donne s'immedesimavano a Kore e che gli uomini s'immedesimavano a Dionysos. Ma di certo gli uomini non venivano rapiti da Aidoneus. Allora come spiegare la presenza degli uomini nell'Ade? Non se ne hanno notizie o miti al riguardo, pero` Dionisio e` anche la vite che nasce e muore e si rigenera. In questo senso, Dionisio, come Kore, scomparisce dalla terra (sebbene non annualmente) per poi ricomparirvi. Dunque c'e` un Dionysos khthonios, del sotterra, e quindi i mistici che vengono ammessi al rito eleusino, che sono diventati "Altri Dionisi", devono pure scendere in Ade e, nel bello del costume locrese, devono offrire omaggio agli sposi reali dell'Ade, appunto come si vede in questo Pinax.
Ecco Dionisio stesso che nel Rito pompeiano si era palesamente legato a Kore in un Hieros Gamos. Questo pinax enfatizza la natura dei due dalle spighe e dall'uva che rispettivamente sorreggono, ci ricorda del Hieros Gamos, e ci fa pensare al rito eucaristico che i greci cristiani fondarono sulla base dei misteri eleusini e dei misteri dionisiaci. (Questo pinax appartiene al "rito eleusino", non alla biografia tradizionle di Kore/Persefone.) MA NO, MA NO! Perche` pensare che questa scena sia nell'Ade? Questo pinax non e` come quello di sopra, dove Persefone e Aidoneo sono sposi nell'Ade e altri vanno a portarle doni. Qui la donna e` sola, e Dionisio non le sta portando un dono; qui vediamo Kore prima del ratto, e Dionisio che le offre del vino dal suo kantharos, il quale la fara` baccante. Qui vediamo il Hieros Gamos, che non ha bisogno del tirso per identificare Dionisio, come succede nell'affresco di Pompei!
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Il gallo greco, Alekto^r, e` lo Svegliatore (discusso nelle prime pagine di questo weblog). Ed ecco Ermes in Ade che viene a svegliare Persefone e riportarla sulla terra per adempire il patto tra Zeus e Demeter. Oppure: Ermes offre alla sposa il gallo, che la svegliera` dal sonno della morte al tempo dovuto. Sara` lui a venirla a prendere.
{Secondo un mito, creato da qualche teologo che non conosceva il metodo della rigenerazione delle piante, Dionisio [la vite] era il figlio di Zeus il quale, presa la forma di serpente (simbolo del fallo), sedusse e insemino` Persefone. In forma corrotta, questo mito viene ricordato nel mito del giardino che Ja/Jave`/Yahweh pianto` per Adamo. Un serpente astuto e parlante -- mai creato da Ja -- emerge dal nulla nelle Scritture ebraiche e seduce Eva, la donna, a mangiare il frutto che fa gli umani simili agli immortali [non esistenti nel mondo di Ja]; non e` il serpente divino stesso che conferisce l'immortalita`. / Come ho scritto altrove, ricordiamoci che la Bibbia ripete il mito greco di Dei e di figli di Dei [mai creati da Ja!], detti Nephilim, che si univano a donne mortali, e che questa fu la ragione per cui Ja distrusse il genere umano all'infuori di Noe` ubriacone e della sua famiglia. La stessa Bibbia ripete anche tradizioni del Canaan, quale quella degli Elohim, gli Dei maghi che crearono l'umano alla loro immagine: uno maschio e uno femmina.}
Tragitto di mistiche nell'Ade o danza analoga a quella di Kore nell'affresco di Pompei? Mi sembra una danza; il vaso che una mistica porta sara` dato a Persefone dopo della discesa nell'Ade.
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Vi sono tanti pinakes che rappresentano il ratto di Kore, ma altri, come il seguente, rappresentano il ritorno di Kore e, come tale, non fanno parte del Rito Mistico o eleusino. Questo rito si conclude con lo sposalizio di Kore e la sua dimora in Ade. Nel pinax si vede la bella Kore (non Ade/Plutone) che guida i cavalli alati o altri esseri alati. Su altri pinakes e su vasi vi e` la presenza di Ermes alato, psicopompo, nella scena del ritorno. Mi sembra che in questo pinax vi sia Ecate, la quale aveva accompagnato Persefone all'uscita e adesso e` in procinto di ritornarsene. (I soggetti di tanti altri pinakes non hanno necessarimente a che fare con la biografia leggendaria di Kore/Persefone o con il Rito Mistico.)
Tipo 2/3: Scena di ratto
Tipo 2/3: Disegno ricostruttivo
A quanto pare, la classificazione dei pinakes nel Corpus pubblicato non ha sempre seguito letteralmente le leggende biografiche di Kore/Persefone e non ha tenuto conto della possibilita` di un rito mistico "eleusino" o "pompeiano" a Locri, e quindi le interpretazioni e i titoli di alcuni pinakes sono incorretti. (E` anche incorretto dire che gli affreschi nella Sala dei Misteri a Pompei siano di Misteri Dionisiaci.)
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"Vittoria" dagli scavi in Centocamere (dentro Lokroi Epiphyzerioi):
Ma e` veramente Vittoria [Nike] o NEMESIS (che svolta lo sguardo da qualcosa nefanda)?
SECONDA CONCLUSIONE
Da tutte le micro-indagini che ho conseguito, mi sembra necessario concludere che diversi pinakes rappresentino scene o episodi del Rito Mistico "eleusino" e che, dati dei particolari che non si riscontrano a Pompei o ad Eleusi, alcuni artisti di pinakes relativi al Rito abbiano avuto conoscenza diretta dell'eseguimento del Rito a Locri o alla terra della sua origine. (I pozzi del Persephoneion non sono pozzi votivi, ma "fosse" nel suolo per il deposito dei regali alla Regina del Sotterra, la desolata Kore.) E` logico che se il Persephoneion fosse stato un semplice tempietto di Persefone per festeggiare le sue nozze -- qualsiasi sia il motivo della festa -- senza esecuzioni misteriche, allora tutti i pinakes portati in offerta sarebbero semplicemente di simulacri, immagini, di oggetti reali. (I pinakes pertinenti al Rito sono commemorativi, anche se sono adoperati dalle mistiche da doni nuziali, proprio come le fotografie di tutte le ceremonie di uno sposalizio odierno che poi vengono regalate agli sposi.) Da notare infine che proprio come la Villa dei Misteri secoli dopo, questo Persephoneion era stato costruito fuori le mura della citta`. Ad Eleusi, il Telesterion era presso una cava, la cava di Plutone (Ade, Aidoneus), dove veniva portata e sposata Kore.
EPILOGUE ON THE PRIMORDIAL GODS
The following remarks are based on etymological and other studies I made on this weblog.
I stated recently that Gaia and Demeter are different names for the same deity, though the names differ in their designation extent: Gaia is the universal genetrix (of beings divine and non-divine), whereas Demeter is specifically the mother of grain plants, the name originating with the advent of agriculture.
GAIA ( or Ga/Da- or Ghe^/De^-) is essentially, as I have explained, "smiling nature" of the "springtime-earth". In one formal theology, her male counterpart is Ouranos ("Sky"), and they are the primordial parents of all things that are born. Accordingly, the male deity is the fecundator, understood in agricultural times as the inseminator. In pre-agricultural times, the fecundator would consist of a rain-sky, since the rain induces the earth to generate plants and keep them alive. (Droughts or dehydrations make them die.)
Now, "ouranos" names the starry sky, the firmament, but since rain comes from the sky, Ouranos could be thought as the father of the divine beings that are born. "Zeys" [gen. Dios, etc.] names the Bright Sky, the diurnal sky, but then Zeus is also called the gatherer of clouds, which produce rain. Therefore, some late theologian who had no knowledge of the method of plant generation, supposed that Zeus mated with Demeter, wherefore Kore was born.
Strictly speaking, the rainy Zeus is the male counterpart of Gaia. The counterpart of Ouranos has a name: Khtho^n, the Earth, mother of the Titans (the deep Earth or humus, but not considered with respect to vegetation). Khthonic deities are deities which consist of Earth or dwell within the the Earth (in the Underworld), such as Hekate and Aidoneus. So, for different reasons, Demeter and Persephone are also called chthonic deities.
The Earth is called Demeter [Earth-Mother] with respect to vegetation and grain-plants in particular. Her male counterpart or rainy Sky is Iakkhos. He was known as the rain-god, in some parts of the most ancient Greek Ecoumene (the Levant west of the Euphates), before agricultural times, but raininess became an attribute of either Ouranos or Zeus in other or later parts of the Ecoumene.
Before the World was non-theologically called Cosmos, it might have had this name: IA-GA-ia, the abode of Yah and Gah. Their mortal children were called Ia-ones (and later Io^nes). (Now I see that the Orphic notion of man as a child of the earth [mortal] and of the stars [immortal] comes from the theology of the intercourses of Ouranos and Gaia. Death is followed by inhumation but, according to the anthrpomorphizing practice, death consists in being taken to Hades.The death of vegetation was put in terms of the abduction of Kore. So the Eleusinian Rite, the Mystagistaia under the auspices of Demeter, incorporates the Orphic tale of the Underground in the doctrine of the metamorphosis that procures rebirth or a Kore-like return to earth.)
E` ben sapere... Fabiana Esposito ha fatto un ottimo studio del rito nuziale greco. Si noti intanto che la rapita Kore [generata partenogenicamente] non aveva padre e quindi non vi poteva essere un banchetto nuziale in Ade. La madre era contraria al matrimonio e Zeus stabili` la separazione dei coniugi. [E` impossibile che Persefone sia stata considerata protrettice del matrimonio, come se fosse Hera -- al contrario di quanto pensano alcuni che vogliono spiegarsi i doni portati a Persefone.]
Loutrophoros a figure rosse 320 a.C. circa Matera, Museo Nazionale "D. Ridola"
Il rito nuziale in Grecia
La cerimonia nuziale in Grecia durava tre giorni: il primo era chiamato protéleia (prote@leia), progàmia (proga@mia) o proaulìa eméra (proauli@a hème@ra), il secondo gàmos (ga@mov) o télos (te@lov) ed il terzo epaulìa eméra (eèpauli@a hème@ra).
Epinetron di Eretria - Preparativi Nuziali Collocazione: Atene. Museo Archeologico Nazionale Datazione: 440-430 a.C.
I riti prenuziali Nel giorno prima della festa di nozze si svolgeva un preciso rituale che Esichio chiama gàmon éthe (ga@mwn eòqh), che comprendeva in primo luogo il sacrificio per le divinità protettrici delle nozze, chiamato da Fozio gamelìa (gamhli@a). Questo poteva essere in onore di Era, di Artemide (cfr. Eur., I.A. 433 s.), delle Moire, delle Grazie gamelie, di Afrodite e, ad Atene, anche delle Divinità della stirpe, i Tritopàtores (Tritopa@torev). Interessante è, poi, la testimonianza di Platone (Leg. VI 774e-775a) che consiglia di usare per questi riti degli interpreti, mentre Plutarco (Mor. 141f, 27) ricorda che coloro che sacrificano ad Era non ardono la bile, perché il legislatore ha affermato che non ci deve essere bile né ira nel matrimonio. Il momento più importante del rituale era comunque il bagno purificatore (cfr. Aristoph., Lys. 377 s.) che facevano sia la sposa che lo sposo, a casa loro, con l'acqua di un fiume o di una fonte sacra . Per questo rito esisteva un vaso particolare chiamato loutrophòros (loutrofo@rov), che era di forma ovoidale con il collo affilato e due anse sui fianchi.
Loutrophoros a figure rosse 320 a.C. circa Matera, Museo Nazionale "D. Ridola"
L'importanza attribuita al bagno purificatore è testimoniata anche dal fatto che c'era l'usanza di porre un loutrophòros sulla tomba di chi moriva adulto senza essersi sposato (cfr. Demosth., C. Leoch. 18, 7-10). Infine a completamento di questo articolato rituale la giovane sposa dedicava ad una divinità legata alla sfera della verginità, come Artemide o Ippolito, le sue chiome (cfr. Eur., Hip. 1425 s.), la retina dei capelli, i giochi: i timpani, la palla, le bambole .
Il secondo giorno della cerimonia, chiamato appunto gàmos (ga@mov) o télos (te@lov), era il giorno più importante perché in esso si compiva l'ekdosis (eòkdosiv), cioè la consegna della sposa, e aveva inizio la coabitazione (sunoikei^n). Le fasi principali erano tre: la thòine gamikè (qoi@nh gamikh@), cioè il banchetto di nozze a casa della sposa, la pompè (pomph@), cioè il trasferimento della sposa a casa dello sposo, i katachýsmata (katacu@smata) e gli altri riti di accoglienza nella nuova casa. Naturalmente i preparativi nella casa della sposa fervevano fin dal primo mattino: venivano infatti appese corone di ulivo e alloro alle porte e accese fiaccole profumate di incenso. È probabile, comunque, che tutti i preparativi fossero diretti dalla madre della sposa in prima persona, come racconta Menandro nella Samia (vv. 353 s.). Intanto una schiera di donne, perlopiù parenti e amiche, guidate dalla nymphéutria (numfeu@tria) si occupava della vestizione della sposa per il banchetto nuziale.
Lekanis attribuita al Pittore di Eleusi - Preparazione del banchetto nuziale. Collocazione: S. Pietroburgo, Hermitage Datazione: primo quarto del IV secolo a.C.
Il banchetto nuziale Protagonista di questo momento importante della cerimonia è il padre della sposa che supervisiona ogni fase della sua preparazione. Sembra, inoltre, che fosse sempre lui a fare un sacrificio subito prima, secondo il rito sacro prescritto. Durante il banchetto uomini e donne erano seduti di fronte su tavole o divani separati e la sposa sedeva tra le donne velata Dalle fonti conosciamo anche il menù delle nozze che poteva comprendere pesce, vitello, maiale, porcellini, lepre, involtini, formaggio, focacce, uova, ecc. (cfr. Luc., Symp. 18, 1-4) Elemento ricorrente nei diversi menù ricordati dalle fonti è la lepre, che pare fosse sacra ad Afrodite ed esaltata per la sue prestazioni sessuali e per la sua fecondità. Naturalmente non poteva mancare la torta nuziale, la plakoûs gamikòs (plakou^v gamiko@v), un dolce profumato al sesamo, che, secondo la tradizione, propiziava la fecondità, poiché aveva molti germogli (polygonótatos). Il sesamo, mescolato alla torta nuziale, era, in effetti, un elemento simbolico essenziale del rito matrimoniale nelle società elleniche. Una volta impastata e profumata la focaccia con olio mischiato a sesamo, quando tutto era pronto per la cerimonia, veniva tagliata (cfr. Men., Sam. 71 e 125) e distribuita da una donna incinta, di buon augurio per la giovane coppia (cfr. Aristoph., Av. 159 s.). Secondo il cerimoniale bisognava, inoltre, indossare anche una corona di mirto, in onore di Afrodite.
Durante il banchetto c'era probabilmente della musica e ad Atene un bambino, con entrambi i genitori in vita, andava in giro per la sala coronato di spine e frutti di quercia con in mano un cesto di pani pronunciando la formula rituale: "Ho fuggito il male, ho trovato il meglio". Le parole che accompagnavano il fanciullo sembrano esprimere la stretta relazione tra vita civilizzata e matrimonio. Il pane offerto, come prodotto della natura che appartiene soltanto all'uomo, in effetti, è segno e garanzia della vita civile. Simboleggia, inoltre, chiaramente i valori connessi alla condizione riproduttrice e domestica della donna sposata, in contrapposizione ai connotati culturali della corona di foglie di quercia, che ricorda la vicinanza della vita selvaggia. Il banchetto si concludeva con il brindisi e gli auguri agli sposi, ancora una volta da parte del padre della sposa. A questo punto della cerimonia alcuni studiosi collocano il rito dell'anakalyptèria (aènakalupth@ria), cioè il momento in cui la sposa si toglieva il velo e riceveva i doni nuziali dallo sposo. La questione è però molto discussa perché le fonti sono poche, non sempre chiare e talvolta in contrasto tra loro. Infatti altri critici collocano questo momento nella nuova casa o il terzo giorno. A seconda della condizione sociale la festa di nozze poteva essere più o meno sfarzosa, tuttavia è probabile che ad un certo punto si cominciò ad eccedere nelle spese, se Platone nelle Leggi (VI 775a-b) sente la necessità di stabilire un limite al numero degli invitati per ciascuna famiglia ed un tetto per le spese. Ateneo (VI 245a-c), invece, ci parla degli Ispettori delle donne, i gynaikonòmoi (gunaikono@moi), che contavano gli invitati alle feste nuziali e potevano all'occorrenza anche decidere di mandarne via qualcuno. A fare gli inviti erano i genitori degli sposi, che potevano invitare di persona parenti ed amici oppure, come risulta da alcuni papiri, inviare dei veri e propri biglietti di invito , in cui, come nelle odierne "partecipazioni" erano indicati il luogo, la data e l'ora della festa.
Lekythos del Pittore di Amasis - Corteo Nuziale Collocazione: New York. Metropolitan Museum Datazione: 540 a.C.
Il corteo nuziale A notte fonda c'era la pompè (pomph@), il trasferimento solenne della sposa dalla casa paterna a quella dello sposo. Essa forse nei tempi più antichi aveva la forma di un rapimento e quest'usanza si conservava ancora a Sparta. Il corteo si muoveva a piedi o su un carro, dove la sposa era collocata dallo sposo o dal paraninfo, colui che la conduceva allo sposo e la proteggeva durante questo importante momento di passaggio. Ora un ruolo importante era ricoperto dalla madre dello sposo che per prima innalzava le fiaccole accese e guidava la processione (Cfr. Eur., I.A. 732 ss.; Med. 1024-1027). Il momento doveva essere molto suggestivo, perché il corteo illuminato dalle fiaccole, al suono di flauti e cetre danzava e cantava l'imeneo. In Beozia, poi, il corteo si concludeva con un rito particolare: c'era, infatti, l'usanza di bruciare gli assi del carro per simboleggiare che la sposa non poteva più andare via (cfr. Plut., Mor. 271d).
Pinakes fittili da Locri - Consegna dei doni Collocazione: Reggio Calabria. Museo Archeologico Nazionale Datazione: 470-460 a.C.
I riti nella casa nuova Il terzo momento della cerimonia si svolgeva nella casa dello sposo: qui la coppia era ricevuta dai genitori dello sposo, che per prima cosa versavano sul capo della sposa fichi secchi, datteri, noci e alcune monete e le offrivano i doni di benvenuto, secondo il rito dei katachysmata (katacu@smata). Poi la sposa mangiava una mela cotogna, come prescritto da Solone (cfr. Plut., Mor. 138d, 279f) per rendere più dolce il primo abbraccio e finalmente saliva nel thàlamos (qa@lamov), la camera nuziale. Questa era stata già precedentemente preparata, forse proprio dalla madre dello sposo, che probabilmente aveva steso anche il letto coniugale, il quale nelle fonti è indicato con vari termini: léchos (le@cov), pastòs (pasto@v), démnion (de@mnion).
Una volta entrati gli sposi nella camera nuziale, la porta veniva sprangata e fuori un amico dello sposo, il thuroròs (qurwro@v), faceva la guardia, mentre le amiche della sposa battevano con le mani sulla porta e cantavano l'epitalamio (cfr. Theocr. XVIII 1-8). Nella casa e per le strade la festa continuava per tutta la notte con canti e danze.
Pelike a figure rosse - Epàulia Collocazione: Atene. Museo Nazionale Datazione: 330 a.C.
Il terzo giorno, l'epaulìa emèra (eèpauli@a héme@ra) , al mattino gli sposi ricevevano dei doni dal padre della sposa portati da una processione di parenti e amici, che era guidata da un bambino con un mantello bianco e una torcia accesa in mano. Poi, non sappiamo se in questo giorno o successivamente, lo sposo offriva un banchetto ai membri della sua fratrìa, chiamato gamelìa (gamhli@a), e gli sposi facevano un sacrificio per pregare gli dei di assisterli e guidarli nella nuova vita insieme. Nel corso del cerimoniale erano presenti generalmente alcuni oggetti che segnavano l'esperienza del matrimonio come evento fondamentale della vita individuale e della comunità cittadina: la padella per tostare l'orzo, usata durante il banchetto e la pompé pubblica che accompagnava gli sposi alla nuova casa; il setaccio, che un bambino teneva al fianco della donna nei riti d'integrazione al nuovo focolare; il pestello da mortaio, che veniva attaccato davanti alla camera nuziale. Ogni dettaglio, in realtà, sembrerebbe implicare il riferimento a Demetra, l'aglaòkarpos (aèglao@karpov), la dea dagli splendidi frutti e dei cereali che, donando agli uomini la conoscenza della tecnica agricola, aveva inaugurato un'età nuova, che consisteva non solo nell'applicazione delle nuove tecniche e nella conoscenza delle nuove piante, ma anche in un'organizzazione della società che poneva fine all'età arcaica collocata nell'immaginario collettivo in un indefinito tempo predemetriaco (cfr. Diod., V 4, 5).
Bibliografia
R. Flacelière, La vie quotidienne en Grèce au siècle de Périclès, trad. it. di M.G. Meriggi, Milano 1983, pp.80-91
F. Lissarague, Uno sguardo ateniese, in Storia delle donne in Occidente - L'antichità, Bari 1990 pp.179-197
U. E. Paoli, La donna greca nell'antichità, Firenze 1955, pp. 49-53
R. Rehm, Marriage to death, Princeton 1994, pp.11-21, 141-142
A. Roveri, La vita familiare, in Enciclopedia Classica, sez.1 vol. III, pp.390-396
Anne-Marie Vérilhac et C. Vial, Le Mariage grec, in BCH 32, pp.296-325
Per la "fonte sacra", la Esposito cita Teucidide: "E della fontana che adesso, dopo essere stata sistemata dai tiranni, è chiamata Enneacruno, ma un tempo, quando le sorgenti erano limpide, era chiamata Calliroe, quelli si servivano nelle occasioni più importanti, poiché era vicina; e ancora ora fin dai tempi antichi è consuetudine usare la sua acqua prima delle nozze e nelle altre cerimonie sacre."
Nel contempo si sa che quando Demetra non poteva trovare sua figlia, prese le sembianze di una vecchia e ando` a sedersi vicino al Pozzo delle Vergini. Dunque e` possibile che la Grotta Caruso o Iatreion demetrico a Locri sia anche la "fonte sacra" del paese per il bagno prenuziale e per il bagno delle mistiche prima d'intrapprendere il Rito Mistico, nel quale eventualmente diventavano "Altre Spose" di Adoneus. (La purificazione era il primo grado dell'iniziazione eleusina e si chiamava Kathasmos.) Da questo si puo` dedurre che tutte le "iniziande" dovevano essere donne nubili. (Forse il farsi mistiche era per tante giovinette locresi o greche un preludio al proprio matrimonio sulla terra. Invece, nella seconda Eta` degli Dei, coloro che si fanno spose mistiche di Cristo [che si crede d'essere disceso nell'Ade] decidono di restare apud inferos, cioe`in Convento di clausura o tomba mistica.)
Dei preparativi del secondo giorno per la sposa, un affresco nella Sala dei Misteri a Pompei rinnovera soltanto l'acconciatura di Persefone. L'ultima scena degli affreschi e` quella di Persefone, seduta sola sul letto nuziale, in attesa del ritorno sulla terra.
Inviato da : CarloTrono il Giovedì, 09 Ottobre 2008 - 23:15 - 133 Letture.
Siamo emozionati nell'annunciavi che questo venerdi alle ore 21 nella nostra sede Di Roma verrà presentato il libro di Salvatore Villani su Antonio Piccininno che sarà presente e che ci regalerà forti emozioni con la sua voce e la sua poesia.
Antonio Piccininno Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino pp. 232 (cm 15 X 21), con CD musicale con 38 brani (durata totale 75:13). Registrazioni dal 1984 al 2007.
Interverrà Antonello Ricci (antropologo all' università di Roma)
Antonio Piccininno, nasce il 18 febbraio 1916 a Carpino, in provincia di Foggia. Pastore e contadino, con le sue novantadue primavere, rappresenta, oggi come oggi, una delle personalità più interessanti, autentiche e complesse della tradizione musicale del Gargano.
A seguire intervento acustico a cura del gruppo LI ARIARULE e naturalmente di Zi 'ntonio.
Appuntamento alla sede di Roma di Anima Mundi in via dei rutoli 15
Inviato da : CarloTrono il Martedì, 02 Settembre 2008 - 15:47 - 442 Letture.
Martedì 9 settembre ore 20:00 – Masseria Santa Lucia, Alessano
Presentazione del libro Danzare col ragno di Brizio Montinaro, Argo editore
Dallo spettacolo teatrale Danzare col ragno, interpretato da Brizio Montinaro con l'Ensemble Terra d'Otranto, il libro che propone un viaggio affascinante attraverso la letteratura e la musica che dal XV secolo ad oggi hanno segnato le tappe importanti di una delle tradizioni popolari più misteriose dell'area del Mediterraneo. Gli sguardi sul tarantismo di uomini di chiesa, medici, filosofi, viaggiatori, narratori, antropologi. Di volta in volta velenosi, sapienti, stupefatti, ironici, consapevoli. Le musiche antiche tutte certificate da testimoni come musiche veramente eseguite per il ballo delle tarantate: languide, malinconiche o variamente ritmate quelle del passato, scatenate fino al parossismo tragico quelle di oggi.
Salvatore Villani Antonio PiccininnoS Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino pp. 232 (cm 15 X 21), con CD musicale con 38 brani (durata totale 75:13). Registrazioni dal 1984 al 2007. TP 5 Antonio Piccininno, Piccëninnë, nasce il 18 febbraio 1916 a Carpino, in provincia di Foggia. Pastore e, contadino, con le sue novantadue primavere rappresenta, oggi come oggi, una delle personalità più interessanti, autentiche e complesse della tradizione musicale del Gargano. Cantatore eccellente, tra i più anziani del paese, porta con sé un bagaglio di conoscenze che lascia quale eredità culturale alle nuove generazioni. La sua testimonianza di vita, la sua interpretazione canora e la sua raccolta di canti sono punti di riferimento imprescindibili per un’adeguata comprensione della sua unicità. Il suo percorso si colloca in un ambito intermedio tra oralità e scrittura, frutto di stratificazioni in progress di apprendimento, dalla fase mnemotecnica orale del periodo giovanile, alla fase della partecipazione diretta ai riti collettivi delle serenate e dei balli (quando non ancora defunzionalizzati), alla fase dell’appropriazione autodidattica della scrittura per la raccolta dei canti popolari. Questo libro vuole essere un omaggio di chi l’ha frequentato con amicizia per quasi un quarto di secolo. Al suo interno sono stati riportati i manoscritti originali della sua autobiografia e del suo ultimo quaderno di raccolta dei canti popolari di Carpino. Allegato un CD musicale con 38 brani della tradizione carpinese da lui interpretati tra cui la ninna nanna, sonetti d’amore e di disprezzo nelle varie forme di tarantella, il canto religioso del Venerdì Santo (in cui Piccininno canta e si accompagna con la chitarra francese).
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Inviato da : CarloTrono il Sabato, 15 Marzo 2008 - 14:39 - 606 Letture.
A Roma di scena riti e devozioni della Settimana Santa in Calabria
Il 17 marzo, alle ore 18, presso la Sala Conferenza dell’ANCI, in via dei Prefetti 46, di scena a Roma riti e devozioni della Pasqua in Calabria con la presentazione del volume con cd allegato Forme della festa. La Settimana Santa in Calabria che, curato da Francesco Faeta e Antonello Ricci, è l’esito di una pluriennale ricerca sul campo condotta da un’équipe di specialisti con competenze diverse (antropologi, etnografi, etnomusicologi, fotografi, videoperatori, informatici).
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Inviato da : CarloTrono il Lunedì, 11 Febbraio 2008 - 13:40 - 615 Letture.
Venerdì 22 febbraio, ore 18,30 alla Libreria Melbookstore di Via Nazionale 252 a Roma sarà presentato il libro di Brizio Montinaro Danzare col ragno Musica e letteratura sul tarantismo dal XV al XX secolo edito da Argo.
Ne parleranno con l'autore: Maurizio Agamennone docente di Etnomusicologia presso l'Università di Firenze Giovanna Bandini scrittrice Vincenzo Santoro responsabile dell'Ufficio Cultura dell'ANCI.
Dallo spettacolo teatrale Danzare col ragno, interpretato da Brizio Montinaro con l’Ensemble Terra d’Otranto, il libro che propone un viaggio affascinante attraverso la letteratura e la musica che dal XV secolo ad oggi hanno segnato le tappe importanti di una delle tradizioni popolari più misteriose dell’area del Mediterraneo.
Inviato da : CarloTrono il Sabato, 05 Gennaio 2008 - 14:36 - 692 Letture.
Sabato 5 Gennaio – dalle 18.00 Sala triangolare del Castello – Otranto (Le) Info: 0832/801577 - www.kurumuny.it Ingresso gratuito
presentazione del volume Gianni Bosio - Clara Longhini 1968 UNA RICERCA IN SALENTO SUONI GRIDA RUMORI STORIE IMMAGINI
Sabato 5 Gennaio dalle 18.00 nella sala triangolare del Castello Aragonese di Oranto si terrà la presentazione del libro 1968, una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini di Gianni Bosio e Clara Longhini, edito da Kurumuny Edizioni. Alla presentazione, realizzata con il patrocinio del Comune di Otranto e in collaborazione con l’etichetta Anima Mundi, interverranno Luigi Chiriatti (direttore editoriale) e Sergio Torsello (consulente scientifico dell’Istituto Diego Carpitella). Il volume è stato insignito del prestigioso premio Roberto Leydi 2007 per l’importante contributo riconosciuto agli studi di ambito etnomusicologico.
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13 luglio, ore 22, Alessano, (LE), Masseria Macurano: Vittorino Curci e Vincenzo Santoro presentano il volume con cd allegato Sempre nuova è l'alba. Omaggio in musica a Rocco Scotellarodell'Antonio Dambrosio Ensemble. A seguire concerto in acustico dell'Antonio Dambrosio Ensemble.
Inviato da : CarloTrono il Lunedì, 18 Giugno 2007 - 13:39 - 670 Letture.
Dalla tarantella come tradizione inventata ai soni a ballu dell’Aspromonte Greco, un percorso multiforme, fra antropologia, letteratura ed etnocoreologia, per definire le forme di un’importante espressione della cultura popolare qual è la danza in questo estremo sud della Calabria. Il libro si fa leggere a più livelli. Fa da fondale una introduzione critica allo stereotipo della "tarantella" come simbolo internazionale di un irreale Mezzogiorno da cartolina. Ma il cuore del libro è l’area della Calabria Greca e, in particolare, Cardeto e la Valle del Sant’Agata.
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Inviato da : CarloTrono il Martedì, 10 Aprile 2007 - 14:03 - 1064 Letture.
"Una sorpresa pasquale per la nostra cultura con l'uscita del tanto atteso film:Amavate! storie di pizziche e pizzicati. La regia è di Annamaria Gallone, la casa produttrice è la milanese Kenzi. Per la prima volta in un film documentario la tradizione del tarantismo dell'alto Salento. Cosa è stato ieri,come viene vissuto e concepito oggi.
AMAVETE!, che in antico dialetto sanvitese significa "AMATEVI!", è l’esortazione, quasi un testamento spirituale, di zi’ Rita, una vecchia musicista dell’Alto Salento, Puglia, che tante volte nella sua vita ha suonato e cantato per "guarire" chi era stato "pizzicato" e quindi avvelenato dalla tarantola. E molti altri sono gli anziani che potremo incontrare in questo itinerario della memoria per scoprire e conservare le ultime, preziose testimonianze e performance di un ritmo/rito antico.
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Inviato da : Liolà il Sabato, 17 Marzo 2007 - 14:50 - 840 Letture.
Novità da Edizioni Kurumuny
Canti di Passione. Ce custi o Gaddho na Cantalìsi … La vita nelle comunità a base agricola-pastorale era scandita dai grandi avvenimenti religiosi e fra essi la Pasqua con la sua liturgia complessa e piena di simbolismi, quali morte rinascita e resurrezione, che rappresentano da sempre il risveglio della natura, il passaggio dall’inverno alla primavera. Allora i nostri contadini smettevano i panni di duri lavoratori della terra e indossavano quelli di finissimi cantori, de I Passiùna tu Cristù e Lu Santu Lazzaru…
Libro con CD audio.
Questo lavoro è dedicato a Cosimo Surdo, grande interprete della Passione grica e della cultura orale salentina, recentemente scomparso.
Inviato da : CarloTrono il Martedì, 27 Febbraio 2007 - 23:13 - 807 Letture.
Dal comunicato stampa di Edizioni Kurumuny Gianni Bosio e Chiara Longhini 1968 UNA RICERCA IN SALENTO suoni grida canti rumori storie immagini
Dalle intense e vitali pagine del diario della ricerca, uno stupefacente ritratto del Salento del 1968. Gianni Bosio e Clara Longhini, ricercatori dell’Istituto Ernesto de Martino, affidano alle suggestioni di un toccante corpus fotografico e sonoro, la nitida immagine della terra del rimorso dieci anni dopo la storica venuta di Ernesto de Martino. La ricerca trova oggi la luce in una prestigiosa ed elegante edizione cartonata, contenente tre CD audio e ulteriormente impreziosita dal contributo di autorevoli studiosi.
Inviato da : CarloTrono il Venerdì, 05 Gennaio 2007 - 23:31 - 1148 Letture.
Eugenio Imbriani e Pietro Fumarola sono i curatori dell'ultimo prodotto editoriale di Besa, dal titolo "Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato". Il libro, costituito da una raccolta di saggi di vari autori, sarà presentato il 9 Gennaio alle ore 17.00 presso l'Aula Ferrari dell'Università degli Studi di Lecce. Saranno presenti oltre ai curatori anche Remi Hess, Georges Lapassade, Marcello Strazzeri. L'evento fa parte del ciclo di colloqui internazionali "L'analisi istituzionale oggi", del quale si riporta il calendario completo.
Inviato da : CarloTrono il Martedì, 29 Agosto 2006 - 17:46 - 838 Letture.
La Libreria Idrusa di Alessano, in collaborazione con Edizioni Aramirè, con la Compagnia di Scherma Salentina e con Pizzicata.it, organizza per domenica 3 Settembre, presso piazzetta Oronzo Costa ad Alessano, un incontro di presentazione del libro di Davide Monaco "La Scherma Salentina...a memoria d'uomo", edizioni Aramirè 2006. Saranno presenti l'autore, l'editore Roberto Raheli e Vincenzo Santoro. A seguire, proiezione del DVD allegato al libro ed esibizione di scherma a cura della Compagnia di scherma salentina (Alfredo Barone, Leonardo Donadei, Flavio Olivares, Giovanni Sallustio, Daniele Vigna)
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The Greek Musical Tradition in South Italy Part 2: The Music
Since the early 19th century, a number of ethnologists have tried to document these traditions, and transcribe the songs. Although not many sung in the local idiom survive, the quality of those that do is outstanding.
The music can roughly be categorized as following:
Religious Music
This includes the Mass, performed in the local language and usually following the Orthodox ritual, even though the local church came under the Catholic jurisdiction in the recent past.
One of the most interesting quasi-religious musical pieces is the "I Passiuna tu Christù" (Christ's Passion), a recollection of the events taking place through the Christian Holy Week, the holiest period in Grecìa and Greece. It is performed in the street by two singers and an accordion player. There are many versions of excerpts available (including Ghetonìa, Savina Yannatou (on Virgin Maries of the World) and on the Hellenic Musical Tradition in South Italy record).
If you are interested in the complete version with elaborate notes, then you should look for "I Passiuna tu Christù" on Edizioni Aramirè (EA04), a field recording of outstanding quality and musicality. Of similar nature is the "La Strina," which is a song about the birth and infancy of Jesus from Grecìa Salentina and Novena from Calabria.
Secular Music
The secular music of the two regions basically consists of:
The tarantella, a popular dance used for curing the bite of a spider, Lycosa tarantula, is typical of the region. Many of the spider's victims were women who would go into a trance, dancing ecstatically until, exhausted, they would slow down, taken as a sign that they were cured. The tarantella is also known to the Romance population of the region.
The performers were not only able musicians but akin to shamans who were able to find the appropriate rhythm for the kind of spider that had bit the patient. It is generally accepted that the tarantella is directly related to the ritual of the cult of Dionysus (the patron god of wine) of Ancient Greece.
There are many wonderful examples in almost all the recordings of Grico and Grecanico music.
The love songs of the region possess an irresistible beauty and attraction. The combination of an intricate rhythm section and melodic background and a vernacular lyrical tradition capable of expressing a wide range of emotions from unrequited love to outright lust is quite wondrous. Comparing it to the music and the vernacular poetry of the region of the Peloponnese (where the second wave of immigrants to Grecìa arrived from), the influence of the Italian musical tradition and the advantages of life in a tension-free environment (characteristic of that culture) become utterly palpable.
"My faithful first love I still see you in my sleep But when I wake up I do not find you there And I start to cry a lot. Let my love into your heart As I've let it into mine That's the way things go You should love those who love you."
.......
CEGLIE MESSAPICA
Pino Santoro [LONG] Photostream (Click on a photo after opening)
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Il Venerdì Santo oggi. La processione dell'Addolorata raccontata attraverso gli scatti di Davide Malerba.
DIURNA 2
Anche quest’anno, alle ore 03.00 del Venerdì Santo,è partita dalla chiesa dei Templari (per l’indisponibilità della chiesa di Santa Teresa ancora per poco oggetto di restauro) la plurisecolare processione penitenziale in onore di Maria SS. Addolorata.
Alle ore 03.00 precise il velo della Madre ha varcato la soglia della Chiesa d’Ognissanti, iniziando il suo precedere mesto per le vie della città, raccogliendo le preghiere e le invocazioni di quanti, al suo passaggio, hanno pianto, chinato il capo e piegato il ginocchio.
L'antico rito è raccontato dagli scatti di Davide Malerba in tre parti:
1 - Notturna 2 - Diurna 1 3 - Diurna 2
Le foto della processione dell'Addolorata ed. 2007 sono solo su Tranionline.it
As the author of the following article points out, the Vattienti or Flagellants aim at participating in the passion (suffering ) of Christ while he was on the way to be crucified, rather than expiating for their sins. This view coheres with the re-enactment of Christ's life that I pointed out on p. 102. So, to baptism, communion (whereby a new Christ is mystically born), and the corpse unction, we add flagellation. (The crucifixion is also reproduced, as in Sicily, but it is acted out rather than re-enacted. Anyway, the cricifixion of the royal Jesus was not to atone for sins of men, as Paul of Tarsus imagined; it was a riddance of a pretender to the throne of Judaea.) The "martyrs" who welcomed suffering did so, too, for an imitation of Christ.
Nel 1999, nel corso della Trasmissione Televisiva ( Raiuno ) “FRONTIERE”, che aveva dedicato ampio spazio al Rito dei VATTIENTI (Flagellanti) del Venerdì e Sabato Santo in NOCERA TERINESE (Catanzaro), l’Esimio Cardinale Ersilio TONINI, all’uopo intervistato, solennizzò che “ANCHE LA FLAGELLAZIONE NON E’ AUTOPUNIZIONE MA E’ QUASI VOLER PARTECIPARE ALLA PASSIONE DEL SIGNORE, UN DESIDERIO PROFONDO DI DIRE "TU HAI FATTO QUESTO PER ME, IO FACCIO QUESTO PER TE", E ANCHE, ANCORA, A FAR SI CHE LA GENTE VISIVAMENTE CAPISCA CHE IL SIGNORE NON SI E’ LIMITATO A SENTIRE SOFFERENZE PER NOI, MA E’ LA CARNE VERA, IL SANGUE VERO. SE ALLORA C’E’ UN POSTO NEL MONDO DOVE I PECCATI, GLI ORRORI, I DELITTI, LE VERGOGNE SONO SENTITE COME EVENTI DI COSCIENZA E SI AVVERTE IL BISOGNO DELLA PENITENZA DI RICONOSCERE DIO COME PADRE E DI ESPRIMERE ATTRAVERSO IL CORPO LO STRUGGIMENTO DELL’ANIMA, BEN VENGANO; QUESTO E’ IL SEGNO DI GRANDE MODERNITA’, LA VERA MODERNITA’ : LA LIBERAZIONE, LA CAPACITA’ DI PORTARE IL PROPRIO ANIMO A NON SENTIRE PIU’ IL PESO DEL PASSATO, MA A RECUPERARE TUTTE LE ENERGIE E METTERLE A DISPOSIZIONE DEL BENE DI TUTTI”. La sola e semplice visione delle foto pubblicate, di qualche filmato, di ciò che si rinviene con Internet, non sono affatto utili a comprendere il rito dei flagellanti di Nocera Terinese perché esso va seguito dal vivo, con amore e particolare interesse e predisposizione d’animo. Il Prof. Ernesto PONTIERI, illustre storico ora scomparso, nativo di Nocera Terinese, già Magnifico Rettore dell’Università Studi “ Federico II° “ di Napoli, in uno dei suoi tanti libri in materia, consacrò che “ I VATTIENTI SONO UOMINI CHE ADEMPIONO IL VOTO O PRATICANO LA DEVOZIONE, UNA VOLTA TRAMANDATA DA PADRE IN FIGLIO, DI FLAGELLARSI PUBBLICAMENTE, A CIO’ MOSSI DALL’INTENTO DI CASTIGARE LA CARNE, STRUMENTO DEL PECCATO, E DI UNIRSI SPIRITUALMENTE A CRISTO NELLE SOFFERENZE CHE PRECEDETTERO LA SUA CROCEFISSIONE”. E’, dunque, a NOCERA TERINESE, in provincia di Catanzaro, ad una manciata di Km. dall’Aeroporto, dalla Stazione C.le F.S. e dal Bivio Autostradale di Lamezia Terme, ed altrettanto dicasi per i confini dalla città di Cosenza, che la calma, la monotonia, la tranquillità di tutti i giorni, vengono letteralmente stravolte, in occasione del VENERDI e SABATO SANTO DI PASQUA, attraverso una tradizione secolare, risalente, all’incirca, al 1260/1300, che, con straordinaria puntualità, si rinnova annualmente. E’ in questo ridente paese di circa 6 mila abitanti, incastonato tal quale un presepe nella Valle del Fiume Savuto, con profonde radici nella Magna Grecia al punto da essere fortemente identificata sicuro Sito delle rinomate colonie greche di Terina o Temesa, che viene perpetrato il “RITO DEL SANGUE” mediante l’autentica e pura autoflagellazione, operata da un centinaio di persone del luogo che, per devozione, per grazia ricevuta o per un voto fatto, si percuotono i “polponi” delle cosce e delle gambe con degli arnesi definiti il “CARDO” e la “ROSA”, facendo defluire sangue copioso e percorrendo gli identici sentieri tracciati dalla imponente Processione della Stupenda, indescrivibile Statua della Madonna Addolorata (PIETA’). Una Statua incantevole e paradisiaca che induce al pianto al solo rimirarla, un Gruppo Ligneo del peso di circa 5 quintali, dal valore inestimabile, di ignoto artista, e forse risalente al 1300, secondo le indicazioni fornite dalla scomparsa antropologa Ida MAGLI in una nota del suo volumetto “GLI UOMINI DELLA PENITENZA”. Tradizione vuole che fosse stata scolpita da un pastorello che, a lavoro completato, divenne cieco per evitare di farne riproduzione. Si tramanda che prima di questa Sacra Icona della Pietà, ormai, dai residenti, da sempre consacrata “dell’Addolorata”, nel corso della processione si trasportava altra Statua dell’Addolorata, ancor oggi conservata gelosamente in una nicchia della Chiesa Matrice. Rito antichissimo, sulla cui introduzione vi sono enormi incertezze (Agostiniani, Benedettini, Gesuiti, Minori Conventuali o Passionisti ??), ancor oggi vivo, vegeto e vibrante in un paese che, tra l’altro, fu Feudo degli Ospedalieri di San Giovanni, progenitori dei Cavalieri di Malta, fatto sta che il VENERDI SANTO A SERA di OGNI ANNO, intorno alle ore 20,00, gli “Apostoli” (Portantini), vestiti di lungo camice bianco e corona di spine in testa, prelevano la pesante Statua dalla Chiesa dell’Annunziata ove è ben allocata da sempre e, a spalle, con ritmo lento e cadenzato, danno inizio alla “VIA CRUCIS”. A metà percorso processione intervengono, puntuali, 10 o 15 Vattienti (Flagellanti) che, per l’appunto, inginocchiandosi devotamente dinnanzi alla Pietà, si autoflagellano lasciando che la Statua, poi, raggiunga la Chiesa Madre di San Giovanni Battista per la predica dei Sermoni. Il “clou” della Settimana Santa lo si rinviene nella intera giornata del SABATO seguente, con inizio alle ore 8,00 del mattino, allorché la Statua, sempre stabile sulle spalle degli “Apostoli”, è nuovamente prelevata dalla Chiesa di appartenenza per essere trasportata in processione per l’intero paese, vicoli e viuzze compresi, facendone rientro intorno alle ore 18,00. Le restanti Chiese situate in varie zone del paese, ivi compreso il luogo che funge da Monte Calvario, rivestono ruolo di Sepolcri, prima fra esse quella sita nel magnogreco Rione Motta, già Tempio dedicato a Bacco, per come si evince dai Bassorilievi ancora ivi impressi a sfidare i secoli. La Statua fa delle piccole soste anche presso appositi altarini approntati dinnanzi ad alcune case di fedeli e, comunque, è seguita da migliaia di fedeli, molti dei quali emigrati all’uopo rientrati in terra natìa, centinaia di turisti di ogni parte del mondo, una elevata presenza di sociologi, antropologi, etnologi, storici e filosofi, ed è preceduta dalla Banda Musicale che, unitamente alle nenie dei devoti, intona marce funebri di alta levatura, la “JONE” del Petrelli in primis, apportando possente ed intensa commozione. E la commozione sfiora i confini dell’impossibile allorché tra l’immensa calca si vedono emergere quelle CROCI RIVESTITE DI STRISCE DI PANNO ROSSO, autentica “calamita” di mille e mille cineprese e delle numerose Troupe Televisive Inglesi, Tedesche, Francesi, Giapponesi ecc. ecc. SONO LORO, i VATTIENTI che, con portamento contrito e sofferente, silenziosi e solenni, attuano il rito dell’autoflagellazione, così come già sommariamente descritto. Vestiti, di norma, con pantaloncino nero rimboccato fino ai fianchi e maglietta pure di colore nero (LUTTO), essi preparano la prima fase della flagellazione (INIZIAZIONE) nel garage delle loro abitazioni percuotendo le parti del corpo già descritte con la “ROSA”, un disco di sughero ben levigato e di facile presa, fino a farvi confluire il sangue, dopodichè si passa all’uso del “CARDO”, altro disco di sughero sul quale sono infissi 13 pezzi di vetro acuminati (GESU’ E GLI APOSTOLI), tenuti saldi alla radice da una mistura di cere vergini. Con il CARDO si provocano lacerazioni con conseguente abbondante fuoriuscita di sangue. Tale “operazione” viene ripetuta più e più volte nella maniera più sentita e straziante possibile, specie quando avviene il fatale e sublime momento dell’incrocio col Sacro Simulacro. I Vattienti hanno in testa una CORONA di SPINE di “SPARACOGNA” (cespuglio spinoso degli asparagi selvatici) che poggia su una bandana nera detta “MANNILE”, che ha il compito di rinsaldare la capigliatura e che anticamente veniva prolungata fino agli occhi a mò di benda. Con una cordicella (in segno di “CONTINUITA’”) assicurata alla vita, ad essa saldamente afferrato ed a distanza di un metro, lo segue il proprio “ACCIOMU” (ECCE HOMO), un giovane dal torso nudo, vestito di un semplice panno rosso e portante, poggiata sulla spalla, una croce, di canna o stecche di legno, interamente rivestita con strisce di panno rosso (SANGUE SGORGANTE), anche egli con una corona di Spina Santa in testa. Il flagellante ha al suo seguito anche un terzo elemento, un amico che porta una tanica di vino rosso (L’ACETO DATO A GESU’ CON LA SPUGNA) da versare, di tanto in tanto, sulle parti insanguinate, sia come disinfettante, sia come lavaggio antiraggrumazione. Terminato il lungo giro penitenziale di notevole e faticosa durata, il Vattiente rientra nel luogo di partenza ove lava le parti con un infuso di rosmarino, dalle potenti proprietà cicatrizzanti, messo preventivamente a bollire in un pentolone, dopodichè, vestiti gli abiti da civile si aggrega al corteo processionale. Innumerevoli Università Studi Italiane, ove possono rinvenirsi svariate, autentiche Tesi di Laurea sull’argomento, non ultime Roma, Messina, Perugia,. Siena, Treviso, Torino e Bologna, una infinità di studiosi e ricercatori, quali quelli del Musée de l’Homme di Parigi o del CNR, nell’affrontare la problematica, hanno divagato su assiomi riferentesi al Paganesimo ed agli Albori del Cristianesimo ma, anche in assenza, ancor oggi, di precise risorse documentali all’infuori di quanto rinvenuto negli Archivi della Parrocchia (1777) e del preposto Vescovato (1361), una cosa è sacrosanta ed inoppugnabile. I due Penitenti (Vattiente ed Acciomu), entrambi collegati dalla CORDICELLA, incarnano la Figura del Cristo nell’estrema fase della Sua Passione. Il Vattiente altri non è che Gesù flagellato alla Colonna, mentre l’Acciomu, così come da Abbigliamento e “Titolo” (Ecce Homo), è Gesù presentato al popolo da Pilato. La simbologia del Vattiente è ulteriormente avallata da una delle tante Confessioni di Santa Brigida, conclamante che Gesù fu flagellato alla Colonna da BENDATO ed infatti, qualcuno lo attua ancora oggi, come già cennato, anticamente i Vattienti si flagellavano col volto bendato, così come lo si nota dalle poche foto del 1900 custodite presso la Pro Loco.
FRATELLI Maria e Ferdinando CURCIO
(ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA INTERNAZIONALE "Italia Turistica" EDITA A PADOVA, DEL FEBBRAIO/MARZO 2006)
THE SEARCHING SORROWFUL MOTHER at Amantea (a town near my native town where I went many times). It used to be an important Greek town and much older than mine. The inhabitants of Amantea [Amanteia] are called, in Italian, Amanteani, but locally we called them 'Mantiuoti, which is the Greek "Amantiotes" pluralized in the Latin/Italian way. My town's language [longobardese] preserves many Greeks words that were spoken there before the advent of the Romans, as I have demonstrated in this weblog.
This procession goes to show that there used to be the cult of Demeter in the Amantea precinct.
On p. 102, I stated that the "Demetrian" Christians could not transpose the meeting of Demeter and Kore after her return, because there is no scriptural meeting of Mary and her risen son. Little did I know that some of those Christians invented a meeting between Mary and the returned son, though this processional performance is not under the auspices of the Church. One of the towns where this meeting is performed is in Dasa` (Vibo Val.) in Calabria. Here the meeting ("affruntata") is called "la 'ncrinata" (the Flaw), since the two suddenly run toward each other. Before the meeting, the young disciple, John, learned of the resurrection and ran to inform Mary, the mother of Jesus. He takes the place of Hermes, the speedy messenger and psychopompous who is usually portrayed with the returning Kore. The whole processional Play comes straight from the myth of Kore's return. (Just in Calabria, some other towns where this happens are Mammola and Polistena.)
This photo is from Prizzi (Palermo) in Sicily. It seems that in some towns the statues are so contructed that, when they meet, they could kiss and the mother's black dress of mourning could be cast away. Mishaps are considered bad omens.
Pasqua a Prizzi ( Palermo ) ... dove i 'diavoli' ostacolano l'incontro fra la Madonna e Gesù Risorto. [The devils try to obstruct the meeting.]
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At ENNA (Sicily)
On p. 102, we saw that on Good Friday at Enna, the searching mother found her son in the cemetery (or Hades). Now that her son has returned, they meet. The meeting rite is called "a paci" [the peace, referring to the meeting or reconciliation of two different parts of the people].
"Era, infatti, così grande il prestigio e l'antichità di quel culto che, andando in quel luogo, sembrava che si recassero non al tempio di Cerere, ma da Cerere in persona. ....gli abitanti ... danno l'impressione non di cittadini ...ma di tanti sacerdoti, ... coabitatori e supremi ministri di Cerere". (M. T. Cicerone, La seconda azione giudiziaria contro Gaio Verre, Libro IV)
Così parla M. T. Cicerone nel descrivere Enna, come fecero molti altri personaggi illustri, identificando la città con il mito. Ma adesso di quei luoghi cosa è rimasto? Che cosa è ancora leggibile sul territorio di questa antica leggenda che tanto ha influito e caratterizzato questo luogo da persistere tuttora nella memoria e nei gesti di ogni giorno? IL CULTO Nella ricerca delle origini della città di Enna, importante è la collocazione di uno dei miti più poetici: l'amore materno identificato con il grande ciclo delle stagioni. Quando l'uomo cercò di spiegare gli eventi straordinari, i misteri che accompagnavano le cose della natura e che hanno portato alla formazione del mondo, la fantasia intervenne e così Demetra/Cerere e Persefone/Proserpina spiegarono il mistero dell'avvicendarsi delle stagioni. I Sicani videro nel monte Enna la sacra sede della loro divinità, matrice di vita e fecondatrice di messi, di armenti e di uomini, la dea Madre legata alla terra e alle attività dell'agricoltura ed è su questo culto che si innestò il culto misterico di Demetra. E fu proprio da una grotta nei pressi di Enna, precisamente sulla collina di Cozzo Matrice vicino il mitico lago di Pergusa, che Ade/Plutone, il dio degli Inferi e della notte, incantato dalla bellezza primaverile della nipote Persefone la rapì. La madre cercò invano per nove giorni, facendosi luce nella notte con fiaccole di abete accese nella bocca della vicina Etna, gridando "Kore - Kore", e la terra, dalla dea ignorata, si inaridì al sole in un mondo senza più primavere. Demetra chiese allora a Zeus di intervenire, così questi, per impedire che gli uomini morissero per le molte carestie che si abbatterono sulla terra, fece sì che Persefone passasse gran parte dell'anno in compagnia della madre. Ritornò così il ciclo delle stagioni. Demetra/Cerere, dea delle messi, aveva presso l'omonima rocca ad Enna la sede di un gigantesco simulacro, un magnifico colosso di pietra, ed accanto ad esso, pure in pietra, vi era un secondo colosso raffigurante Trittolemo. Esso era il figlio del re Celeo, e fu l'unico che seppe indicare alla dea il posto in cui si trovava la figlia rapita. Demetra per ringraziarlo gli donò i semi di grano e un aratro di legno guidato da una coppia di draghi e gli insegnò l'arte dell'agricoltura mandandolo in ogni parte del mondo affinché lo insegnasse all'umanità. Un istmo angusto di terra collegava la rocca con un'ampia spianata (al posto dell'attuale Castello) dove sorgeva maestoso e solenne il santuario vero e proprio, con il tempio dedicato alla dea. Vicino al tempio c'erano sicuramente tutta una serie di spazi attrezzati per il buon funzionamento del santuario, c'erano le abitazioni delle sacerdotesse e gli inservienti, oltre ai locali per il deposito dei doni votivi, come le fosse campanate ritrovate all'interno dell'attuale Castello di Lombardia testimoniano e si pensa che servissero per la conservazione del grano donato. La presenza di un così importante santuario testimonia la sacralità del suolo di Enna. Il suo culto fu molto sentito dai greci e dai romani, che ne fecero una delle divinità più celebrate. Le feste Elusine , infatti, durante il periodo greco, si celebravano a febbraio e alludevano al risveglio primaverile con il ritorno di Persefone sulla terra. Le grandi Elusine avvenivano nella seconda metà di settembre, quando Persefone tornava agli Inferi. Queste feste duravano nove giorni (tanto quanto era durata la ricerca di Demetra). La processione era spettacolare e raggiungeva anche 30.000 presenze che entravano ad Eleusi (nell'Attica) di notte in silenzio con in mano tante fiaccole accese. I romani celebravano Demetra, adesso chiamata Cerere, duranti i Cerealia, festa che si svolgeva con solenni cerimonie e giochi circensi dal 12 al 19 aprile. In agosto poi le matrone romane festeggiavano Proserpina, con primizie di frutta e favi di miele, indossando abiti bianchi in ricordo della sua purezza virginea.
Inizia adesso il percorso, tra quei luoghi che videro in un lontanissimo e glorioso passato, svolgersi il mito di Cerere, cercando con l'aiuto di molta letteratura classica e con quei pochi frammenti rimasti sul territorio a sentire di nuovo lo spirito della terra farsi carne e rivivere tra noi.
ROCCA DI CERERE Del grandioso tempio, che per secoli fu oggetto del culto di Cerere, quasi nulla rimane, resta solo il luogo su cui sorgeva l'altare sacrificale e le colossali statue di Cerere e Trittolemo. Alla sommità della rocca si accedeva attraverso due scale: - una a nord-ovest, larga 4,30 m. e della quale restano solo i quattro gradini superiori; - l'altra a sud-ovest, meno larga e con dei gradini molto alti, riservata ai sacerdoti. Questa scala è ben conservata, i primi otto gradini sono di blocchi di pietra uniti senza malta, gli altri undici sono intagliati nella roccia e sono larghi 2,25 m. Resta questo tuttora l'unico collegamento per potere accedere alla rocca, ma secondo quando scritto da viaggiatori stranieri dell'800 esisteva una rampa che portava direttamente all'ara che sorgeva al centro della rupe. Esaminando il luogo sul lato di mezzogiorno si nota una intaccatura nella roccia (di metri 3,90 x 3,20) adatta per istallare la base di una grande statua che poteva dominare tutto lo spazio circostante, e si pensa che questo era il luogo in cui era posto un enorme colosso di pietra raffigurante Cerere con una fiaccola in mano perennemente accesa che dominava l'intera vallata sottostante accogliendo le migliaia di pellegrini che accorrevano da tutto il mondo. Verso tramontana invece, a sinistra della larga scala, nell'angolo nord-ovest, c'è un'altra intaccatura (di metri 3 x 2) dove forse era posta la statua di Trittolemo. Di entrambe le statue ci rimangono solo alcune riproduzioni che si trovano su monete esposte nel museo civico della città, oltre naturalmente la descrizione fatta da Cicerone nelle sue Verrine. Il tempio vero e proprio si trovava quasi sicuramente sulla spianata ove adesso sorge il Castello di Lombardia, e di esso rimangono alcune colonne di alabastro scannellate oggi visibili all'interno della chiesa di S. Biagio e all'interno del museo civico e due nodi di baccanti trasformati in acquasantiera all'interno del Duomo. Attraverso scritti dell'epoca sappiamo anche che in questo luogo vi erano altre statue di Cerere e di Libera (Proserpina). Possiamo solo immaginare come di fronte ad un così importante santuario una folla di fedeli osannanti, vi si recava in processione, ed alcune giovinette portavano ghirlande di spighe mature e operavano culti segreti e misteriosi. All'approssimarsi delle feste in onore di Cerere era prescritto a tutti l'osservanza della più severa castità. Si celebravano i misteri Eleusini, così come era stato tramandato dall'Attica, e talmente erano osservate le sue caratteristiche originarie, che le sacerdotesse erano greche come greco era il formulario dei riti. Solo la rocca di Cerere è rimasta silenziosa a testimoniare i fasti del passato, e nonostante nulla più è rimasto da allora, ancor oggi, quando in silenzio si ripercorrono quei sentieri e attraverso la scala si accede nella punta estrema della rupe, quando dall'alto di quei 1.100 metri si contempla l'Isola, quasi a volerla abbracciare tutta, scorgendo perfino il mare che la lambisce, ci si accorge veramente di essere ancora nella dimora di una Dea.
ANTRO DI ADE In una zona circostante il lago di Pergusa, precisamente a Cozzo Matrice, sono stati fatti alcuni scavi archeologici che hanno portato alla luce un'area densamente abitata fin dalla preistoria. Sono stati ritrovati corredi funerari appartenenti ad una necropoli greco - indigena del VI - V sec. a.C., riutilizzate poi anche in epoca medievale, resti di abitazioni, fortificazioni e templi. Questo luogo che domina la valle di Dittaino (l'antico Crysas) e le vie di comunicazione verso l'Himera, è fondamentalmente conosciuto però per essere il luogo in cui avvenne il mitico ratto di Proserpina. Q uesto era un luogo lussureggiante e di fresca bellezza, e come ci tramandò Diodoro Siculo, fu da una grotta qui presente, la quale è tuttora visibile, che fuoriuscì Ade/Plutone, dio degli Inferi sopra un carro di fuoco trainato da enormi cavalli neri, per rapire la nipote che in compagnia di altre fanciulle, nelle campagne la intorno passeggiava raccogliendo gigli e violette. Giungendo in questo luogo in primavera si assiste ad un tripudio di gigli dal profondo colore viola che tuttora incantano così come dovettero incantare Proserpina allora e continuando a camminare si giunge in quella che viene ricordata come l'antro da cui fuoriuscì Ade e timorosi ci si avvicina temendo che possa all'improvviso squarciarsi la terra per far riemergere quel carro di fuoco.
VIA CERERE ARSA All'interno di uno dei quartieri più antichi di Enna, laddove il turista raramente si addentra, c'è una piccola via detta Cerere Arsa. Questo luogo in passato era una vallata rigogliosa e profumata dalla moltitudine di fiori che vi crescevano, con il mormorio del torrente Torcicoda che precipitava a valle. Il luogo era abitato dai "fullones", operai che lavoravano il lino con le acque del torrente, e fu qui che giunse S. Pancrazio, il quale convertì gli abitanti del quartiere facendoli diventare la prima comunità cristiana della città. Ma in questo luogo sorgeva un tempietto dedicato alla dea Cerere, il cui culto era vivo fino al 1400. E proprio per dimostrare la superiorità della religione cristiana che si stava affermando all'interno di una comunità che era in prevalenza di religione pagana, araba ed ebrea, il santo fece bruciare il simulacro della dea, promettendo che i raccolti sarebbero stati lo stesso copiosi e fece erigere una cappella in onore della Madonna detta poi di Valverde. Q uesta via, piccola e con poche case che la circondano, nulla conserva tranne nel nome, di quello che un tempo avvenne, si possono solo osservare due grotte preistoriche il cui utilizzo adesso e diventato improprio e di cui non conosciamo l'effettiva importanza.
Da Enna l'interna, Enna l'eccelsa, Enna la profonda. Dalla sua alta rocca, dai balconi, dagli spalti del castello, dalle torri domini con lo sguardo tutto intorno. (...) Da questa eminenza netta, da questa inaccessibile fortezza, da questo gran castello della Lombardia, da questa acropoli, scorgi ogni lato e capo di Trinacria. Qui è il centro, il punto più remoto e più interno, e qui è l'onfalo, la grotta e il grembo del più antico mito: della madre terra, della natura che muore e che risorge.
Two Terracotta Statuettes of Dancers, height 15,5 cm, mid 3rd century B.C., Museo Archeologico Regionale, Siracusa, Sicilia
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From Taranto, 3rd century B.C.
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These do not seem to be Baccantes (Maenads) -- as they are often described:
From Pompeii
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From Pompeii, House of Vettii (before restauration)
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MENADI
Menade, statua in terracotta, IV sec. a.C., da Locri (Reggio Calabria, Museo Nazionale)
Le Menadi - prive, in effetti, di alcun aggancio con il mare o con altri elementi liquidi, se non ... il vino - sono Baccanti divine al seguito del dio Dioniso.
Invasate da lui che ispira loro una mistica follia, errano nella campagna, nude o vestite di veli leggeri, incoronate di edera, portando in mano un tirso o un cantaro del vino, e si abbandonano ad una danza sfrenata, suonando il flauto doppio o percotendo un tamburello.
Inoltre comandano alle belve: per esempio, in alcune rappresentazioni appaiono portate in groppa dalle pantere, mentre tengono lupacchiotti in braccio.
I loro atteggiamenti e trastulli vengono imitati dalle Baccanti umane, cioè le donne che si danno al culto di Dioniso. Le prime Menadi, nella leggenda, sono le Ninfe che hanno nutrito Dioniso bambino. Hanno una parte in un certo numero di leggende di personaggi mitici (Licurgo, Orfeo e Penteo).
Una Menade con tamburello, in preda all'estasi dionisiaca, avanza seguita da un Satiro che suona un doppio flauto, mentre un secondo, affiancato da una pantera, in mano un tirso, chiude il corteo. Rilievo di età augusteo-tiberiana da Ercolano. (Napoli, Museo Archeologico Nazionale)
La Danza di nudi di Antonio del Pollaiolo (1460-75) Un’ipotesi di riconoscimento di modelli iconografici antichi tratti dai sarcofagi dionisiaci ellenistico-romani
Antonio del Pollaiolo, Danza di nudi, pittura su muro, 1460-75, Villa la Gallina, Arcetri (Firenze)
La Danza di nudi di Villa la Gallina ad Arcetri (Firenze), dipinta da Antonio del Pollaiolo tra il 1460 e il 1475, rappresenta una danza estatica ‘all’antica’ e costituisce un esempio iconografico unico nella Firenze di metà Quattrocento.
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Vaso da Vulci -- Dionisio e Satiri (V secolo a.C.)
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Collezione - Museo Archeologico Nazionale di Napoli
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THE WONDERFUL Museo Archeologico Nazionale di Napoli. (The Wikipedia article in English is extremely reduced.)
chiuso il martedì, 1 gennaio, 1 maggio e 25 dicembre.
Biglietti
Intero: € 6,50
Ridotto: giovani dai 18 ai 25 anni; Gratuito: persone d'età inferiore ai 18 anni e superiore ai 65, insegnanti delle scuole statali, studenti universitari di facoltà di materie attinenti. Il MANN rientra fra i siti visitabili con "artecard" (biglietto integrato musei-scavi-trasporti). Attenzione! Dal 1° febbraio al 30 maggio, l'ingresso delle scolaresche è subordinato ad una prenotazione obbligatoria.
Il Museo può essere raggiunto con i seguenti mezzi pubblici:
Metropolitana linea 1 (fermata Museo);
Metropolitana linea 2 (fermata Piazza Cavour);
Bus: da Piazza Garibaldi: 201, M4N, M5; dal Porto Beverello (piazza Municipio): 201, R1, R4; dai Ponti Rossi - Capodimonte: C63.
Ferrovia Cumana e Circumflegrea: fermata stazione Montesanto (a 15 minuti di cammino).
Il Museo archeologico nazionale di Napoli (MANN) è ritenuto uno dei più importanti al mondo sia per la qualità che per la quantità delle opere che espone, principalmente quelle di epoca greco-romana. [1]
L'edificio che attualmente ospita il museo, la cui costruzione fu iniziata nel 1585, rappresenta anche una rilevante testimonianza architettonica: infatti è uno dei maggiori palazzi monumentali di Napoli.
Il Museo è costituito da tre-quattro nuclei principali: la Collezione Farnese (costituita da reperti provenienti da Roma e dintorni); le collezioni pompeiane (reperti provenienti da Pompei, Ercolano, Stabiae ed altri siti antichi dell'area vesuviana, facenti parte soprattutto delle collezioni borboniche); altri reperti facenti parte di collezioni minori acquisite o donate al museo (p.es. la collezione Borgia, la Santangelo, la Stevens, la Spinelli, ecc.); infine reperti provenienti da scavi effettuati nell'area di competenza della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Napoli e Caserta (sezione Preistorica, Cumana, Pithecusae, Neapolis, ecc.) di cui il Museo fa parte.
Dopo i maggiori lavori di restauro e di ristrutturazione dell'edificio - che si sono protratti per alcuni decenni e sono oramai in via di completamento - si prosegue nel programma e nella realizzazione di una riorganizzazione globale delle collezioni secondo criteri espositivi nuovi. A causa di questi lavori, alcune raccolte rimangono escluse dalla visita; esse sono attualmente: la Magna Grecia, l'Epigrafica, gli Affreschi (parzialmente), la Statuaria Farnese (parzialmente), la Statuaria pompeiana.
Il vecchio ingresso alla Cavallerizza, via Santa Teresa
La Cavallerizza (1585-1611)
La costruzione dell'edificio fu iniziata nel 1586 come caserma di cavalleria; questa era situata subito al di fuori della cinta muraria di Napoli (che correva dove oggi si trovano i porticati antistanti la Galleria Principe di Napoli). La Cavallerizza era molto più piccola dell'attuale palazzo museale ed il suo ingresso principale si apriva sul lato occidentale, sull'attuale via Santa Teresa, dove tuttora è visibile - seppure murato - caratterizzato da due tozze colonne in basalto a rocchi distanziati sovrapposti. I lavori tuttavia proseguirono a rilento anche per la mancanza di acqua in zona.
L'Università: i "Regi Studi" (1612-1776)[modifica]
Nel 1612 il viceré don Pedro Fernández de Castro, conte di Lemos decise di trasferire nell'edificio incompiuto l'Università di Napoli ("Palazzo dei Regi Studi"), già a San Domenico Maggiore. I lavori di ristrutturazione furono affidati a Giulio Cesare Fontana e prevedevano nella pianta: un ampio atrio centrale che si apriva a sud (l'attuale ingresso principale), chiuso sul fondo da una grande aula absidata destinata alle solenni adunanze (la "Sala dei Concorsi")[2] illuminata da alcuni finestroni, e al di sopra dell'atrio un ampio salone per la biblioteca; ai lati, simmetricamente, due cortili quadrangolari circondati da porticati sui quali si aprivano le diverse aule. L'aspetto esterno prevedeva: l'ingresso principale fiancheggiato da due colonne in marmo e due finestroni, stemmi al di sotto dei balconi, finestroni per la biblioteca, ed in cima un frontone; la facciata delle ali laterali - distinte dal solo piano terra - veniva caratterizzata da grandi finestre con timpani decorati agli apici da vasi e medaglioni contenenti dei busti, alternate a nicchie contenenti delle statue (come attestano diverse antiche stampe ed un famoso quadro di Viviano Codazzi). Benché non fosse ancora completo, l'edificio fu inaugurato nel 1615; ma già l'anno dopo i lavori vennero interrotti per la partenza del Fontana da Napoli. Tra il 1670 e il 1688, a seguito di cedimenti e soprattutto dei gravi terremoti che colpirono la città, vennero chiuse le arcate dei porticati che davano sui cortili per sostenere maggiormente il corpo centrale, e murate anche le finestre dell'aula absidata. Con l'avvento dei Borboni, re Carlo III incaricò già nel 1735Giovanni Antonio Medrano a riparare i danni subiti dal palazzo; al Medrano si deve infatti la geniale soluzione della copertura del "Gran Salone" al primo piano, col sistema del doppio tetto: uno interno di travi e tiranti lignei al quale è sospesa la volta successivamente affrescata, ed un secondo ordine di capriate più alto che copre il tutto e costituisce il tetto vero e proprio. Nel 1742 l'architetto Ferdinando Sanfelice cominciava a costruire l'ala orientale del palazzo, ma i lavori vennero interrotti 17 anni dopo per la partenza del re Carlo per il trono di Spagna.
Museo Archeologico Nazionale: esterno
Il museo: il "Real Museo Borbonico" (1777-1859)
Succeduto sul trono di Napoli il figlio Ferdinando IV, dopo aver espulso nel 1767 i Gesuiti dal Regno di Napoli, nel 1777 spostava definitivamente l'Università dei Regi Studi nel loro ex convento del Salvatore[3], e decideva quindi di trasferire nel liberato palazzo sia il "Museo Hercolanese" dalla Reggia di Portici, che il "Museo Farnesiano" dalla Reggia di Capodimonte, oltre alla Biblioteca, ed alle Scuole di Belle Arti. I lavori di ristrutturazione vennero affidati a Ferdinando Fuga: costui ridusse l'atrio di ingresso da tre ad una sola navata, quella centrale, murando tutte le arcate, e lo stesso venne fatto a tutto il porticato occidentale, mentre l'aula absidata "dei Concorsi" fu abolita ed in essa realizzato l'attuale scalone monumentale, seppure in piperno.
Il progetto prevedeva una netta separazione tra i vari nuclei, con al pianterreno il Museo Hercolanese intorno al cortile occidentale, la Quadreria farnesiana invece intorno al cortile orientale, mentre gli ambienti sul piano ammezzato venivano destinati da un lato al bibliotecario ed al restauro, dall'altro alle Accademie ed allo "studio del nudo", e naturalmente il "Gran Salone" al primo piano alla biblioteca. Crescenti critiche all'operato del Fuga (oscurità del corridoio di accesso, cattiva esposizione dell'Accademia, costi eccessivi, eccetera) fecero sì che nel 1780 la prosecuzione dei lavori fosse affidata a Pompeo Schiantarelli, che non tardò a ripristinare il vecchio atrio a tre navate riaprendo le sue arcate, a realizzare davanti al museo il terrapieno con i relativi scaloni in basalto e poi - progettando di soprelevare l'edificio - ad abbattere i tetti a spiovente sopra le ali laterali per sostituirli con delle terrazze. Lo Schiantarelli è una figura importante per i numerosi progetti di ampliamento del Museo, progetti purtroppo tutti abortiti per le più diverse ragioni.
Mentre Pietro Bardellino nel 1781 realizzava ancora l'affresco sulla volta del "Gran Salone", i lavori venivano di lì a poco interrotti per la morte del Fuga, la mancanza di fondi, ed infine il terremoto nelle Calabrie (1783) che stornò le rimanenti risorse. Tra il 1786 ed il 1788 Ferdinando IV riuscì - nonostante le vive proteste e l'opposizione di papa Pio VI - a trasferire da Roma a Napoli le ricche e importanti collezioni di antichità farnesiane, ereditate da sua nonna Elisabetta Farnese[4]. Ciò richiese un progetto di ampliamento del museo. Il primo progetto dello Schiantarelli prevedeva di ampliare il museo verso nord, acquistando il giardino del convento di Santa Teresa, e realizzando un'ampia galleria ad emiciclo; questo progetto fu cambiato in uno simile dove l'ampio emiciclo veniva sostituito con un altrettanto ampio corpo rettangolare con un unico cortile centrale, ovvero con due cortili simmetrici, in sostanza prevedendo un raddoppiamento del museo verso nord. Tuttavia i costi eccessivi di questi progetti obbligarono lo Schiantarelli a ridimensionare il tutto in un terzo progetto. I lavori vennero ripresi nel 1790, ma l'anno dopo l'astronomo Giuseppe Casella propose di inserire nell'edificio un osservatorio astronomico, che obbligò a rielaborare nuovamente l'ultimo progetto: esso prevedeva la realizzazione di un'alta torre nell'angolo nord-est dell'edificio (dove oggi è esposto il plastico di Pompei). Benché re Ferdinando IV lo avesse approvato, i lavori iniziati vennero ben presto abbandonati poiché la zona non si prestava ad un osservatorio, essendo troppo infossata (difatti l'Osservatorio Astronomico fu poi costruito nel 1819 sulla collina di Capodimonte). L'unico "strumento" che si riuscì a realizzare fu l'imponente meridiana sul pavimento del "Gran Salone" (che oggi viene appunto chiamato "Salone della Meridiana").
Facciata esterna del Museo Archeologico Nazionale col piano superiore soprelevato successivamente
Mentre proseguivano i lavori per completare l'edificio, il re diede finalmente il nulla osta per l'acquisto del giardino dei Padri Teresiani; ma questi, ottenendo che gliene venisse lasciata una parte, obbligarono di fatto lo Schiantarelli a modificare per la quinta volta il progetto. Nel 1793, con il completamento del primo piano, raggiungendo oramai le due ali laterali la base del frontone del Gran Salone (cui facevano anche da contrafforte, rivelandosi in ciò provvidenziali per la sua tenuta e stabilità durante il terremoto del 1805), si impose di ridefinire organicamente l'aspetto esterno del Museo: così vennero tolte tutte le decorazioni barocche del Fontana (i pinnacoli, i vasi, i tondi con i busti, e persino le nicchie con le statue), aggiungendosi soltanto delle doppie lesene agli angoli dell'edificio: così, con la perdita dei suoi elementi barocchi, il Museo acquisiva in pieno il suo aspetto attuale: quello di un palazzo in stile classico. Tra il 1793 ed il 1798, mentre si rivelava inconcludente ogni tentativo di realizzare i progetti di allargamento del Museo, le soprelevazioni appena realizzate causavano i primi dissesti statici: Schiantarelli cercò di correre ai ripari ma le sue soluzioni furono criticate anche di più; ridotto in miseria, egli semplicemente scomparve.
Nel 1799 la realizzazione di un nuovo progetto di ampliamento del Museo fu affidata all'architetto Francesco Maresca: il progetto - il più grandioso di tutti - prevedeva l'occupazione di tutta la proprietà dei Padri Teresiani, la distruzione di due chiostri e persino l'intaccamento della chiesa. Pur essendo stato approvato dal Consiglio dei Ministri nel 1802, per la strenua opposizione dei conventuali esso non fu mai realizzato e neppure cominciato. Ciò non impedì che proseguissero i lavori di completamento dell'edificio esistente. Inoltre altri piccoli lavori a nord del museo portarono nel 1810 alla scoperta di una delle importanti necropoli della greca Neapolis: la necropoli di Santa Teresa.[5] L'aspirazione a voler ingrandire il museo venne tuttavia drasticamente ridimensionata e scoraggiata dopo l'apertura fra il 1807 e il 1809 del Corso Napoleone, la nuova strada di collegamento fra il Museo e la Reggia di Capodimonte, (oggi via Santa Teresa - Corso Amedeo di Savoia), in quanto che i suoli lungo di essa vennero ben presto ceduti ed occupati da privati cittadini che vi edificarono palazzi ed abitazioni.
Nel 1852, con l'abbattimento dei granai di Napoli (le cosiddette "Fosse del Grano"), via Toledo veniva prolungata fino al Museo, aprendosi così l'attuale via Pessina. Con il successivo abbattimento delle mura cinquecentesche della città e della Porta di Costantinopoli, il Museo entrava a pieno titolo a far parte del tessuto urbano della città.
Museo Nazionale (1860-1957)
Dopo l'Unità d'Italia - con la quale il Museo diventava proprietà dello Stato ed assumeva il nome di "Museo Nazionale" - nel 1866 l'architetto Giovanni Riegler proponeva al Comune uno splendido progetto che prevedeva un parco pubblico tra l'attuale Piazza Dante ed il Museo, quest'ultimo facente da quinta scenografica in fondo al parco; il bel progetto purtroppo non venne realizzato per interessi speculativi edilizi che, in fretta e furia destinarono quei suoli alla costruzione di nuove abitazioni (quelle che tuttora sussistono nell'area) prima che il progetto di Riegler potesse essere approvato. Allo scempio fu cercato di riparare realizzando fra il 1870 ed il 1883 un nuovo "raccordo" (rimasto sempre fittizio) fra il Museo e la città: la Galleria Principe di Napoli.
Per i continui incrementi di libri, raccolte archeologiche ed opere d'arte, patendo tutti i settori ospitati nel Museo di insufficiente spazio, tra il 1862 e il 1864 si giunse alla determinazione di sloggiare le Accademie, trovando loro altre sedi in città.[6]
Sala 84: volta affrescata da Paolo Vetri
Nel 1888 il conte Eduardo Lucchesi Palli donava allo Stato la sua ricchissima e preziosa biblioteca drammatica ed archivio musicale, a condizione che essa non lasciasse Napoli e che non fosse smembrata; aggregata alla Biblioteca Nazionale (che allora occupava le attuali sale degli Affreschi e del Tempio di Iside), nel 1892 il ministro Paolo Boselli ordinava che le venissero destinate tre sale nell'attuale Museo (individuate nelle Sale 83-84-85). Il conte, a sue spese, curò non solo il trasferimento dei volumi, ma anche l'allestimento delle sale (donando gli scaffali "in stile Rinascimento") ed infine il loro decoro, facendo affrescare le volte da Paolo Vetri (in un cartiglio tuttora visibile vengono ricordati i principali accordi per la tenuta di questa biblioteca). Ma per la cronica mancanza di spazio, nel 1925 la Biblioteca Nazionale veniva anche essa trasferita - per decreto ministeriale - nel Palazzo Reale, tra le più vive (ed inconcludenti) proteste degli eredi Lucchesi Palli.
Nel 1920, dopo 333 anni, venne terminata la costruzione dell'edificio museale, completando gli ultimi ambienti del secondo piano nella parte rimasta incompleta, quella orientale (oggi occupata dal Medagliere).
Nel 1929 si realizzò finalmente un ingrandimento del Museo, il cosiddetto "Braccio Nuovo"; invero, ben misera cosa se si considerano i grandiosi progetti di Schiantarelli e Maresca: difatti esso consiste in una modesta galleria costruita a ridosso del muro di contenimento del giardino dei Padri Teresiani (nella quale verranno esposte iscrizioni ed epigrafi), soprelevata poi nel 1932 di un piano (destinato ad accogliere la nuovissima "Sezione di Tecnologia e di Meccanica Antica").
Già in cattivo stato, l'edificio del Museo (e le sue collezioni) venne gravemente danneggiato dal terremoto del 23 luglio1930, occasione che fu colta per rimetterlo a nuovo, tanto da riuscire a superare pressoché indenne gli urti degli 89 bombardamenti in zona fra il 1942 e il 1943, sicuramente anche grazie ad uno speciale segno dipinto sui suoi tetti che lo facevano individuare quale obiettivo da non colpire. Ciò nonostante il Museo non fu indenne da attacchi, a cominciare dalle truppe di occupazione tedesche che tentarono più volte di requisire l'edificio, evenienza dapprima osteggiata, infine strenuamente impedita (non senza rischio personale) dal soprintendente archeologo Amedeo Maiuri che così evitò che il Museo divenisse un obbiettivo militare. Nelle fasi più concitate della guerra e soprattutto delle quattro giornate di Napoli la salvaguardia dell'istituto la si deve unicamente al Maiuri che, benché avesse una gamba ingessata, si barricò nel Museo impedendo a chiunque di accedervi. Con l'arrivo delle truppe alleate egli nuovamente impedì - personalmente - l'occupazione dell'edificio stavolta da parte delle truppe anglo-americane, concedendo loro unicamente che i Medical Stores utilizzassero (fino al giugno 1944) alcune sale al pianterreno come deposito di materiale sanitario e medicinali, mentre il Genio Civile occupò con i suoi uffici altre sale fino al 1948, essendo la sua sede danneggiata dai bombardamenti.
Nel dopoguerra il ripristino del Museo fu lungo e impegnativo, richiedendo non solo la risistemazione di tutti gli oggetti nelle sale (essendo quelli mobili tutti impacchettati ed incassati, mentre quelli inamovibili sepolti sotto montagne di sacchetti di sabbia), ma anche per il faticoso recupero delle opere più pregiate e preziose, che, portate in tempo a Roma in Vaticano, furono purtroppo per alcune casse depredate dai Tedeschi che, trasportatele dapprima a Berlino, prima della distruzione della città molto opportunamente le avevano trasferite a Salisburgo e nascoste nei suoi paraggi in una salina ad Altaussee. Recuperate e restituite all'Italia il 7 agosto del 1947, la riapertura del Museo, benché ufficialmente inaugurata già il 1 luglio1945 seppure solo per alcune sale, di fatto fu realizzata progressivamente e completata solo nei primi anni '50, richiedendo essa non poche energie, impegno e tempo. Nonostante l'accurato riallestimento, già nel 1957 fu deciso di trasferire anche la Pinacoteca, stavolta nella Reggia di Capodimonte, liberando così tutte le sale del primo piano disposte intorno al cortile occidentale: da questo momento il Museo diventa esclusivamente archeologico.
Museo Archeologico Nazionale (1958-oggi)
Liberate le sale dalla Pinacoteca, ci si affrettò ad allestirle, trasferendo in esse la collezione dei "grandi bronzi", collocati da tempo immemorabile al pianoterra in una galleria intorno al cortile occidentale. Per alcuni anni si lavorò alacremente per migliorare gli allestimenti di tutte le collezioni, volendosi che il Museo si presentasse perfettamente in ordine, decoroso e fruibile in occasione dell'Olimpiade del 1960, evento che avrebbe attirato molti visitatori; la qual cosa fu senz'altro realizzata.
Purtroppo pochi anni dopo l'edificio mostrò aggravarsi quei segni di dissesto che già lo avevano afflitto in passato, dissesti dovuti proprio al fatto che esso era privo di quelle sottofondazioni adeguate a sostenere un piano superiore che non era stato previsto nei progetti originari. Le gravi lesioni che interessarono soprattutto l'ala occidentale, rendendola inagibile, obbligarono a sgomberarla completamente da tutte le collezioni che l'occupavano.[7] A partire dal 1967 furono intrapresi radicali lavori di consolidamento e di restauro architettonico dell'edificio, a cominciare dalla copertura del Salone della Meridiana, per poi passare nel 1970 all'ala occidentale dove gli interventi impiegarono dieci anni.
Galleria 45 con gli archi riaperti intorno al cortile occidentale
A conclusione di essi, nel 1986 è stato possibile ripristinare il porticato intorno al cortile occidentale, abbattendo i muri eretti nelle arcate da Ferdinando Fuga; le arcate, così liberate, sono state in parte richiuse con enormi lastre di vetro trattenute da tiranti in acciaio, con lo scopo, da un lato di preservare dalle intemperie le opere esposte, dall'altro di garantire al tempo stesso la luminosità originaria del porticato. Con l'occasione si sono anche voluti rimettere a nudo le strutture più antiche del palazzo, i pilastri in piperno ed i muri in laterizi che avevano caratterizzato l'edificio della Cavallerizza ed i primissimi interventi edilizi di Giulio Cesare Fontana, liberandoli dagli intonaci e stucchi che li ricoprivano.[8] I lavori di restauro intrapresi furono inoltre occasione per avviare un'approfondita indagine non solo architettonica ma anche archivistica sulla storia del Museo; indagine approdata nel 1975 ad una mostra storico-documentaria e due anni dopo ad una interessante pubblicazione.
I grandi lavori intrapresi in quegli anni furono affiancati da altri forse meno appariscenti ma altrettanto importanti ed impegnativi, che riguardarono una revisione inventariale di tutti gli oggetti conservati nei depositi del Museo ed un grosso impegno di schedatura della maggior parte di essi.
Il cosiddetto Braccio Nuovo prima degli interventi di ristrutturazione avviati nel marzo 2006
Attualmente il Museo Archeologico è interessato da lavori di ingrandimento che interessano l'area settentrionale, e principalmente il cosiddetto "Braccio Nuovo", edificio che - per i suoi difetti costruttivi intrinseci - non era stato più ripristinato dopo la seconda guerra mondiale, risultando talmente degradato da non essere più utilizzabile in alcun modo. Per il suo recupero è stato indispensabile liberarlo dal terrapieno retrostante, il cui sbancamento ha permesso di recuperare oltre 100 tombe antiche facenti parte della già nota necropoli di Santa Teresa, tombe inspiegabilmente scampate al "frugamento" del 1810.[9] Nell'ala del "Braccio Nuovo" - tuttora in ristrutturazione - una volta ripristinata, sono previsti gli allestimenti di una nuova sala conferenze, il trasferimento della biblioteca della Soprintendenza Archeologica, ed un punto ristoro per i visitatori del Museo.
Le sezioni e collezioni del Museo
Storia degli allestimenti
L'epoca Borbonica e l' Ottocento
Non conosciamo più di tanto i criteri espositivi adottati dai Borboni, perché se è pur vero che essi hanno curato la stesura dei primi inventari (Michele Arditi, Francesco Maria Avellino, il Principe di San Giorgio Spinelli), tuttavia mancano guide del Museo, le prime delle quali compaiono solo nell'Ottocento e non sempre sono chiare nell'indicare la collocazione dei pezzi. Probabilmente i criteri espositivi erano improntati principalmente su motivi estetici, o affastellando nelle sale la maggior parte degli oggetti disponibili per impressionare il visitatore, alla maniera delle Wunderkammer dei primi collezionisti. Sicuramente sarebbe importante ed utile chiarire maggiormente i criteri espositivi di epoca borbonica attingendo ai documenti originali o a testi dell'epoca disponibili.
Una svolta sicura si ebbe agli inizi del XX secolo. Paolo Orsi, direttore del Museo dal 1900 al 1901, propose un nuovo riordinamento delle collezioni del Museo in dieci grandi raccolte ordinate per classi (o tipi) di materiali. Ettore Pais, suo successore lo realizzò, esponendosi ad aspre critiche per il suo eccessivo modernismo e per i criteri adottati, giudicati rivoluzionari: ciò non impedì che sotto la sua direzione tutto venisse rimosso e risistemato nel giro di due anni. Pais allestì il patrimonio museale non solo suddividendolo per tipi di materiali, ma anche tenendo conto degli stili, degli elementi cronologici e/o topografici. Questo criterio espositivo, considerato assolutamente innovativo e rivoluzionario agli inizi del '900, è perdurato per circa 90 anni, e seppure oggi non sia più considerato valido in quanto non consono ai nuovi criteri e concetti espositivi, tuttavia condiziona ancora pesantemente i tentativi di riallestimento del Museo.
Oggi
Pur riconoscendo una certa validità agli allestimenti del passato — testimoni del gusto, delle conoscenze, della metodologia di un'epoca — tuttavia oggi si privilegiano soprattutto il contesto e la provenienza originari degli oggetti esposti. In tal senso sono stati indirizzati gli sforzi intrapresi fin dagli anni settanta — e che proseguono tuttora, seppure fra difficoltà di ogni genere — di riallestimento globale del Museo.
Il nuovo indirizzo museografico è stato inaugurato con l'allestimento della sezione dedicata a tutti i ritrovamenti fatti nella Villa dei Papiri di Ercolano (aprile 1973). Sono seguite nel tempo altre sezioni, istituite ex novo, o completamente riallestite: la Collezione Egizia (dicembre 1989), le Sculture Farnese dalle Terme di Caracalla (giugno 1991), il Tempio di Iside di Pompei (dicembre 1992), le Gemme Farnese (giugno 1994), la Collezione Epigrafica (marzo 1995), la Sezione Preistorica (dicembre 1995), la Sezione della Magna Grecia (luglio 1996), Pithecusae e la casa greca di Punta Chiarito (dicembre 1997), i Vetri (marzo 1998), il Gabinetto Segreto (aprile 2000), i Mosaici (maggio 2000), Napoli Antica (dicembre 2000), la Collezione Numismatica (giugno 2001), il Vasellame Bronzeo (marzo 2003), gli Affreschi dalla Villa di Arianna di Stabia (settembre 2007). Sono tuttora in allestimento (ed in via di completamento): la Collezione degli Affreschi, e le Sculture della Collezione Farnese.
In futuro
Il riordino globale del Museo non prevede soltanto un riallestimento delle singole collezioni, ma anche una dislocazione più organica di esse all'interno dell'edificio. A grandi linee è previsto:
al pianoterra, nelle gallerie e sale intorno al cortile orientale: la Collezione Farnese (realizzato parzialmente);
al pianoterra, nelle gallerie e sale intorno al cortile occidentale: la statuaria proveniente da Pompei ed Ercolano, e quella proveniente dai siti archeologici dei Campi Flegrei (da realizzare completamente);
al primo piano, nelle gallerie e sale intorno al cortile orientale: le Collezioni Pompeiane;
al primo piano, nelle gallerie e sale intorno al cortile occidentale, nel percorso "esterno": Settore Topografico con un percorso cronologico che vede la sequenza di: Preistoria, Età Eneolitica, Età del Bronzo, Età del Ferro, i Greci nel napoletano: Cuma, Pithecusae, Neapolis, Villa dei Papiri (realizzato all'80%);
al primo piano, nelle gallerie e sale intorno al cortile occidentale, nel percorso "interno": Etruschi ed Italici in Campania, Magna Grecia (da realizzare completamente).
Restano invariate le collezioni esposte nel seminterrato (Egizi ed Epigrafica) e quelle nei piani ammezzati (Mosaici, Gabinetto Segreto, Numismatica).
Le collezioni e gli allestimenti
Le collezioni attuali e di recente apertura
Secondo i criteri sopra esposti, le sezioni attualmente allestite (o previste a breve tempo) sono le seguenti:[10]
Collezione Farnese: le Sculture Farnese (in allestimento), le Sculture Farnese dalle Terme di Caracalla, la Galleria degli Imperatori, le Gemme farnesiane;
Collezioni Pompeiane: i Mosaici, il Gabinetto Segreto, gli Affreschi (in allestimento), il Tempio di Iside, Argenti, Avori e Ceramiche Invetriate, Vasellame Bronzeo, Vetri, Plastico di Pompei, Villa dei Papiri;
Settore Topografico: Preistoria, Cuma, Pithecusae, Napoli Antica;
Altre Collezioni: Egizi, Epigrafica (chiusa), Numismatica, Magna Grecia (chiusa).
Collezione dei Vasi Dipinti. Vetrina del vecchio allestimento (foto 1857-1914 di Giorgio Sommer)
I vecchi allestimenti e le collezioni abolite
Galleria dei Tirannicidi o Marmi Arcaici: smantellata. I pezzi farnesiani sono confluiti nelle relative sezioni aperte al pubblico o di prossima apertura; tutti gli altri pezzi sono in deposito. Alcuni pezzi d'eccezione (per esempio il Palestrita) sono temporaneamente esposti in altre sale o gallerie e possono essere spostati senza preavviso secondo le esigenze di spazio e di movimentazione del Museo.
Galleria dei Grandi Maestri: come sopra. Pezzi d'eccezione (per esempio Doriforo, Diomede, Orfeo ed Euridice, Nereidi, Athena Albani, Psiche, Venere di Capua, Venere Callipige): come sopra.
Galleria dei Marmi Colorati: come sopra. Pezzi d'eccezione (per esempio Artemide Efesia): come sopra.
Galleria dei Carracci: smantellata. Seppure riproponesse l'allestimento di alcune sculture farnesiane per come esse erano esposte in Palazzo Farnese nella galleria che prende il nome dagli artisti che l'hanno affrescata, la sezione è stata smantellata qualche anno fa per far confluire le relative statue nella nuova sezione delle Sculture Farnese (in allestimento).
Collezione dei ritratti greci. Omero (foto di Giacomo Brogi, 1822-1881)
Galleria dei Ritratti Greci o Busti Greci: in deposito.
Collezione dei Grandi Bronzi: smantellata. La maggior parte delle statue sono confluite nella sezione dedicata alla Villa dei Papiri; tutte le altre statue bronzee da Pompei sono in deposito.
Collezione dei Piccoli Bronzi: smantellata. Alcuni bronzetti sono confluiti nella Villa dei Papiri; per il vasellame bronzeo da Pompei, è stata recentemente allestita una sala apposita; una piccolissima scelta di "piccoli bronzi" è attualmente esposta (solo temporaneamente!) nella sala degli Argenti, in attesa che le argenterie ritornino da un'esposizione all'estero; altre poche cose si possono trovare ai Mosaici-Fauno, e Numismatica. Tutti gli altri bronzetti sono in deposito.
Collezione delle Armi Antiche: smantellata. Le armi rinvenute nelle tombe cumane sono esposte nella sala dedicata a Cuma nella sezione Preistorica; le armi greche sono confluite nella sezione della Magna Grecia; le armi gladiatorie sono in deposito.
Collezione dei Preziosi o degli Ori: smantellata. Le argenterie costituiscono oggi la Collezione degli Argenti; i gioielli in oro sono suddivisi fra Magna Grecia, Numismatica, e Mosaici-Fauno; la Tazza Farnese è confluita nella Collezione delle Gemme; le laminette auree orfiche nella Sezione Epigrafica. Altri pezzi sono in deposito.
Collezione dei Commestibili. Forma di pane, da Ercolano
Collezione dei Commestibili: in deposito. Di recente (febbraio 2005) erano state allestite quattro sale denominate "Cibi e Sapori dell'area vesuviana": smantellate dopo un paio di anni con la motivazione che "si trattava di un'esposizione temporanea"!
Nature Morte : smantellata. Era una sezione costituita soprattutto da affreschi, in origine sistemata affianco ai Commestibili. Oggetto di una recente mostra itinerante ("Xenia Pompeiana"), al suo rientro nel 2001 fu collocata in una sala situata fra i Vetri ed il Plastico di Pompei, e purtroppo di nuovo smantellata progressivamente negli anni successivi.
Collezione dei Vasi Dipinti: smantellata. I vasi provenienti da città magnogreche sono confluite nella sezione della Magna Grecia. Altri rinvenuti nelle necropoli di Neapolis sono nella sezione di Napoli Antica. Tutti gli altri (soprattutto quelli rinvenuti a Cuma) sono in deposito.
Collezione Cumana: in deposito.
Collezione delle Terrecotte: smantellata. Le terrecotte architettoniche provenienti da templi situati in città magnogreche sono confluite nella sezione della Magna Grecia. Poche altre sono esposte a Mosaici-Fauno e al Tempio di Iside. Tutte le altre sono in deposito.
Collezione delle Terrecotte Votive: smantellata. Le terrecotte e le statuette votive provenienti da santuari magnogreci sono confluite nella Collezione della Magna Grecia; altre rinvenute a Napoli sono nella sezione di Napoli Antica. Tutte le altre sono in deposito.
Collezione Tecnologica: smantellata. Alcune bilance e pesi sono nella Collezione Numismatica. Tutti gli altri pezzi sono in deposito.
La collezione Farnese
Occupa al piano terra tutte le sale e gallerie (1-29) disposte intorno al cortile orientale (sul lato destro dell'atrio di ingresso). Al centro del cortile vi è inoltre uno splendido labrum in porfido rosso facente parte anche esso della Collezione Farnese.
Le Sculture dalle Terme di Caracalla
Nelle Sale 11-16 vi sono le sculture di grandi dimensioni rinvenute nelle Terme di Caracalla a Roma, oltre ad alcune altre molto note, espostevi temporaneamente (Venere Callipige; Artemide Efesia). Tra le numerose collezioni che ospita il Museo, di grande interesse vi è quella della statuaria, posta al pianterreno. Molto interessanti e spettacolari le statue della collezione Farnese, ritrovate alle Terme di Caracalla di Roma. In particolare la statua dell'Ercole Farnese, straordinario pezzo di marmo che ispirò anche Michelangelo, e l'imponente Toro Farnese chiamato in epoca borbonica montagna di marmo, un gruppo statuario enorme, il più grande giunto dall'antichità, che rappresenta il supplizio di Dirce.
Nelle Sale 1-8 (non ancora accessibili al pubblico in quanto in corso di allestimento; di prossima apertura) vi sono soprattutto statue a soggetto mitologico.
Nella galleria Sala 29 vi era la collezione dei ritratti di imperatori romani. È stata smantellata nel novembre 2007 ed i vari ritratti trasferiti nella Sala 1 (di imminente apertura).
Giulio Cesare
cd. Agrippina
Faustina
Le Gemme
È raccolta nelle due piccole Sale 9-10 situate al piano terra, alle spalle della colossale statua chiamata Ercole Farnese.
Collezioni Pompeiane
Statuaria pompeiana
Della statuaria proveniente dalle antiche città vesuviane dissepolte, sia quella marmorea che quella bronzea non sono esposte al pubblico, non essendo ancora allestite le relative sale. Solo alcune sculture particolarmente significative (per esempio il Doriforo) sono sistemate provvisoriamente in alcune sale o gallerie al pianoterra. Di recente (novembre 2007) alcune statue bronzee sono state sistemate provvisoriamente al primo piano nella Sala 83 (sala presso il Plastico di Pompei).
Si trova sul piano ammezzato, salendo lo scalone sul lato sinistro (Sale 57-61, 63-64). Altra sezione molto importante - vero e proprio unicum nel suo genere - è quella della raccolta dei mosaici, provenienti soprattutto dagli scavi archeologici di Pompei. Di eccezionale interesse il grande mosaico raffigurante la Battaglia di Isso di Alessandro Magno contro Dario. (voce da sviluppare ulteriormente)
Battaglia di Isso
Battaglia di Isso (particolare: Alessandro)
Battaglia di Isso (particolare: Alessandro)
Battaglia di Isso (particolare: Dario)
Battaglia di Isso (particolare: soldato persiano caduto)
Battaglia di Isso (particolare: cavallo)
Ruota della fortuna
Catalogo di pesci
Catalogo di pesci (particolare)
Natura morta: Pesci
Natura morta: gatto con quaglia, cacciagione e pesca
Sale 62 e 65 - Si trova al piano ammezzato, salendo lo scalone sul lato sinistro, alla fine della sezione dei Mosaici.
Storia
"Gabinetto Segreto" (G.S.) è il nome che i re Borboni hanno dato alle sale riservate (alle quali "avessero unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale") in cui vennero raccolti i vari reperti a soggetto erotico o sessuale che man mano venivano alla luce negli scavi di Pompei ed Ercolano o erano acquisiti in altro modo; nel corso dei secoli la collezione è stata chiamata anche "Gabinetto degli oggetti riservati" o "osceni" o "pornografici". Dopo i moti rivoluzionari del 1848 il G.S. divenne simbolo delle libertà civili e di espressione, quindi vieppiù censurato in quanto considerato politicamente pericoloso. Venne addirittura proposta la distruzione dei reperti (in quanto "monumenti infami della gentilesca licenza" e "lascivissimi") al fine di salvaguardare la buona reputazione della Casa Reale; ma l'allora direttore del Real Museo Borbonico riuscì ad ottenere che la collezione venisse chiusa ai visitatori e resa difficile la sua visita: difatti il portone di accesso venne fornito di ben tre serrature con altrettante chiavi diverse, in possesso rispettivamente del Direttore del Museo, del "Controloro", e del Real Maggiordomo Maggiore. Il culmine della censura la si ebbe nel 1851 quando, dopo che vi furono rinchiuse anche tutte le Veneri semplicemente perché nude, la collezione fu definitivamente sigillata ed infine anche murata affinché "...se ne disperdesse per quanto era possibile la funesta memoria".
Rilievo marmoreo con scena di accoppiamento (da una caupona pompeiana)
Quando nel settembre 1860Garibaldi arrivò a Napoli, egli diede subito l'ordine di rendere accessibile il G.S. "giornalmente al pubblico". Delle tre chiavi, non trovandosi quella in dotazione alla Casa Reale, Garibaldi non esitò - tra lo sconcerto generale - ad ordinare di "scassinare le porte" (il documento originale che verbalizza l'avvenimento è esposto in una vetrinetta all'ingresso della collezione). Nel corso dei decenni successivi, alla libertà ridata da Garibaldi subentrò progressivamente la censura del Regno d'Italia, che vide il suo culmine durante il ventennio fascista, quando per visitare il G.S. occorreva il permesso del Ministro dell'Educazione Nazionale a Roma. La censura ha perdurato nel dopoguerra fino al 1967, allentandosi solo dopo il 1971 quando dal Ministero furono impartite le nuove regole per regolamentare le richieste di visita e l'accesso alla sezione. Completamente riallestita pochi anni or sono con criteri del tutto nuovi, la collezione è stata definitivamente aperta al pubblico nell'aprile del 2000 grazie all'intraprendenza ed al coraggio del soprintendente archeologo Stefano De Caro.
Pan insegna al pastorello Dafni a suonare il flauto di pan (collezione Farnese)
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L'aspetto religioso lo si ritrova in: [A] Splendido sarcofago romano con scena di baccanale in rilievo: vi figura al centro Dioniso ebbro, sostenuto da due satirelli, attorniato da menadi danzanti o dormienti mentre altri satirelli e satirische sono intenti in giochi erotici e sullo sfondo si riconosce un recinto con santuario (collez. Farnese). Nel [V]: Coppa attica a figure rosse attribuita al ceramografo Epiktetos (VI a.C.) con baccante in procinto di accoppiarsi con un asino nel corso di un baccanale; Ex-voto anatomici in terracotta (peni, seni, uteri; di metà IV - II a.C.) rinvenuti in un santuario sannitico a Cales. In [2]: Statua del dio Priapo, in forma di pilastro in alabastro giallo, priva di testa (I d.C.): è il dio della fertilità vegetale e il dio tutelare dei confini dei campi che usava punire i ladri di frutta con la penetrazione anale (vedi Carmina Priapea). In [3], Statuette del dio Priapo: quelle in terracotta, con il grembo ricolmo di frutti; alcune in bronzo lo ritraggono intento ad eseguire una libagione sul proprio fallo, simbolo di fertilità; Statuetta indiana in avorio rappresentante la dea indù della fecondità Lakshmi, dalla sensuale e procace fisicità, rinvenuta a Pompei.
Aspetto culturale
Satiro e baccante (da Pompei)
L'aspetto culturale lo si rileva soprattutto nei decori ed arredi (affreschi, statue, rilievi) a soggetto erotico - destinati a impreziosire gli interni delle case o i giardini delle ville - i cui protagonisti sono divinità ed eroi ed altri personaggi mitologici. [A]: Statua in marmo rappresentante Pan (dio della fecondità animale ed anche umana) intento ad insegnare al pastorello Dafni a suonare il flauto di pan (collez. Farnese). Nel [V], Piccola statuetta in bronzo di Satiro barbuto semidisteso, con grande fallo. In [1]: Affreschi: Accoppiamento di Leda con Zeus sotto forma di cigno; Apollo insidia la ninfaDafne che per sfuggirgli comincia a trasformarsi in albero di alloro; Diverse scene galanti che vedono giovani satiri intrattenersi amorevolmente o eroticamente con baccanti o ninfe; Ermafrodito che si svela, similmente a Venere Genitrice; Ermafrodito ignudo che si oppone agli assalti erotici di un satiro, ingaggiando una concitata zuffa erotica; Abbraccio erotico fra il ciclopePolifemo e la ninfa Galatea; Le tre Grazie. In [2]: Sostegno di tavolino in marmo, a forma di erma dionisiaca o satiresca; Splendido altorilievo in marmo bianco con Apollo e tre ninfe (ovvero Alcibiade con tre etere) che si intrattengono sopra un letto (collez. Farnese); Bel bassorilievo marmoreo con Ninfa che si difende dagli attacchi erotici di un Satiro, afferrandolo per la barba (da Ercolano; I d.C.); Grande affresco con trionfo di Venere distesa in una conchiglia che galleggia sul mare, assistita dal figlio, il piccolo Eros; Deliziosa statuetta in marmo di Venere in bikini (sovradipinture in oro originarie!) intenta a slacciarsi un sandalo per potersi immergere in acqua. In [3], Splendida coppa in argento facente parte del ricco servizio trovato nella Casa del Menandro: mostra in rilievo Marte e Venere che si intrattengono eroticamente su di un letto, mentre Eros con le ali spiegate è dappresso e li osserva (I a.C.).
Aspetto caricaturale
Scena di pigmei che, durante un banchetto, assistono ad uno spettacolo sessuale
L'aspetto caricaturale lo si riconosce: nell' [A], Grande mosaico in tessere bianche e nere, rinvenuto a Roma al Celio: mostra pigmei intenti ad accoppiarsi su barchette sul Nilo (il mosaico copriva il pavimento di una sala triclinare, per cui i letti dei commensali erano sistemati ciascuno davanti ad una barca, mentre l'ingresso alla sala si trovava in corrispondenza dell'ippopotamo). Nel [V], "Cratere" a figure rosse (vaso destinato alla mescita del vino durante i banchetti), con scene fliaciche con soldati caricaturali dal ventre rigonfio e lungo fallo pendente (da Saticula - Sant'Agata dei Goti; 350 a.C.). In [1], negli affreschi che mostrano: Il dio Pan che, scoperta una donna addormentata, desiderando giacere con lei, scopre invece trattarsi di un Ermafrodito e tenta quindi di fuggire (è infecondo!), mentre quello lo trattiene per un braccio; Fuga da Troia di Enea che porta il vecchio padre Anchise sulle spalle e tiene per mano il figlioletto Ascanio, rappresentati in forme canine con grandi falli flosci. In [2]: Pigmei intenti ad accoppiarsi per terra o su barche, in ambientazioni nilotiche, talora osservati da commensali, talora da ippopotami e coccodrilli, mentre un'ammucchiata a tre su di una barca rischia di finire in acqua per il pauroso oscillamento dovuto all'impeto passionale, e altrove un pigmeo viene divorato da un ippopotamo tra l'indifferenza erotica dei vicini; Gruppo scultoreo in marmo con il dio Pan che si accoppia faccia a faccia con una capra che tiene fermamente riversa sul dorso (I a.C. - I d.C.): rinvenuto ad Ercolano nella Villa dei Papiri è in assoluto il pezzo più censurato e nascosto in epoca borbonica. In [3] si possono ammirare oggetti vari e strani destinati alle tavole ed ai banchetti con lo scopo di allietare gli ospiti o far ridere i commensali: Brocche in terracotta a forma di nani deformi e caricaturali con grande pene prominente; Tazze in ceramica a forma di viso satiresco con lingua fallica mobile che emergeva dondolando una volta che essa veniva riempita con qualche bevanda; i cd. "Placentarii", statuette in bronzo che rappresentano disgustosi venditori ambulanti o servi inscheletriti con un gran pene flaccido pendente, che recano vassoi d'argento sui quali venivano offerti dolci squisiti (I d.C.); Piccole statuette in bronzo di personaggi resi in modo caricaturale (pigmei danzanti, un poeta o oratore seminudo, un guerriero-gallo) destinati semplicemente a decorare la tavola; Lucerna in ceramica con personaggio barbuto, seduto, con un enorme fallo, intento a leggere un rotolo di papiro: è stato riconosciuto da studiosi di ebraismo come la caricatura di un rabbino. In [4], un affresco trovato in un vicolo di Pompei, quale facciata di una bottega: mostra un asino che penetra un leone e viene dichiarato vincitore dalla Vittoria alata che gli porge la corona e la palma della vittoria; oltre l'aspetto caricaturale, in questo affresco vi è celato probabilmente un messaggio allegorico, interpretabile: o nel senso che la pazienza (impersonata dall'asino) è superiore alla forza bruta (il leone), oppure in senso politico, che l'uomo ignorante della strada (l'asino) può metterlo a quel servizio al potente di turno.
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Molto interessante è anche la piccola statuetta bronzea di Mercurio - riconoscibile dal cappello alato - che ha sia la funzione di amuleto (i numerosi falli in testa che proteggono e neutralizzano il male da qualsiasi direzione esso provenga), sia quella di talismano (il dio stringe nella sua mano destra un sacco di monete, dunque attira la ricchezza ed ogni altro bene in casa); una figura simile l'abbiamo in [4] in un affresco, dove Mercurio col sacchetto di monete si presenta stavolta con le ali ai piedi ed il caduceo, brandendo un unico smisurato fallo. In una vetrinetta in [3]: numerosi amuleti fallici (dai Romani chiamati "fascinum") destinati per lo più ai bambini, al collo dei quali essi venivano sospesi per tutelarli da incidenti e malattie; ma anche amuleti destinati agli adulti (p.es. gli orecchini fallici in argento). I fàscina sono in materiali diversi: osso lavorato ed avorio, bronzo, cristallo di rocca, ecc. Interessante il fallo in corallo, precursore dell'amuleto - tuttora diffusissimo nel napoletano - del corno rosso. Molto frequente è il fallo eretto di traverso, in bronzo, tenuto ad una estremità dalla cd. "mano impudica", al quale è sospeso un pene infantile; oppure il piccolo pugno che fa il gesto detto del "le fiche". Sovente sugli amuleti in osso si riscontrano incisi degli occhi (talora stilizzati in cerchietti concentrici) che aumentano l'efficacia dell'amuleto in quanto, attirando maggiormente lo sguardo malevolo, fanno sì che esso colpisca l'oggetto e non la persona. In [4] sono esposti un paio di falli in tufo attaccati alle pareti, o insegne falliche, rinvenute all'esterno di alcune botteghe pompeiane: essi hanno la stessa funzione e scopo dei tintinnabuli; l'insegna più famosa reca l'iscrizione "Hic habitat felicitas" proveniente da una panetteria (pistrinum), che ci informa che lì tutto procede al meglio: naturalmente dal punto di vista dell'impresa e commerciale, non da quello sessuale.
Aspetto funerario
L'aspetto funerario è dato nel [V] da Cippi fallici in travertino, segnacoli di tombe etrusche provenienti dalla zona di Chiusi e Perugia, (II - I secolo a.C.): essi vengono comunemente spiegati come pietre tombali di personaggi di sesso maschile dei quali si voleva sottolineare in modo particolare la virilità o la forza generativa; in realtà i nomi etruschi incisi sull'asta sono sia di uomini che di donne (Lanuel / Lania / Mainath / Arnth / Uplna ecc.), per cui forse essi andrebbero spiegati piuttosto con una speranza di rinascita (in quanto che la terra - in cui si discende con la morte - è un forte simbolo femminile per la sua fertilità, e non sarebbe possibile rinascere se venisse a mancare l'elemento maschile). Un altro pezzo legato al mondo funerario è naturalmente nell' [A] il già citato sarcofago romano della collezione Farnese (vedi sopra: Aspetto religioso).
Aspetto erotico-amoroso
L'aspetto riconducibile all'amore ed al piacere di coppia lo si ritrova nei seguenti pezzi: nel [V], Bel piatto attico a figure rosse (metà V secolo a.C.) con scena di sodomia eterosessuale tra un uomo ed una schiava (o prostituta: le donne libere o maritate non venivano mai rappresentate così!); Anforetta etrusca a figure nere con scena di sodomia maschile in un àmbito sportivo (le scene di omosessualità maschile compaiono unicamente in àmbiti di cultura greca o etrusca, non in quelli romani!); Grande "cratere" italico a figure rosse, con due giovani uomini banchettanti alla presenza di una etera (prostituta) che li alletta eroticamente sollevandosi la veste (seconda metà del IV a.C. - da Sant'Agata de' Goti); Notevole uno specchio etrusco in bronzo, con scena erotica graffita (collezione Borgia - IV a.C.). In [3]: Affresco dalla Casa di Cecilio Giocondo a Pompei, con scena erotica fra giovani coniugi: lui solleva la coperta, lei allunga la mano, e la piccola servetta che si allontana, scomparendo sullo sfondo come un fantasma, avendo capito che è ora di ritirarsi; Elegante letto (ricostruito nelle sue parti lignee) con elementi decorativi originali in bronzo (teste d'anatre, eroti, putti) e ageminature in rame e argento (scacchiera con "greche", tralci con fiori); Ampio bacino in bronzo con scena erotica in un tondo al suo interno (I a.C.): questo genere di oggetti, oltre ad essere destinati realmente ad abluzioni durante i banchetti o la toilette, potevano anche essere semplicemente esposti negli atri delle case per impressionare gli avventizi o suggerire la ricchezza, la raffinatezza o la cultura del proprietario; Tre tozzi Satiri barbuti e ignudi con fallo enorme, in ceramica (I d.C.): vengono comunemente designati come lucerne, ma si tratta probabilmente di dildo: difatti, mentre ad uno manca il foro del lucignolo, gli altri due che lo possiedono non mostrano tracce di bruciature; Due piccole statuette in terracotta di coppie di amanti che si baciano: gli uni stanti, gli altri distesi su di un letto con un cagnolino in braccio.
Oggetti diversi
Vi sono infine alcuni oggetti di carattere ed uso diverso non inquadrabili negli aspetti sopra trattati. Essi fanno parte della grande collezione d'arte del cardinale Stefano Borgia, esposti nel [V] in una apposita vetrina dove sono raccolti tutti i pezzi di soggetto sessuale: da essi risalta nettamente il carattere settecentesco ed antiquario della collezione, e non sono infrequenti gli oggetti falsi e pseudo-antichi (p.es. i piccoli bronzetti; oppure il bassorilievo marmoreo con gallo priapico adorato dal pollaio); Unica nel suo genere è una lucerna a vernice nera con fallo alato in rilievo (assimilabile ad un tintinnabulum?); Di non facile interpretazione, infine, le piccole statuette in pietra tenera, rappresentanti un bambino (somigliante, per la sua testa rasata e la trecciolina ricadente di lato, al dio egizio Arpocrate), caratterizzato da un enorme fallo che egli abbraccia o depone allato (di età tolemaica).
Affreschi
Si trovano al primo piano; vi si accede dal Salone della Meridiana, da una porta in fondo sulla sinistra. La collezione occupa le Sale 66-78. La collezione è attualmente chiusa al pubblico essendo in restauro sia gli affreschi che le sale in cui essi sono esposti. La riapertura è prevista per la primavera del 2008. Tuttavia dal 17 settembre2007 sono state riaperte alla visita le prime tre sale delle pitture pompeiane (Sale 75, 78, 77) così articolate: Sala LXXV pitture da larari; Sala LXXVIII pittura popolare e ritratti; Sala LXXVII gli affreschi provenienti dalla Villa Arianna a Stabiae. (voce da sviluppare)
Coppe di argento. Da Pompei (foto di Giorgio Sommer)
Si trovano al primo piano nella Sala 89, cui si accede dal Salone della Meridiana, passata la porta sulla sinistra, è la prima saletta. Attualmente il 90% degli argenti è partita per una mostra itinerante, per cui restano solo pochi oggetti concentrati in un'unica vetrina. La sala - per non tenerla vuota - è stata allestita temporaneamente con quelli che un tempo venivano chiamati "Piccoli Bronzi", che comprendono: statuette da larari, statuette decorative, elementi di mobilio, lucerne, strumenti chirurgici, strumenti vari di misura e pesi, strumenti musicali, ecc.
Avori e Ceramiche invetriate
Si trovano al primo piano nella Sala 88, cui si accede dal Salone della Meridiana, passata la porta sulla sinistra, nella seconda saletta.
Vasellame Bronzeo
Si trova al primo piano nella Sala 87, cui si accede dal Salone della Meridiana, passata la porta sulla sinistra, nella terza sala.
Vetri
Si trovano al primo piano nelle Sale 85-86, cui si accede dal Salone della Meridiana, la quarta e quinta sala, passata la porta, sulla sinistra.
Pannello in vetro-cammeo
Vaso blu
Tempio di Iside
Le Sale 79-84 al primo piano, situate tra i Vetri, gli Affreschi e il Plastico di Pompei, raccolgono tutto quanto si è rinvenuto nell'area del Tempio di Iside a Pompei.
Le Sale 114-117 al primo piano, salendo lo scalone sulla sinistra, raccolgono tutte le opere d'arte rinvenute nella villa (forse appartenuta ai Pisoni), tuttora sepolta a grande profondità ad Ercolano, ma indagata nel XVIII secolo col sistema dei cunicoli. Mancano i rotoli dei papiri conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli nell'apposita "Officina dei Papiri Ercolanesi", ma sono esposti due rotoli non ancora srotolati e foto di altri.
Nella zona relativa ad Ercolano, di rilievo notevole sono le statue in bronzo provenienti dalla Villa dei Papiri, tuttora in fase di scavo. Rappresentano corridori, animali, danzatrici e busti di personaggi dell'antichità creando uno splendido affresco dell'epoca.
Corridori
Corridore (particolare)
Hermes in riposo
Satiro ebbro
Satiro ebbro (particolare)
Peplophòrai cd. danzatrici
Peplophòros cd. danzatrice
Ritratti vari
Atleta Thespis
cd. Scipione
cd. Scipione
Pseudo-Seneca
Seleuco I Nicatore
Epicuro (incisione)
Plastico di Pompei
Si trova al primo piano in un apposito ampio salone, la Sala 96, situata fra i Vetri ed il Tempio di Iside. Una intera sala è occupata da un grande plastico di Pompei, che ritrae la città in tutti i suoi piccoli particolari.
Sezioni Topografiche
Si trovano al primo piano, e vi si accede dal Salone della Meridiana, da una porta situata in fondo ad esso sulla destra.
Sezione preistorica
È esposta nella prima sala della sezione Topografica, la Sala 127 e nei due piani ammezzati subito al di sopra, cui si accede dalla stessa sala.
Età del Bronzo e del Ferro
È esposta in parte nella Sala 127 (Preistoria) e poi in quella successiva (Sala 126).
Cuma
Si trova al primo piano nella Sala 126, subito dopo la Preistoria. È allestita e visitabile solo la prima sala della sezione (nella sezione Topografica), relativa all'epoca di fondazione della colonia e accenni all'epoca arcaica. Per l'epoca classica (quindi la ricca Collezione Cumana di vasi dipinti a figure nere e a figure rosse, rinvenuti nelle sue necropoli) non vi sono indicazioni sui possibili tempi di allestimento e di apertura al pubblico.
Pithecusae (Ischia)
Si trova al primo piano nelle Sale 124-125, successive a quella dedicata a Cuma. La prima sala (125) è dedicata ai rinvenimenti fatti a Lacco Ameno e in altre località sull'isola di Ischia. La seconda sala (124) è interamente dedicata al rinvenimento della casa greca di Punta Chiarito di VI secolo a.C, che è ricostruita in scala 1:1, mentre nelle vetrine e nella ricostruzione sono esposti tutti i reperti rinvenutivi.
Neapolis
Si trova al primo piano, nelle Sale 118-120, situate subito dopo la Villa dei Papiri.
Magna Grecia
La sezione è chiusa al pubblico in quanto in via di trasferimento nelle nuove Sale 137-143. Non vi sono indicazioni sui possibili tempi di allestimento e di riapertura al pubblico.
Etruschi e Italici in Campania
La sezione, non ancora allestita, occuperà le Sale 130-136.
Altre collezioni e sezioni
Collezione Egizia
Si trova nel piano seminterrato cui si accede dal piano terra, a destra dello scalone principale, alla fine della galleria degli imperatori (Sale 18-23). Tra le altre collezione conservate ha rilievo la collezione egiziana, terza per importanza in Italia dopo i Musei Vaticani ed il Museo egizio di Torino.
Naoforo Farnese
Mummia
Collezione Epigrafica
Si trova nel piano seminterrato, cui si accede dall'atrio di ingresso presso il banco delle informazioni (Sale 150-155). La collezione è attualmente chiusa al pubblico a causa dei lavori di collegamento fra Museo e Metropolitana, non ancora terminati. Non vi sono indicazioni sui possibili tempi di riapertura al pubblico.
Collezione Numismatica
Si trova sul piano ammezzato, salendo lo scalone, sul lato destro (Sale 51-56).
Salone della Meridiana
Salone della Meridiana
Si trova al primo piano, alla fine dello scalone monumentale, della rampa centrale.
È un enorme salone seicentesco, di forma rettangolare (m. 54 x 20; h. 27), illuminato da porte-finestre che si aprono lungo tre pareti, quelle laterali affacciantesi sui cortili interni, mentre quelle della parete sud provviste di balconi, collocate subito al di sopra dell'ingresso principale. Altri due ordini di finestre scandiscono le pareti laterali, di cui quelle superiori sono poste all'attacco della volta. Quest'ultima, fin dal primo secolo di esistenza dell'edificio, in precarie condizioni statiche proprio per l'ampiezza del salone, a seguito dei terremoti del 1686 e 1688 divenne a tal punto fatiscente che nel 1735 il re Carlo incaricò Giovanni Antonio Medrano a ricostruire la copertura oramai completamente rovinata. Il Medrano escogitò la geniale soluzione del doppio tetto: uno interno di travi e tiranti lignei ai quali è sospesa la volta (successivamente affrescata); ed un secondo ordine di capriate più alto che copre il tutto e costituisce il tetto vero e proprio. Nel 1781Pietro Bardellino realizzò sulla volta ricostruita l'affresco che ancora si può ammirare: si tratta di una celebrazione delle virtù di Ferdinando IV e di sua moglie la regina Maria Carolina (i cui ritratti ha raffigurato dipinti su di uno scudo bronzeo), quali protettori delle arti; queste ultime si riconoscono perfettamente nelle numerose figure allegoriche che popolano il cielo, ciascuna delle quali tiene dei simboli che la caratterizzano. La scritta "IACENT NISI PATEANT" suggerisce il programma e la liberalità del re che vuole affermare che le cose d'arte languono se non vengono esposte e fruite dal pubblico. Il grande affresco è stato restaurato nel 1904, mentre nel 1967-1968 sono stati intrapresi restauri al tetto del Gran Salone che hanno visto la sostituzione di capriate fatiscenti, l'impermeabilizzazione delle falde e la sostituzione delle tegole di copertura. Lungo le pareti del Salone, mentre nella parte inferiore vi sono diversi quadri ottocenteschi in stile "pompier" di soggetto mitologico o storico, di non grande valore (in prestito temporaneo dal Museo di Capodimonte), nel registro superiore invece vi sono numerose tele del pittore genovese G. B. Draghi, che celebrano le gesta di Alessandro Farnese nelle Fiandre, pitture un tempo esposte in Palazzo Farnese a Piacenza.
Ai lati della porta d'ingresso che dà sullo scalone monumentale, vi sono infine una coppia di epigrafi marmoree in latino del 1616. Collocate un tempo all'esterno del palazzo, al di sopra delle finestre che fiancheggiano l'attuale ingresso principale, esse celebrano l'una le benemerenze politiche del viceré don Pedro Fernández de Castro conte di Lemos, mentre l'altra ricorda il trasferimento dell'Università degli Studi nell'attuale palazzo del Museo.
Originariamente il Salone fu destinato a biblioteca ("Librarìa publica") quando il palazzo era ancora sede dell'Università napoletana; poi nel 1777, divenuto l'edificio Real Museo Borbonico, vi fu trasferita la biblioteca Farnese che qui rimase fino al 1925, anno in cui tutta quanta la Biblioteca Nazionale fu trasferita a Palazzo Reale.
La meridiana disegnata nel pavimento[11] è quanto rimane - insieme alla rosa dei venti ed al lunario - del progetto di Giuseppe Casella che nel 1791 volle qui installare un osservatorio astronomico. Funziona, tuttavia, e il raggio di sole che dal foro esistente nella parete in prossimità dell'angolo sud-ovest penetra nella sala intorno a mezzogiorno (per la precisione dalle 11:45 alle 12:30), indica da un lato il periodo dell'anno (in estrate, essendo maggiormente zenitale, cade più verso l'inizio della meridiana, presso la finestra; in inverno, essendo i raggi bassi, si trova maggiormante all'altra estremità della meridiandiana, verso il centro del salone), dall'altro lato i mesi dell'anno, al posto dei quali vi sono dei graziosi tondi dipinti con i simboli delle costellazioni dello zodiaco.
L'Atlante Farnese
È esposta nel Salone - benché facente parte della collezione Farnese - la celebre statua dell' "Atlante Farnese", databile al II sec. d.C., rinvenuta a Roma presso Porta Pinciana. La scultura, che mostra Atlante che sorregge il globo del cielo stellato, lascia ancora oggi gli studiosi perplessi: infatti, mentre su di essa sono segnate con immagini simboliche numerose costellazioni dell'emisfero boreale (tra cui ben riconoscibili sono quelle facenti parte dello zodiaco), dall'altro lato non mancano diverse costellazioni che invece fanno parte e sono visibili unicamente nell'emisfero australe. Le costellazioni all'estremo sud, sconosciute agli antichi, si collocherebbero invece sulla parte non visibile del globo, lì dove esso poggia sulla spalla di Atlante.
Note
^ AA.VV., Napoli e dintorni, Touring Editore, Milano 2005
^ Come mostra un'incisione dell'epoca, la "Sala dei Concorsi" presentava cinque ordini di sedili lignei interrotti al centro dalla cattedra (tipo pulpito); nella parete si aprivano quattro nicchie (tuttora esistenti dietro lo scalone principale) in ciascuna delle quali vi era una statua allegorica ("la Teologia" oggi all'Archivio di Stato; "il Diritto" e "l'Astronomia o Filosofia" oggi all'ingresso del chiostro della chiesa di Santa Maria la Nova, sede della Provincia di Napoli; "la Medicina" dispersa); più in alto si aprivano due ordini di finestre preceduti da altrettanti ballatoi con balaustre, destinate ad accogliere personalità di governo ed altre di riguardo che volessero assistere alle adunanze.
^ Ufficialmente lo spostamento dell'Università avvenne a causa delle aumentate esigenze di spazio; in realtà le vere ragioni non sono chiare (forse furono prettamente politiche, quello di impedire il rientro dei Gesuiti), perché se veramente mancava lo spazio, sarebbe bastato concludere la costruzione dell'edificio.
^ La "Quadreria" era già stata trasferita da Parma fra il 1735 e il 1739
^ Lo scavo è raffigurato in un paio di incisioni in: A. De Jorio Metodo per rinvenire e frugare i sepolcri degli antichi, Napoli 1824.
^ Si tratta dell'Accademia di Scienze e Lettere che fu trasferita nell'Università; e dell'Accademia di Belle Arti (Napoli), sistemata nella sua sede attuale.
^ Infatti nella Guida d'Italia del TCI Napoli e dintorni del 1976 le sale risultano completamente vuote.
^ La cosa strana e veramente paradossale è che i basamenti dei pilastri in piperno risultarono coperti da lastre in piperno, mentre i muri in laterizi erano stati nascosti da uno strato di intonaco che imitava una parete in laterizi, lo stesso motivo che caratterizza tuttora le facciate esterne del Museo.
^ Carlo Avvisati "Una necropoli nel ventre del Museo", Il Mattino, 16 novembre 2007.
^[1] Pianta dei diversi livelli e dislocazione delle sezioni nel Museo
Un successivo itineranio vacanziero-turistico riguardante la Sicilia deve obbligatoriamente riguardare i Musei e le gallerie.
Il Museo Archeologico regionale Paolo Orsipresente a Siracusa è stato edificato nel 1878 e dedicato all'archeologo roveretano che operò in passato in tutta l'isola è diviso in due distinti settori. Nel settore A, dedicato alla preistoria ed alla protostoria, si hanno svariati reperti archeologici come i reperti del periodo neolitico provenienti da Stentinello, i reperti archeologici relativi all'età del rame e dell'età media del bronzo, reperti relativi alle necropoli isolane risalenti alla parte terminale dell'età del bronzo. Il secondo settore, invece, è dedicato ai reperti attestanti la dominazione greca, i reperti relativi alle colonie doriche di Megara Hyblaea e Siracusa. Tra gli altri reperti storici ricordiamo quelli relativi alla storia di Gela e di Agrigento.
Il Museo archeologico presente nella cittadina turistica di Giardini Naxos rientrante nel territorio provinciale di Messina è relativo ai vari reperti archeologici riguardanti varie epoche storiche, a partire dalle varie fasi preistoriche come il neolitico, l'età del bronzo e del ferro, ed i periodi della colonizzazione greca, romana e bizantina. I vari reperti archeologici qui conservati, come resti di antiche anfore, coppe attiche e quelle vitree ed elmi di bronzo, monete antiche e resti di corredi per necropoli provengono prevalentemente dalla città di Giardini ed attestano con il loro fascino la storia di questa città e delle contrade limitrofre.
Anche il Museo Archeologico della città di Enna, ubicato a Palazzo Varisano, attesta con i suoi innumerevoli reperti archeologici le varie fasi storiche del territorio provinciale ennese, a partire dalle varie fasi della preistoria fino all'età medievale e post-medievale. Il Museo occupa un intero piano del citato palazzo e tutti i reperti archeologici rinvenuti attraverso i vari scavi sono suddivisi in cinque sale: la prima sala è dedicata ai reperti preistorici delle contrade vicine ad Enna, la seconda è dedicata a tutti i reperti archeologici delle varie fasi storiche relative alla cittadina di Enna, la terza illustra la storia relativa alla zona adiacente il lago di Pergusa, la quarta all'insediamento ellennizzato di Rossomanno relativo al VII-VI secolo Avanti Cristo e la quinta ed ultima riguarda i corredi funerari.
Anche Aidone, sempre in provincia di Enna, ha il suo Museo Archeologico Regionale situato nell'ex convento dei Frati Cappuccini che raccoglie i vari reperti come le ceramiche relative all'età preistorica, le monete e le terrecotte dell'epoca greca fino ad arrivare ai reperti storici dell'età romana repubblicana. Tutti questi reperti attestano la storia del sito archeologico di Morgantina e sono distribuiti nelle varie sale che suddividono il Museo.
Il Museo Archeologico della Badia si trova a Licata, in provincia di Agrigento, situato nel convento cistercense dedicato a S. Maria del Soccorso. Il Museo raccoglie una discreta collezione dei reperti archeologici attestanti la presenza umana nella zona riguardante varie fasi preistoriche come il paleolitico superiore, le fasi storiche della fase greca e di quella romana fino a giungere all'età moderna.
Arrivando a Caltanissetta, si trova il Museo Archeologico, oggi regionale ma un tempo civico. Il Museo raccoglie i vari reperti recuperati dagli scavi archeologici attuati in tutto il territorio provinciale ed attestanti, ad esempio, i nuclei abitativi relativi all'età del bronzo di Dessueri. I vari reperti, databili dall'età preistorica del rame a quella romana e bizantina, sono distribuiti in cinque stanze che raccolgono e dividono tali reperti rispettando un preciso ordine cronologico e topografico.
Il Museo archeologico regionale di Agrigento ha come sede specifica un complesso di costruzioni comprendenti, tra l'altro, le restanti strutture restaurate di un antico convento di San Nicola. Il Museo deve la sua importanza non solo agli innumerevoli reperti archeologici che conserva nelle sue diciannove sale e che furono ritrovati nelle zone limitrofe di Agrigento e Caltanissetta, ma perchè contribuisce a comprendere la storia del forse più noto sito archeologico della Sicilia, ovviamente Agrigento. Tra gli innumerevoli reperti qui conservati occorre ricordare, ad esempio, la statua marmorea di Efebo creato nel 470 Avanti Cristo e conservato nella decima sala del Museo ed un gigantesco Telamone.
Un altro importante Museo presente ad Agrigento è quello Diocesano presente vicino la cattedrale cittadina e visitabile previa autorizzazione della Curia. Il Museo deve la sua importanza agli innumerevoli reperti storici che conserva, a partire da alcuni affreschi prelevati dalla già citata Cattedrale, il sarcofago di Fedra del secondo secolo Dopo Cristo e contenente delle raffigurazioni di episodi relativi al mito di Fedra ed Ippolito e svariati oggetti di oreficeria.
Innumerevoli sono i Musei presenti a Palermo città e provincia.
Doverosamente occorre iniziare dal Museo Regionale Archeologico. Esso ha come sede edifici palermitani famosi, a partire dal complesso monumentale dell'Olivella. Già il suo ingresso è imponente visto che si apre con un chiostro minore dalle linee seicentesche, contenente, ad esempio, una fontana con la statua di Tritone ed adiacente alla Sala dell'archeologia sottomarina con una ricca collezione di ancore, con una saletta contenente dei sarcofaghi antropoidi in marmo ed una seconda sala contenente, ad esempio, un'opera fenicia in pietra calcarea del VI secolo Avanti Cristo e raffigurante un dignitario con un rotolo in mano.
Il Museo prevede altre innumerevoli sale che sono distribuite in due piani, suddivisibili in sale espositive, quella per le mostre temporanee, delle corti interne. Tutta la struttura raccoglie vari reperti archeologici attestanti la storia isolana di varie fasi, a partire dalla preistoria fino a giungere a degli esempi del collezionismo del 1700 e del 1800. Tra i vari ambienti qui presenti si possono citare come esempi "Il Salone di Selinunte" che raccoglie reperti di questo sito archeologico isolano, quattro sale che raccolgono una discreta collezione etrusca, "Il Salone della Scultura Romana".
La Galleria Regionale della Sicilia è presente a Palermo nel Palazzo Abatellis e raccoglie una massiccia esposizione di dipinti e sculture regionali. La galleria raccoglie espressioni dell'arte figurativa isolana di vari secoli, dal XII al XVIII secolo e probabilmente il periodo maggiormente rappresentato è quello che va dal XIV al XVI secolo. Tra le opere qui conservate ricordiamo l'affresco del 1400 dedicato al "Trionfo della Morte" preservato nella cappella del Palazzo, il Trittico Malvagna del XVI secolo raffigurante la Madonna in trono col Bambino ed angiolini, S. Caterina e S. Dorotea ed Adamo ed Eva realizzato dal Gossaert, detto Mabuse ed il più recente quadro raffigurante la Madonna con il Santo Bambino in Gloria tra San Giovanni Battista e S. Rosalia realizzato da Pietro Novelli nella prima metà del XVII secolo.
Il Museo Etnografico Siciliano Pitrè deve il suo nome all'etnologo palermitano Giuseppe Pitrè che ne curò la fondazione agli inizi del 1900. Nelle sue ventinove sale sono raccolti gli elementi che creano una vastissima collezione di utensili destinati alla caccia, alla pesca, alla tessitura, alla pastorizia ed altre espressioni di arti e mestieri isolani che si sono susseguiti nel tempo, nonchè espressioni figurative come oggetti in ceramica, piccoli presepi in terracotta e sughero, statue in legno raffiguranti Santi; ci sono inoltre stanze riservate al teatro dei pupi, ai mezzi di trasporto tipici del passato isolano, cioè i carretti.
Il Museo Civico presente a Termini Imerese, sempre in provincia di Palermo, è organizzato in varie sezioni, ognuna delle quali ha un soggetto storico diverso, a partire dalla Preistoria, L'Archeologia, la numismatica, le Belle Arti, l'epigrafia, soggetti tutti relativi alle zone limitrofe. Tra i vari reperti storici qui inclusi si possono citare un bassorilievo del '400 dedicato alla Sacra Famiglia, varie tele come quelle riguardanti S. Giorgio, "Ss Margherita, Caterina e Maria Maddalena", "L'Immacolata", delle iscrizioni greche.
Nel territorio provinciale di Palermo ci sono altri Musei interessanti, a partire da Terrasini che offre ai turisti interessati un Museo Civico diviso in tre sezioni, una per i reperti naturalistici come la collezione ornitologica Orlando, una archeologica contenente reperti come anfore puniche, romane ed arabe e l'ultima sezione etno-antropologica riguardante i carretti siciliani.
Il Museo Regionale messinese fu istituito agli inizi del 1900 e contiene innumerevoli opere d'arte costituiti prevalentemente da sculture, decorazioni, rappresentazioni sacre prelevate dalle Chiese presenti nella zona e recuperate dopo il terremoto del 1908. Si comprende così che il Museo è davvero monumentale e distribuisce le svariate opere che contiene non solo al suo interno, ma anche nel suo giardino e nella sua terrazza che oggi preservano le statue e i reperti più imponenti prelevati dalle chiese e dai palazzi.
Si comprende anche che il visitatore può così effettuare un itinerario culturale davvero cospicuo e comprendente, tra l'altro, opere del calibro del mosaico rappresentante "La Madonna col Bambino" ed una tavola riguardante San Placido realizzati da un ignoto bizantino nel XIII secolo, un bel polittico realizzato da Antonello da Messina nel 1473 e rappresentante, nelle sue cinque tavole, varie immagini sacre come l'Angelo annunziatore e l'Annunziata. Ci sono anche altre importanti opere d'arte presenti nelle sue stanze, come quelle realizzate dall'Alibrandi, come la Tavola dedicata al Giudizio Universale realizzata agli inizi del 1500 e la Tavola firmata e datata [1519] dedicata alla "Presentazione al Tempio". Altre opere di sicura importanza storica ed artistica presente in questo Museo sono le due tele realizzate Michelangelo Merisi da Caravaggio agli inizi del 1600 e dedicate alla "Resurrezione di Lazzaro" e alla "Adorazione dei pastori".
Un Museo degli Arazzi è presente a Marsala, in provincia di Trapani. Esso custodisce otto arazzi fiamminghi risalenti al XVI secolo raffiguranti episodi della guerra intercorsa tra Tito ed i Giudei ed opera probabile del pittore fiammingo ispanizzato Pedro Campana. Gli arazzi presentano anche fasce di fiori, frutta e figure allegoriche.
Altro famoso Museo della città è quello archeologico "Baglio Anselmi" situato in questo edificio del secolo scorso un tempo adibito alla produzione del Vino Marsala. Il Museo permette di ammirare una nave punica e di scoprire la storia di Lilibeo, una cittadina fondata nel 307 A.C. circa dai reduci della vicina isola di Mozia che fu distrutta all'epoca dal tiranno siracusano Dionisio. Durante la prima guerra punica la città fu una base di difesa cartaginese contro glia attacchi romani, che comunque riuscirono a conquistare.
Il Museo prevede un ordinamento generale suddiviso in quattro sale espositive, la prima dedicata alla già citata nave punica individuabile come esempio di una nave a remi adibita al combattimento affondata intorno al terzo secolo A. C., una seconda sala adibita ai pannelli didattici che permettono di conoscere ed individuare geograficamente il sito e la città di Lilibeo, una terza sala relativa ai vari reperti archeologici relativi a Mazara del Vallo, Mozia e la necropoli di Lilibeo ed un'utlima sala relativa alle epigrafi latine.
Per avere una maggiore consapevolezza dell'importanza di questo Museo, occorre citare le possibilità conoscitive da esso offerte. I reperti relativi alla Mozia punica sono, ad esempio, un'urna funeraria e due stele figurate relative ad un tofet. Ci sono poi i reperti provenienti direttamente dalle necropoli di Lilibeo, referti disposti in ordine cronologico e comprendenti, ad esempio, corredi funerari costituiti da vasellame a vernice nera e monumentini funerari in tufo con decorazione policroma.
Il Museo Archeologico di Gela -Cl- offre la possibilità di conoscere il percorso storico della città. Il percorso archeologico-storico è qui organizzato in varie sezioni.
La prima prevede, ad esempio, la presenza di un piede di una kylix attica che mostra un'iscrizione votiva di Antifemo, che alcune fonti storiche considerano come il fondatore di Gela, vari reperti preistorici che attestano la presenza umana nella zona sin dalla fine del IV millennio A.C., alcuni reperti riferibili al periodo della colonizzazione greca come un aryballos conico e frammenti di ceramica databili tra l'ottavo ed il settimo secolo A.C. che vanno a confermare alcune notizie storiche che attestano la presenza di protocoloni rodii di Lindos e che fondarono un sito proprio a Molino a Vento. Inevitabile, quindi, la presenza di alcuni reperti relativi a questo sito. Nell'acropoli arcaica sorse in un secondo momento il santuario dedicato alla Dea cittadina Athena Lindia, costruzione attestata dal ritrovamento di alcuni materiali votivi e quelli raccolti in prossimità dell'Athenaion, un periptero dorico costruito nel VI secolo A.C. e che è incluso nel Museo attraverso un pannello che raccoglie alcune delle decorazioni architettoniche dell'epoca della costruzione del tempio. Successivi reperti riguardano un tempio dorico, e precisamente un periptero costruito nell'acropoli per sostituire un edificio antecedente andato distrutto a causa di un incendio.
Una seconda sezione del museo è dedicata agli oggetti ritrovati in una nave greca affondata nei pressi di Gela agli inizi del V secolo A.C., reperti relativi all'evoluzione abitativa dell'acropoli dalla distruzione cartaginese avvenuta nel 405 A.C. fino all'inizio del IV secolo A.C. ed al Santuario urbano di Hera situato nell'attuale area del Municipio.
Una terza sezione del Museo è invece dedicata a Capo Soprano e Piano Notaro, tra i quali citiamo delle terrecotte riferibili ad una casa-bottega situata all'interno delle mura di fortificazione già precedentemente citate.
La IV sezione riguarda le anfore da trasporto ritrovate a Gela. Ben tre sezioni sono invece dedicate ai vari reperti archeologici relativi alla città antica, come quelli riferibili ai vari santuari dedicati al culto di Demetra e Kore.
Infine ricordiamo il settore dedicato agli oggetti relativi al periodo preistorico, greco e romano del territorio vicino Gela e quello relativo ai contesti romani del territorio geloo, niscemese, buterese e mazzerinese comprendente oggetti relativi alle necropoli ipogeiche e fattorie abitate soprattutto dal periodo della distruzione di Gela [282 A.C.] fino all'età tardo-antica.
Il Museo Archeologico Ibleo presente a Ragusa è stato istituito nella seconda metà del 1900 e rappresenta in ordine cronologico l'archeologia e la storia di tutta la provincia di Ragusa dal neolitico fino alla tarda antichità. I vari reperti archeologici ritrovati in questa zona sono stati suddivisi in base ad un ordine cronologico e topografico e presenta anche una ricostruzione al vero di vari ambienti come le necropoli che aiutano i visitatori a comprendere il significato e l'utilizzo dei vari reperti qui ritrovati.
Anche in questo caso, tutto il materiale dalla evidente importanza storica è stato soggetto ad una disposizione espositiva suddivisa in VI sezioni.
La prima sezione si riferisce al periodo preistorico e comprende, tra l'altro, i vari reperti ritrovati ad esempio a Marina di Ragusa, alla contrada modicana del Mulino del Salto, le ceramiche e gli utensili in pietra lavica ritrovati ad esempio a Cava D'Ispica e Vittoria.
Una seconda sezione riguarda invece dei reperti archeologici ritrovati grazie agli scavi effettuati a Camarina, come quelli relativi alle tombe arcaiche dei primi colonizzatori della zona.
La terza sezione riguarda invece i reperti relativi agli abitati siculi arcaici e classici, come ad esempio corredi relativi alle necropoli arcaiche di Licodia Eubea e Monte Casasia.
La quarta sezione riguarda i centri ellenistici con una interessante documentazione fotografica e topografica relativa all'abitato di epoca timoleontea-ellenistica di Scornavacche situato in prossimità di Chiaramonte Gulfi.
La quinta sezione è invece dedicata ai ritrovamenti relativi agli insediamenti romani e qui si possono ricevere delle informazioni relative, ad esempio, ai cimiteri ipogei cristiani, a delle chiesette cristiane. Qui si trovano anche delle ceramiche relative al periodo tardo-romano.
La sesta ed ultima sezione del Museo riguarda alcuni reperti di collezioni di provenienza non certa.
Il Museo Vagliasindi si trova a Randazzo, in provincia di Catania. Nelle varie sale qui presenti si possono ritrovare vari reperti come reperti bronzei relativi al periodo neolitico e della Valle dell'Alcantara, varie ceramiche e delle monete in bronzo, argento ed oro relative ad un discreto periodo storico che va dall'età greca a quella medievale.
Il Museo Civico di Caltanissetta prevede due sezioni relative all'arte moderna e quella archeologica. La sezione archeologica è forse più la più ricca del Museo e prevede la presenza di vari reperti suddivisi in ordine topografico e cronologico q vi si possono ritrovare dei materiali preistorici e greci ritrovati nella zona, a partire da quelli ottenuti dal Sito Archeologico di Sabucina e da Capodarso. Per citare alcuni dei materiali qui visibili possiamo citare vasi e strumenti relativi all'età del bronzo.
Il Museo Archeologico presente nella città di Marianopoli, sempre in provincia di Caltanissetta, prevede la presenza di reperti archeologici relativi alla città e che abbracciano un periodo storico che va dalla preistorica alla età del bronzo, materiali che sono stati ordinati in base ad un ordine topografico e cronologico. Buona parte dei materiali qui conservati provengono dal sito archeologico di Monte Castellazzo [visitato sin dall'età neolitica, un sito che conobbe successivamente anche una fase di ellenizzazione] ed il sito relativo alla montagna di Balate-Valle Oscura [sede di un centro indigeno relativo al VI secolo e successivamente ellennizzatro mentre la Valle Oscura prevede la presenza di una necropoli relativa all'antica città].
Il Museo è disposto in due piani, il primo relativo a Balate-Valle Oscura ed il secondo a Monte Castellazzo. Per citare alcuni reperti qui conservati ricordiamo, riferendosi al primo piano del Museo, dei corredi delle necropoli e suppellettili relativi al centro abitato della zona e ceramiche dipinte greche ed indigene, mentre nel secondo piano si trovano, ad esempio, resti di corredi eneolitici provenienti dalla necropoli di San Cono-Piano Notaro.
Il Museo Regionale Agostino Pepoli è presente a Trapani è situato nell'ex convento trecentesco dei Padri Carmelitani ed offre ai suoi visitatori la possibilità di poter ammirare collezioni di scultura e pittura, reperti archeologici e rappresentazioni delle arti figurative come molteplici opere in corallo, della maiolica, ori, argenti ed esempi della scultura dedicata ai presepi. Il nucleo originale della raccolta iniziò nei primi anni del 1800 e la ricchezza del materiale qui conservato è dovuta alla continua e costante opera di successive donazioni. Il periodo storico qui testimoniato va dal XIII al XIX secolo e tutto il materiale è stato suddiviso tra il piano terra ed il primo piano della struttura. Procedendo dal periodo più antico a quello più recente relativo ai materiali, si può citare la presenza di un reliquario di una Santa, una scultura lignea realizzata da un intagliatore tedesco ignoto, un dipinto su tavola rappresentante "La Madonna in trono e Angeli" realizzato dal Maestro del Polittico di Trapani, una statua marmorea dedicata a S. Giacomo Maggiore e realizzata da Antonello Gagini all'inizio del 1500, una tela dedicata al "Martirio di San Matteo del XVII secolo ed una statuina da presepe dedicata a S. Giuseppe realizzata dalle maestranze trapanesi utilizzando legno e tela.
Il Museo Civico di Castelvetrano, in provincia di Trapani, raccoglie le collezioni inizialmente raccolte nell'ex convento di San Domenico. Qui sono conservati principalmente reperti archeologici selinuntini e le pitture e sculture provenienti dalle chiese cittadine in disuso. Tra queste meritano la nomina una statua in alabastro dedicata alla "Vergine col Bambino" realizzata dal Laurana.
Il Museo etnografico intitolato a Serafino Amabile Guastella è presente a Modica, in provincia di Ragusa, ed è un buon esempio delle attività agricole e sociali della zona riferibili a periodo passati che hanno ancora qualche contatto con il presente. Qui si possono ammirare, ad esempio, un esemplare del caratteristico carretto siciliano noto per le sue decorazioni colorate, di antichi mezzi di trasporto che cambiano di dimensione ed eleganza in base alla importanza della famiglia d'appartenenza, varie botteghe degli artigiani tipici della zona come il mielaio, l'ebanista, il sellaio, il fabbro-maniscalco ed il dolciere. Vera attrazione di questo Museo che va ad occupare il primo piano del settecentesco ex convento dei Frati Mercedari che in passato è stato utilizzato anche come lazzaretto durante le due epidemie di peste che sfortunatamente colpirono la zona è sicuramente la riproduzione della tipica masseria modicana caratterizzata dall'utilizzo della pietra calcarea locale qui utilizzata per la costruzione dei tipici "Mura a siccu", per la rappresentazione del cortile noto per una singolare pavimentazione, delle stanze della masseria, come "La casa ri stari" [=la cucina, l'ambiente più importante della casa ricca di numerosi utensili utili per la preparazione e la conservazione del pane e dei formaggi locali], la stanza da letto e la stanza della tessitura.
Il Museo Civico di Noto -Sr- prevede la presenza di alcuni reperti archeologici provenienti da Noto Antica e da altre zone vicine, come un'architrave contenente un'iscrizione dedicatoria e risalente al III secolo A.C. e la ricostruzione di un monumento funebre dedicato al Viceré Nicolò Speciale e del 1544. Nel piano rialzato è prevista la presenza di una sezione archeologica contenente, tra l'altro, i reperti preistorici relativi al territorio cittadino ed una Biblioteca dedicata agli amanti degli studi archeologici. In questo Museo si ha la possibilità di ammirare anche alcuni elementi provenienti dagli scavi dedicati ad Eloro.
La città e la provincia di Catania offrono innumerevoli occasioni culturali grazie ai numerosi Musei qui presenti. Il primo che merita la menzione è senza dubbio il Museo Civico presente nel Castello Ursino. Il Museo raccoglie le collezioni dei Benedettini, dei Principi Biscari e delle donazioni del Barone Zappalà-Asmundo. La ricca presenza dei vari simboli dell'arte figurativa qui rappresentate è degnamente valorizzata dalla bellezza del Castello del quale si è già parlato nell'itinerario omonimo. Per iniziare qualche citazione delle opere qui conservate, occorre innanzitutto dire che il Museo prevede la disposizione organizzativa dei suddetti materiali in due piani e per un totale di 28 sale espositive.
Si può iniziare dalla imponente pinacoteca qui inclusa che raccoglie opere di Maestri illustri come Ribera, Procaccini, Borremans, Luca Giordano, il Beato Angelico, Bernardino Niger e Pietro Novelli. Si possono ricordare, ad esempio, la parte centrale del polittico firmato da Antonello de Saliba risalente al 1497 e raffigurante "La Madonna col Bambino"; la ricostruzione del polittico che prevede la presenza ai lati di San Francesco e S. Antonio, nonchè nella cimasa, della "Resurrezione" permette di apprezzare l'abilità di questo artista. Tra le altre opere d'arte qui conservate si possono citare reperti architettonici e decorativi provenienti dal Teatro Romano di Catania, una scultura antica raffigurante una testa efebica risalente al sesto secolo A.C., un bel mosaico a colori risalente al IV secolo A.C. relativo ai primi tre mesi dell'anno ed un altro alle pareti rappresentante maggio, giugno e luglio e visitabili nella quarta sala prevista nel pian terreno del Museo.
Il Museo Civico Belliniano è stato costruito proprio nella casa natale dello artista dove esso ha vissuto per 16 anni. Il Museo prevede una sistemazione organizzativa in cinque ambienti diversi, situazione che permette di conoscere l'iter formativo e produttivo di questo musicista catanese. La prima stanza permette di visionare alcune stampe raffiguranti Catania al tempo in cui visse il compositore [1800]; la seconda riguarda alcuni cimeli appartenuti allo artista, come un clavicembalo che pare sia stato costruito dall'artista stesso, delle spille d'oro e dei preziosi orologi; la terza stanza offre la possibilità di ammirare delle iconografie riguardanti la vita di Bellini; la successiva stanza è forse la più importante perchè raccoglie numerosi manoscritti musicali autografi; l'ultima stanza del Museo prevede la presenza di alcuni oggetti legati alla traslazione della salma di Bellini, evento avvenuto nel 1876 da Parigi a Catania.
Il Museo d'Arte Sacra di San Nicolò è presente a Militello in Val di Catania, in provincia di Catania, ed è relativamente recente visto che è stato istituito dal 1981 grazie ai lavori di liberazione dallo sterro dei vari sotterranei della Chiesa, evento che portò al recupero di resti appartenenti ad alcune abitazioni abbandonate dopo il terremoto del 1693 e la scoperta di varie cripte. Qui si possono ammirare varie opere d'arte riferibili alla Matrice e alle sue Chiese filiali, documenti attestanti l'importanza storica e culturale della città. Il Museo raccoglie i vari reperti in 28 sale.
Tra i vari reperti qui preservati si possono citare, ad esempio, i resti della abside settecentesca e di parti murarie precedenti il pluricitato terremoto e comprendenti, inoltre, paramenti sacri pregiati ed anche un'ulteriore cappella contenente altri paramenti e ricami policromi dedicati alla vita di S. Agata relativi al XVII secolo. Tra gli altri ambienti presenti nella stessa sala si possono ammirare la Cappella della Confraternita del SS.Crocifisso del Calvario del XVIII secolo e la Cappella di S. Nicolò relativa alla prima metà del 1700. In altre sale del Museo sono visitabili altre Cappelle, come quella in damasco verde contenente gli stemmi della famiglia Branciforte, di Casa D'Austria e dell'ordine benedettino, la Cappella dedicata alla SS. Annunziata con gli stemmi dei Pignatelli-Branciforte.
Tra le altre opere preservate in questo Museo ricordiamo una tavoletta angelica dedicata a S. Agata, alcune sculture relative ai secoli XV-XVII come "La Annunciazione" ed "Il Cristo Morto", la pala dedicata a "La Morte di S. Carlo Borromeo" realizzata da Filippo Paladino all'inizio del 1600 e due tele realizzate da Giovan Battista Baldanza junior dedicate rispettivamente a "La Madonna di Monserrato con S. Biagio" e "S.Isidoro Agricolo".
Altro Museo presente a Catania è quello di Paleontologia che raccoglie una discreta collezzione di reperti archeologici e storici che nel corso degli anni hanno avuto anche altre sedi rispetto a quella attuale e riguardanti un pò tutta la Sicilia, a partire dai fossili siciliani del paleozoico relativi a Palermo, fossili del Miocene e Pliocene relativi alla città di Buccheri -SR- e del Ragusano, precisamente di Modica e Giarratana.
Ritornando nel territorio provinciale catanese, si può citare il Museo Civico del Castello Normanno presente ad Aci Castello. Qui è possibile effettuare due diverse visite, quella del Castello Normanno eretto in una rupe determinata da un'eruzione basaltica proveniente dal mare poco profondo nel 1076 ed appartenuto a Ruggero di Lauria, nonchè tutte le opere contenute nel Museo.
Il Museo prevede una prima sezione dedicata alla mineralogia e riguardante, ad esempio, pannelli riguardanti la situazione geologica del territorio ed una sezione paleontologica riguardante altri pannelli illustrativi sulla deriva dei continenti ed alcuni fossili relativi ad alcuni paesi come Scordia, Augusta, Aci Castello, Altavilla ed Aci Catena.
La Biblioteca e Pinacoteca Zelantea è presente nella città di Acireale -CT- . La Biblioteca è una delle più fornite della Sicilia, mentre altre tre sale sono dedicate alla già citata Pinacoteca ma anche al Museo Archeologico ed al Museo del Risorgimento. Qui sono raccolte immancabili tele e sculture, a partire dal busto dedicato a Giulio Cesare.
Altro Museo rientrante nel territorio provinciale catanese è quello di Adrano preservato all'interno di un Castello Normanno risalente all'undicesimo secolo e realizzato per volere del Conte Ruggero I, Museo interamente dedicato all'Archeologia. Al suo interno si possono ammirare non solo elementi archeologici importanti e preservati nel corpo centrale dell'imponente e caratteristica struttura, ma anche una discreta Pinacoteca, una galleria dedicata alle opere d'arte moderna ed un meseo etno-antropologico dedicato all'artigianato locale. Il solo immettersi nell'ingresso della struttura si ha la possibilità non indifferente di tuffarsi nella storia antica grazie alla presenza di materiali relativi all'età greca, e precisamente anfore e recipienti vari.
Il pianterreno della struttura è inceve dedicato ad un periodo storico ulteriormente anteriore rispetto all'antecedente e cioè la preistoria. Qui sono state sistemate alcune vetrine espositive contenenti i vari reperti attestanti le varie fasi preistoriche ed i diversi stili produttivi e decorativi. Si possono così ammirare campioni fossili e litici relativi all'età del bronzo, esempi decorativi relativi al Neolitico superiore ed attestanti il cosiddetto stile di Capri, dello stile di Serra d'Alto [entrambi poco frequenti in Sicilia, quindi davvero estremamente importanti], lo stile di Diana, quello di Conzo.
Un ulteriore stile qui rappresentato è quello di Adrano del quale si possono ammirare dei reperti conservati ed esposti sempre nel pianterreno del Museo. Altre ceramiche decorate conservate in questa sezione del Museo attestano, invece, lo stile di S. Ippolito.
Ulteriori esposizioni riguardano invece reperti relativi alle grotte funerarie risalenti all'epoca precastelluccinina e castellucciniana che testimoniano questo nuovo stili che deve il suo nome ad una località situata nei pressi di Noto. In questo contesto occorre effetuare una precisazione geologica che determinò la caratteristica di queste grotte: il territorio etneo presente delle rocce vulcaniche troppo dure per esser scavate e poi utilizzate come tombe, perciò le popolazioni dell'epoca furono costrette ad utilizzare per questo scopo le grotte di scorrimento lavico altrettanto comuni nella zona.
In questo caso, gli scavi effettuati hanno permesso il ritrovamento, e quindi la successiva esposizione in questa sezione museale, di ceramiche dipinte, alte fruttiere ed altri reperti che attestano la presenza umana nella zona durante il periodo storico che va dalla fase del Malpasso a quella del Castelluccio [1800-1500 A.C.].
Arrivando al piano successivo della struttura si possono ammirare numerosissimi materiali provenienti dalla contrada Mendolito e delle necropoli di Mangarelli ed Ardichella. Sempre in questa parte della struttura sono conservati altrettanto numerosi reperti riguardanti il sito di Adranon, fondato dal tiranno siracusano Dionigi I, e precisamente provenienti dalle due necropoli della zona, e materiali ellenistici tra cui spiccano quelli relativi allo stile di Gnathia. Un successivo piano della struttura è invece dedicato ad una Pinacoteca in cui spiccano reperti che abbracciano un arco temporale che va dal 1500 ai primi anni del 1900. Sempre in questa parte della struttura sono state ricreate, poi, una sezione relativa all'artigianato ed una galleria d'arte contemporanea.
Alcuni interessanti Musei si trovano a Caltagirone, sempre in provincia di Catania.
Il primo che merita le menzione è quello dei Cappuccini che raccoglie varie espressioni dell'arte sacra raccolte all'interno del museo, della pinacoteca e della Chiesa dei Cappuccini Nuovi. Qui sono raccolte varie opere prodotte principalmente da Fra Semplice da Verona e Filippo Paladino. Del primo autore citato occorre innanzitutto citare un trittico riguardante varie scene sacre come "La Gloria dei Santissimi Confessori", " La Gloria delle Santissime Vergini" e "Il Cristo deposto dalla Croce" mentre del secondo autore citato citiamo "La Pietà" ed un altro trittico riguardante "La Madonna d'Odigitria". "L'adorazione dei magi" e "Le Ss. Chiara, Lucia e Agata".
In questa città nota per la pregiata produzione delle ceramiche non poteva certo mancare un Museo Regionale della Ceramica. Nelle quattro sale previste in questa struttura inserita a sua volta nella Villa Comunale si possono ammirare delle ceramiche che abbracciano un periodo storico che va dalla preistoria agli inizi del 1900. Le ceramiche qui raccolte non riguardano solamente quelle prodotte nella città, ma anche di tutta l'isola.
Il Museo prevede una ulteriore suddivisione in sezioni riguardanti varie epoche, organizzazione che permette così di ammirare le opere realizzate nel Mondo Antico, quello Medievale e quello postmedievale o moderno. Nella prima sezione si possono ammirare produzioni relative alle culture preistoriche e protostoriche isolane. Qui sono rappresentate resti di produzioni ottenuti dagli scavi effettuati nel territorio vicino Caltagirone, ceramiche di Castelluccio, quelle provenienti dalle contrade Angelo, Moschitta, Balchino, S.Ippolito, Dessueri nonchè dell'area ragusana. La sezione riguardante il Medioevo permette di ammirare in una forma organizzata le produzioni di Siracusa risalenti al X-XI secolo, quelle palermitane come delle brocche, quelle provenienti da Contrada S. Lucia ad Agrigento risalenti al XII-XIII secolo. Infine c'è la citata sezione moderna che prevede la presenza di produzioni che abbracciano il peiodo storico che va dal XVI al XIX secolo e che si riferiscono a Caltagirone, Sciacca, Burgio, Palermo, Trapani.
Infine ricordiamo i Musei Civici, Pinacoteca Sturzo e Mostra della Ceramica presenti sempre a Caltagirone nel Palazzo Libertini di San Mauro. La parte espositiva riguardante i Musei Civici permette al visitatore amante delle produzioni artistiche di ammirare, ad esempio, un piccolo sarcofago proveniente dalla necropoli ellenica dei Cappuccini [IV-III secolo A.C.], una cassaforte in legno massiccio del 1700 denominata "Del Monte di Pietà", vari vasi di terracotta raffiguranti scene figurative. Il restauro dei dipinti visionabili nei Musei Civici ha richiesto molto tempo, ma ha permesso di poter conservare ed ammirare meglio opere di grande importanza storica come una tela raffigurante "Gesù nell'orto", risalente al 1600, il dipinto dedicato alla "Madonna del Rifugio" realizzato dal Portaluni all'inizio del 1600.
Il Museo Archeologico di Grammichele è situato all'interno del Palazzo Comunale e permette di visionare i vari reperti attestanti l'epoca greca vissuta dalla città e ritrovati grazie ad attenti scavi sistematici effettuati nel corso degli anni. Anche qui, ovviamente, è prevista una organizzazione espositiva dei vari reperti esposti in tre ambienti diversi. La prima stanza è dedicata a dei pannelli esplicativi della storia cittadina. La seconda è invece dedicata ai materiali preistorici e protostorici relativi alle contrade vicine. Nella terza ed ultima si possono inoltre ammirare alcuni reperti funerari relativi alla necropoli di Terravecchia e di Casa Cantoniera, da una delle aree sacre di Poggio dell'Aquila.
Il museo raccoglie anche altri reperti attestanti la presenza umana nella zona fino al già citato terremoto del 1693. Un cenno puramente folkloristico merita una Mostra permanente che ha il sapore genuino e particolare dell'artigianato tipico del mondo femminile, cioè quella presente a Mirabella Imbaccari. Tale Mostra è dedicata ai vari prodotti ricavati sfruttando il tombolo, cioè i vari merletti.
Il Museo Archeologico di Ramacca, sempre nel territorio provinciale catanese, permette ai suoi visitatori di ammirare i vari reperti attestanti la vita umana nel corso di varie epoche, partendo da quella dei metalli, del bronzo fino ad arrivare al periodo "più recente" ellenistico-romano. Tra i vari reperti qui conservati ricordiamo "La casa RM" abbandonata nel VI secolo A.C.. Anche qui si possono ammirare resti relativi a dei corredi funebri provenienti dalla necropoli est.
Il Museo Archeologico di Lentini raccoglie veri reperti archeologici del territorio, a partire da quelli riferibili all'antica Leontinoi e cinque sale che contengono altre opere dalla notevole importanza storica, come quelli provenienti dagli scavi effettuati nel villaggio della Metapiccola del IX secolo A.C. e corredi di tombe che abbracciano un periodo storico che va dal IV al II secolo A.C..
Nella città è possibile ammirare anche un Parco Archeologico che si riferisce alle fortificazioni della porta Siracusana, la necropoli ellenistica e le mura presenti nel colle S. Mauro e reperti storici importanti come la prima cinta muraria risalente al VII secolo A. C. e la seconda risalente agli inizi del VI secolo A. C..
Il Museo di Tindari -ME- è attestante la storia di questa cittadina in provincia di Messina. Le sue cinque sale gli danno una discreta grandezza, certamente inferiore a quella di altri Musei qui citati, ma l'importanza dei reperti storici ed archeologici qui preservati non hanno nulla da invidiare agli altri già citati. Tra questi reperti possiamo considerare una testa di Augusto ottenuta dagli scavi effettuati nella Basilica, reperti attestanti la presenza di un abitato relativo all'età del bronzo e vari documenti che attestano le varie fasi del- lo scavo e del restauro dei vari reperti della zona.
Anche l'isola di Lipari, rientrante nell'arcipelago delle Eolie, ha un suo importante Museo Archeologico. Esso ci permette di ammirare varie collezioni attestanti le vicissitudini storiche ed umane di tutto l'arcipelago dalla preistoria al medioevo, collezioni disposte in base ad un ordinamento organizzativo suddiviso in sei edifici, organizzazione espositiva che va a sfruttare alcuni corpi di fabbrica del famoso Castello di Lipari. Logicamente ogni edificio va ad illustrare periodi storici diversi che seguono non solo un criterio cronologico, ma anche una seconda suddivisione per materia, vista la presenza di un edificio dedicato alla vulcanologia, un altro dedicato ai reperti preistorici relativi alle isole minori che vanno a completare l'arcipelago, un'ulteriore sezione dedicata alla archeologia marina.
Tra i vari reperti qui preservati si possono citare alcuni resti di ceramiche decorate in base allo stile siciliano di Stentinello, frammenti di vasi che invece attestano lo stile di Serradifalco, reperti di ceramica relative allo stile di Diana. Nell'edificio dedicato all'archeologia classica si hanno altri reperti attestanti l'età greca, nonchè la sezione già citata riguardante l'archeologia marina e quella dedicata all'area di Milazzo.
Tra questi reperti si possono citare i reperti provenienti dalle varie necropoli greche e romane presenti nell'isola, come parte dei corredi funebri, ceramiche tardo-corinze. Qui occorre precisare la natura di queste necropoli per avere un quadro più chiaro dei vari reperti conservati nel Museo. Le prime necropoli ellenistiche sono quella di contrada Diana e di contrada S. Anna ed una necropoli del periodo romano e bizantino.
Alcuni cenni merita il settore dedicato all'archeologia marina attestante i reperti provenienti dai vari relitti presenti nei fondali che circondano l'arcipelago. Alcuni reperti si riferiscono ad una nave naufragata agli inizi dell'età del bronzo, alcune anfore dello stile greco-italico del IV secolo A.C. e cannoni in bronzo utilizzati probabilmente in una guerra nel XVII-XVIII secolo.
Infine occorre menzionare la Sezione dedicata alla vulcanologia che è stata realizzata per esplicare la formazione geologica dell'arcipelago. La sezione è divisa in tre parti, ognuna riferita ad un aspetto particolare: la prima è dedicata ad una introduzione alla Vulcanologia generale, la seconda si riferisce specificatamente all'arcipelago in questione, la terza offre degli spunti di riflessione su come le popolazioni isolane del passato hanno sfruttato le risorse naturali del loro centro.
Altro discorso è quello dedicato al Parco archeologico di Contrada Diana, sempre compreso nell'isola di Lipari. Il Parco ha la funzione specifica di illustrare la base storica dell'isola stessa, illustrata dai vari scavi che sono stati qui effettuati. Abbiamo, così, parte di un tratto murario costituito da blocchi squadrati appartenenti alla Lipari Greca, reperti di case relative all'età romana imperiale e che comunque non vanno ad oltrepassare la cinta muraria che delimita la parte greca dell'isola. All'esterno di queste mura si hanno, poi, i resti della necropoli già citata precedentemente. Andando all'esterno del parco, inoltre sono visitabili i resti di un ipogeo funerario romano.
Il piccolo Museo presente nell'isola di Mozia, rientrante nel territorio provinciale di Trapani, va ricordato perchè permette di ammirare i reperti archeologici riguardanti questa piccola ma caratteristica roccaforte fondata dai Fenici. Tra tali esempi storici possiamo citare parte dei corredi funebri della necropoli fenicia presente nell'isola, le mashcere femminili provenienti dal tofdet ed anche reperti greci attestanti i contatti avvenuti tra le popolazioni dell'isola con i Greci presenti in Sicilia.
Da visitare e' il Museo di Cesaro' (Me) dove si trovano raccolti gli strumenti di lavoro antichi, legati alla cultura del secolo scorso, quelli relativi alla lavorazione del pane, alla lavorazione e produzione di formaggi, nonche' un reperto legato alla raccolta dei costumi tipici della zona e delle fotografie che mostrano delle attivita' agricole come la tosatura delle pecore. Il Museo offre la possibilita' di immergersi totalmente nelle tradizioni agricole siciliane di almeno 150 anni fa, evento non trascurabile che permette di scoprire realmente il fascino tipico della Sicilia.
All'interno della famosa Cava d'Ispica, un sito archeologico presente in provincia di Ragusa, recentemente e' stata riaperto al pubblico, dopo una lunga fase di ristrutturazione, il Mulino-Museo "Cavallo D'Ispica". Il Mulino ad acqua permette di ammirare un tipico spaccato dell'economia agricola siciliana con la ricostruzione di ambienti domestici coma la stanza da letto comprendente l'antica "naca u vientu" e l'angolo cottura, nonche' ambienti lavorativi come la stalla che raccoglie gli utensili tipici del lavoro agricolo.
A Palazzolo Acreide - Sr - si trova la Casa-Museo del poeta ed antropologo Antonino Uccello. Attualmente, precisamente dal 1983, la Casa-Museo e' gestita dalla Regione Siciliana che ha curato l'allestimento di una splendida collezione riguardante la cultura popolare del territorio ibleo. In effetti, qui si possono ammirare, in vari ambienti espositivi, una ingente raccolta di costumi, oggetti e testimonianze varie del folclore e delle tradizioni popolari. Tra l'altro, qui si possono ammirare il frantoio, la stalla e la casa del massaro.
RESTAURANDO - Porte aperte alle “case a giardino” di Ostia Antica
Dopo un lungo e importante intervento di restauro, sono state riaperte al pubblico, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, la Casa di Lucceia Primitiva e il complesso degli apparati decorativi di “Case a Giardino” di Ostia. Queste tipologie di case, o insulae, in tutto quattro, sono testimonianze estremamente significative dell’edilizia di età adrianea; erano situate in un quartiere residenziale dell’antica città, dove abitava un ceto mercantile imprenditoriale, che investiva in proprietà immobiliari e poteva permettersi di adornare le case con pareti e volte dai piacevoli affreschi: ancor oggi, essi rappresentano uno degli esempi più importanti di pittura romana, dopo la distruzione di Pompei.Le quattro insulae, denominate Casa di Lucceia Primitiva o Insula delle Ierodule, Insula delle Muse, Insula delle volte dipinte e Insula delle pareti gialle, hanno subito gravi danni nel corso dei secoli, presentandosi in forte stato di degrado al momento del rinvenimento, (avvenuto in tempi diversi), tanto da non essere mai state aperte al grande pubblico per oltre mezzo secolo. La Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia, attraverso un progetto globale di recupero e valo...