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Ho trovato alcune vecchie fotografie di Longobardi, una delle quali mi ha sorpreso: in contrada Pioppi il "calvario" non ha tre croci ma cinque. E` un numero strano e allora ho cercato di trovare "cinque martiri" il cui culto si sarebbe stabilito a Longobardi in tempi gia` dimenticati. Ma durante la ricerca mi sono imbattuto in cinque martiri di un altro genere, cioe` in lottatori calabresi per la liberta`. http://www.sosed.it/Cdsole/Mar97/e16-0397.htm Calabria : storia e patriottismo Un’esaltante quanto tragica pagina di storia calabrese di 150 anni fa I CINQUE MARTIRI DI GERACE di Rocco Ritorto 
Una caratteristica e suggestiva stradina di Gerace (RC) Per le loro idee libertarie e patriottiche vennero fucilati per ordine del governo borbonico il 2 ottobre 1847 ed i loro corpi, in segno di disprezzo, furono gettati nella fossa comune detta "la lupa". Erano: Michele Bello di Siderno, Pietro Mazzoni di Roccella J., Gaetano Ruffo di Bovalino, Domenico Salvadori di Bianco, Rocco Verduci di S. Agata del Bianco. Avevano tra i 23 e i 28 anni. I moti del 1847 in Calabria e, soprattutto, nella provincia di Reggio, scrissero una pagina di storia meritevole ancora oggi di essere riportata all’attenzione del mondo civile ed essere meglio conosciuta. Sta il fatto che, malgrado la corposa pubblicistica, rimane ignorata dagli storici, fino al punto da non lasciare traccia nei testi scolastici. Quando si trova qualche breve cenno, non viene messo nella giusta luce, recando torto a chi fece olocausto della propria vita alla libertà. Sappiamo tutti che la libertà è un dono di Dio o, se si vuole, della natura, perciò è un diritto naturale goderla. Purtroppo, l’uomo, con il suo egoismo, la rese un bene da conquistare e, come tale, ha un prezzo commisurato al suo valore che è alto, anzi, altissimo; prezzo che ai Martiri di Gerace costò l’esistenza nel fiore della loro giovinezza. Erano cinque, tutti destinati ad un avvenire brillante, per le disponibilità economiche che consentivano loro di sviluppare e raffinare le doti intellettive in possesso, mediante la frequenza di studi adeguati, doti di cui, alcuni di loro, malgrado l’età (tutti tra i 23 e i 28 anni), avevano dato saggio. Michele Bello di Siderno, Pietro Mazzoni di Roccella Jonica, Gaetano Ruffo di Bovalino, Domenico Salvadori di Bianco, Rocco Verduci di S. Agata del Bianco, questi i loro nomi, per chi li ignorasse, a Napoli, dove le famiglie li avevano inviati per frequentare quell’università, crogiolo di idee libertarie e patriottiche, ne sposarono i contenuti, segnalandosi per vivacità e fervore, fino ad essere rimpatriati dalla gendarmeria partenopea che teneva d’occhio, in particolare, gli universitari bruzi, per via dei rapporti che tenevano con gli ambienti politici e con personaggi in odore di cospirazione. Al rientro coatto nella loro terra d’origine, indirizzati certamente dagli amici napoletani, presero contatto con G. Domenico Romeo di Reggio Calabria, ispettore generale delle dogane, assieme al quale elaborarono un piano, approvato dal Comitato Insurrezionale di Napoli, in contatto permanente con il Romeo, piano che prevedeva la sollevazione contemporanea di Messina, non avvenuta perché fallita sul nascere, di Reggio Calabria, soffocata nel sangue con la decapitazione del Romeo, e del Distretto di Gerace, per dilagare in tutto il Regno. I Cinque furono protagonisti dell’insurrezione del Distretto di Gerace iniziata a Bianco il 3 settembre 1847. I rivoltosi marciarono su Bovalino, Ardore, Siderno e Gioiosa Jonica al grido di W PIO IX, W L’ITALIA, W LA COSTITUZIONE, abbattendo gli stemmi reali, affiggendo un proclama, abolendo la tassa sul macinato e il divieto di attingere acqua dal mare, dimezzando il costo dei generi di privativa: sale e tabacchi. E’ da evidenziare l’equilibrio e la tolleranza dei cinque giovani durante la rivolta, e la misura fu data dal trattamento riservato al Sopraintendente di Gerace, il palermitano Antonio Bonafede, al quale non fu torto un capello, e sì che non meritava il riguardo di cui beneficiò! Costui si era distinto per astiosità e cinismo nella vicenda dei Fratelli Bandiera, in cui ebbe un ruolo determinante circa la cattura e la condanna, nella qualità di sottointendente di Crotone, ruolo svolto con tanta odiosità da suscitare tanto sdegno che consigliò le autorità a trasferirlo in altra sede. Andò a finire proprio a Gerace, dove il caso volle che si trovasse dinanzi ad un episodio simile a quello del 1844 che, come già detto, gestì in maniera ancor più abominevole. Quando apprese che a Bianco era in corso una riunione sediziosa, Bonafede mobilitò un gruppo di urbani che inviò via terra. Imbarcatosi su una scorridoia, si avviò via mare per raggiungere Bianco e sbaragliarla, ma venne fatto prigioniero da Michele Bello prima che riuscisse a sbarcare sulla terra ferma, e costretto a seguire la marcia degli insorti. Poteva costargli cara tanta spavalderia, se Michele Bello non avesse impedito a Rocco Verduci di passarlo per le armi subito, per come voleva fare, tanto era indignato contro quell’uomo che si zera accanito contro i Fratelli Bandiera e poi aveva strappato a loro il cane e uno schioppo. Il Bonafede rimase, quindi, prigioniero degli insorti senza subire alcuna violenza. La notte del 6 settembre, mentre i rivoltosi bivaccavano nel paese di Roccella Jonica, in rada gettò le ancore un mercantile per rifornirsi di acqua e viveri. Fu scambiato per un brigantino borbonico carico di truppe inviate per sedare la rivolta, e lo scompiglio fu generale, non per codardia, ma perché le notizie che arrivavano dagli altri fronti insurrezionali non erano incoraggianti. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre, traditi dal cauloniese Nicola Ciccarelli, mentre si trovavano in una grotta di contrada Gioco sulla sponda destra del fiume Amuso, furono arrestati da una squadra comandata da un certa Cercara, capurbano di Campoli, Michele Bello, Rocco Verduci, Domenico Salvadori e Stefano Gemelli, che furono condotti in carcere a Gerace. Mazzone e Ruffo si erano sottratti alla cattura separandosi dai compagni e dirigendosi a Catanzaro, nella speranza di ottenere la protezione del marchese De Riso, la cui sorella era promessa sposa al Mazzone. Il marchese si impegnò a proteggere il solo futuro cognato, che sdegnosamente rifiutò ogni aiuto. I due fecero ritorno nella Locride e si rifugiarono in una proprietà dello stesso Mazzone, nel comune di Martone. Il Ruffo venne arrestato il 21 settembre in contrada Fondachello, vicino Siderno; mentre il Mazzone il giorno dopo in contrada Barbera nei pressi di Roccella J. Fallito dunque il moto rivoluzionario con l’arresto dei capi della rivolta, venne il momento della resa dei conti. Il Soprintendente Bonafede, nella circostanza, manifestò tutta la sua ferocia, premurandosi di far sì che la Commissione giudicatrice dei ribelli iniziasse i lavori e li concludesse velocemente. Si premurò, inoltre, di far da "testimone implacabile - come scrisse U. Sorace Maresca - con cinismo sfacciato e con viltà d’animo difronte a quei giovani che, con tanta generosità, gli avevano salvato la vita, che ora egli così malamente usava vomitando accuse contro di loro". "Per il suo zelo e la sua sollecitudine - scrisse ancora il Maresca - il grave giudizio ebbe la durata di poche ore, in fretta e nella notte, proprio per non dare il tempo necessario al Nunziante (il generale inviato dal Borbone a spegnere la rivolta, ndr) di chiedere e ottenere la grazia sovrana, in fretta per non dover rimandare l’esecuzione oltre il 4 ottobre, sicuro che l’attesa della grazia non sarebbe stata vana", confermando "in pieno, in questo moto insurrezionale, i suoi istinti di uomo di polizia di basso conio", raggiungendo, per ferocia, "il vertice della umana possibilità" anche dopo l’esecuzione "perché perseguitò ancora i familiari e i compagni del moto, a tal punto che lo stesso generale Nunziante, poco tempo dopo, chiese e ottenne dal governo di Napoli il suo trasferimento da Gerace". Insomma, "Bonafede, "omiciattolo mal fatto - come lo dipinse il Conte Grillo in un suo scritto inedito - aveva la faccia butterata e di color terreo, gli occhi piccoli, grigi ed infossati quasi nell’orbita", aveva un’anima a misura del suo fisico. Che un essere tanto ignobile sia uscito incolume da un moto rivoluzionario, sta a dimostrare, senza timore di dubbio, la grande umanità, tolleranza e rispetto per la vita di coloro che lo promossero e lo guidarono. Considerato che Michele Bello, Gaetano Ruffo e Pietro Mazzoni erano massoni (i primi due iniziati nella Loggia "Losanna" di Napoli e il Mazzoni nella "Umanità Liberale" di Catanzaro, e non è detto che Domenico Savadori e Rocco Verduci non lo fossero stati, ma non si hanno elementi per affermarlo), è da domandarsi se il merito dell’incolumità di Bonafede unita al fatto che nemmeno una goccia di sangue abbia sporcato le mani dei rivoltosi, né fu consumata violenza alcuna, sia anche da ascrivere all’influenza della morale massonica (la tolleranza è la prima virtù dell’uomo Libero Muratore) assorbita e fatta propria da questi Eroi. La tragedia si concluse verso le ore tre pomeridiane del 2 ottobre 1847 sulla Piana di Gerace. Quaranta colpi di fucileria stroncarono la vita dei Cinque giovani, colpevoli di aver chiesto la Costituzione, cioè il riconoscimento della dignità dell’uomo, allora fagocitata da un potere dispostico, che impediva ai sudditi la partecipazione ai destini del Paese e l’obbedienza cieca all’autocrate, malgrado la Rivoluzione Francese, anticipata da quella Americana, avesse solennizzato i diritti inviolabili dell’uomo e del cittadino. Si racconta che al lugubre crepitìo dei fucili, una giovane di Gerace Borgo, certa Teresa Malafarina, impazzì per il dolore, mentre il vescovo del luogo, mons. Luigi Maria Perrone, che aveva anticipato anche il Bonafede nell’informare il Ministero dell’Alta Polizia che "un’orda di scellerati" era insorta contro il sovrano nel Distretto di Gerace, qualche giorno dopo, nella maestosa cattedrale normanna, durante una funzione religiosa, ebbe ad esultare per la fucilazione dei Cinque Martiri, tenendo un’omelia sul tema "Moestitia nostra conversa est in gaudium"!!! Alla fucilazione erano stati condannati anche Stefano Gemelli, 47 anni, di Bianco, e Giovanni Rossetti, 47 anni, di Reggio Calabria, ma non vennero fucilati perché non furono considerati capi. La pena capitale venne commutata in 30 anni di carcere. I Cinque Martiri furono sfortunati anche dopo la morte. Nel 1848 mani pietose avevano raccolto i miseri resti e, dalla fossa comune ove erano stati sepolti, li avevano traslati in celle attigue al campanile del vicino convento. Giunto, però, a Gerace il colonnello Rodolfo De Flugy, inviato dal Borbone per prevenire eventuali proteste a seguito dell’abrogazione della Costituzione da poco concessa, dispose che venissero rigettati ne "la lupa", eliminando, così, ogni ulteriore possibilità di recupero e di identificazione. L’esecuzione dei Cinque Martiri di Gerace riempì di sdegno e di orrore l’Italia e il mondo intero. In molte città italiane si protestò e si celebrarono solenni esequie. Numerose furono le persone che, nelle varie regioni italiane, in onore della loro memoria, portarono il cappello alla calabrese. A Rocca di Neto, alcuni cittadini avevano organizzato, addirittura, il rapimento di Ferdinando II, ma furono traditi e arrestati. Dopo solo quattro mesi dalla fucilazione, Ferdinando II (sovrano "ignorante e testardo, alieno dai buoni studi, guardava di traverso gli uomini di lettere e di scienze, e li derideva col nome di pennaruli"), fu costretto a concedere la Costituzione, il che vuol dire che ,anche se non mancò dopo pochi mesi di rinnegarla, il martirio dei cinque giovani calabresi contribuì, in qualche misura, ad obbligarlo perché venisse concessa. Non si comprende perché la storia continui ad ignorare tutto questo! Il prossimo 2 ottobre ricorre il 150° anniversario della loro esecuzione. "Italia Nostra" con Antonio Condò, sta organizzando le celebrazioni onde rendere il giusto omaggio a questi eroici figli di Calabria che sacrificarono la loro vita sull’altare della libertà.
| VINCENZO CATALDO | | Tutti i seguenti volumi di Vincenzo Cataldo sono disponibili scrivendo a promocultura@promomediaoline.tv |
| Gerace, testimonianze di una civiltà millenaria
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| La Confraternita Laica della B.V. del Monte Carmelo a Gerace
Storia socio-religiosa di una fra le più antiche Confraternite della Calabria. Oltre alla cronistoria, redatta con preziosi documenti d’archivio inediti, il volume ospita una serie di canti devozionali trascritti in notazione musicale. Cm. 14x21, foto a colori e in b/n, € 10,00.
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| Lo scultore Vincenzo Jerace e il monumento ai Cinque Martiri di Gerace
Il ritrovamento di un interessante carteggio relativo allo scultore Vincenzo Jerace, ha consentito a Vincenzo Cataldo di ricostruire un altro tassello sulla vita del personaggio polistenese che ha dato onore e lustro alla sua terra. Dalle lettere inviate al notaio Giuseppe Portaro di Gerace, in occasione della realizzazione del Monumento ai Cinque Martiri dello Jonio, si configura il lato umano e culturale di Jerace in un periodo permeato da convinzioni ideologiche ma anche forti contraddizioni storiche. Cm. 14x21, foto in b/n, € 6,00.
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| Cospirazioni Economia e Società nel Distretto di Gerace e in Provincia di Calabria Ultra Prima dal 1847 all’Unità d’Italia
Col presente scritto si tenta di dare la giusta collocazione all'insurrezione del 1847, avvenimento storico ignorato dalla storiografia ufficiale, che ha interessato il Distretto di Gerace nonché delineare, attraverso la lettura di documenti inediti reperiti negli Archivi, un quadro d'insieme dello stato sociale e delle attività cospirative sviluppatesi in tale ambito territoriale dal 1848 al 1860. Cm. 14x21, foto in b/n, € 20,00.
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| La Banda musicale di Gerace e Gerace Marina
Centocinquant’anni di storia del complesso bandistico di Gerace e Gerace Marina. In queste coordinate s’inquadra il volume che appare come un chiaro invito a riscoprire una miriade di messaggi autentici comunicati attraverso i suoni degli ottoni e dei legni. L’appassionato autore arricchisce la nostra produzione libraria con un’opera di grande spessore culturale, sociale ed artistico-musicale corredata con foto d’epoca, in bianco e nero e a colori. Con la sua elegante veste grafica, nel libro di circa 250 pagine Cataldo intreccia ordito e trama di gruppi di persone appartenenti a categorie diverse ma accomunate dalla stessa passione musicale. Nel libro la piazza appare come spazio centrale del paese e luogo di ritrovo per paesani e forestieri che specialmente nelle ricorrenze al suono della banda vivono in letizia e in un clima amicale la festività. Cm. 14x21, foto a colori e in b/n depoca, € 10,32.
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| Gerace: Storia, Arte, Cultura (testo italiano/inglese)
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| L’insurrezione nel Distretto di Gerace del 1847
Mostra fotografica e documentale (in occasione del 150° anniversario della fucilazione dei Cinque Martiri di Gerace). In breve è riproposto l’episodio della fucilazione dei Cinque giovani rivoluzionari. Il testo è corredato da foto, immagini d’epoca e documenti. Cm. 14x21, foto in b/n.
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| Gerace, la Cattedrale (testo italiano/inglese).
Affascinante viaggio tra le pietre, i tesori, la straordinaria storia millenaria del più grandioso e celebre monumento sacro bizantino-normanno della Calabria. Cm. 14x21, foto a colori, € 7,75. La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù e di Maria SS. del Rosario a Gerace Storia del Sodalizio esposto con i documenti d’archivio + foto a colori e in b/ d’epoca. Cm. 17x24, foto a colori e in b/n, € 10,00.
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| La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù e di Maria SS. del Rosario a Gerace
Storia del Sodalizio esposto con i documenti d’archivio + foto a colori e in b/ d’epoca. Cm. 17x24, foto a colori e in b/n, € 10,00.
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| Gerace (in quattro lingue)
Sintesi redatta per una rapida conoscenza della storia della Città. Formato tascabile, foto a colori, pianta della Città, € 3,00.
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| Cartografia, disegni e rilievi di Gerace e del suo territorio
In questo lavoro elementi architettonici fissi entrano in continuo dinamismo interagendo con la storia degli uomini, con le aspettative e le delusioni, con i contrasti e i successi; una società in fermento in cui sono evidenti i cambiamenti favorevoli determinati da nuove scoperte, dall’impiego di nuovi materiali e tecnologie. La vasta sequenza cartografica (52 piante per la maggior parte inedite) proposta dall’Autore diventa così un elemento fondamentale per restituire un’inconsueta immagine del passato, permettendoci di capire gli effetti della trasformazione di questo articolato territorio in cui le due variabili ambiente e storia, mediate dal disegno, vivono in maniera indissolubile. Cm. 23x34, foto a colori e in b/n d’epoca, € 50,00 con Cd.
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| Società e cultura nei canti popolari di Gerace e della Locride
Società e Cultura nei Canti Popolari di Gerace e della Locride, Gerace, Promocultura Editrice, (con Cd accluso).
Si tratta di una raccolta di 73 canti popolari, diversi per temi, forme ed espressioni, monitorati nel territorio di Gerace e in alcuni paesi della Locride. Il volume contiene un’analisi del contesto in cui è avvenuta la raccolta documentale, i testi dei canti e il Cd dove sono riportate le melodie raccolte tra il 1978 e il 2003. Il lavoro è pubblicato con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali. Cm. 17x24, foto in b/n (con Cd accluso).
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| Il catasto onciario di Gerace (1742)
Il documento è una fonte rilevante che consente di focalizzare un periodo storico fino ad oggi poco conosciuto. Si ricavano informazioni sul grado di alfabetizzazione, sul territorio, su come funzionava l’Università e la giustizia. Nel volume è possibile leggere anche la vita della Chiesa col suo notevole patrimonio, la ripartizione delle classi sociali e le professioni svolte. Ed ancora usi e costumi, il matrimonio, le abitazioni suddivise per categorie sociali, la toponomastica, l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato da sempre fonte di reddito essenziale per le numerose maestranze locali. Arti Grafiche Edizioni, 2006, pp. 440, ill. colori e b/n, € 25,00.
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View of Gerace_____________________ Gerace | Foto realizzate dallo scrittore Pierluigi Curcio | |
Intarsiatura nella Chiesa di S. Francesco
Castel Nuovo - Mostra "Giuseppe Renda, 1859-1939 tra tradizione e rinnovamento"Mostra "Giuseppe Renda, 1859-1939 tra tradizione e rinnovamento"
a cura Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli - Civita Servizi Srl
Sala Carlo V
La mostra Giuseppe Renda 1859 - 1939. Fra tradizione e rinnovamento è la più importante retrospettiva sull'artista di origine calabrese dopo la sua scomparsa (Polistena 1859 - Napoli 1939). L'esposizione, che è promossa del Comune di Napoli, rientra nell'ambito della donazione di 12 sculture che la nipote dell'artista, Gabriella Majolo, volle donare al Museo Civico di Napoli nel 2005, si svolgerà nella Sala Carlo V di Castel Nuovo dal 19 dicembre 2007 al 28 gennaio 2008. La manifestazione preannuncia sia l'importante occasione per ammirare l'interessante e proficua attività di Renda, con opere in parte inedite al pubblico e alla critica, sia la ricostruzione del percorso espositivo e artistico dello scultore, qui per la prima volta risolto dal dott. Diego Esposito, curatore della mostra, attraverso l'ampia documentazione dell'Archivio Renda donato interamente al Comune di Napoli, dagli eredi dello scultore. La produzione di Renda si caratterizza per la realizzazione di figurine e mezzi busti in terra cruda o cotta, opere spesso modelli per fusioni successive, e repliche in gesso di bronzi oggi dispersi, che avevano come soggetti principali l'infanzia e il mondo femminile. La sua adesione ai modi del verismo andrà aggiornandosi, alla fine dell'Ottocento, di influenze simboliste e liberty che lo porteranno all'inizio del nuovo secolo a distaccarsi completamente dai rigidi schemi dalla tradizione accademica. Anche la sua tecnica artistica, dopo un iniziale periodo, caratterizzato da superfici lisce e curate in ogni più piccolo particolare, evolverà verso soluzioni più pittoriche ottenute attraverso un modellato scabro dal vibrante contrasto chiaroscurale.
Le opere in mostra provenienti dai diversi nuclei collezionistici degli eredi Renda di Napoli si amplia di importanti prestiti provenienti dal Museo di Capodimonte, dal Museo di San Martino, dalla Galleria dell'Accademia di Belle Arti, dalla Collezione d'arte della Banca IntesaSanPaolo e dalla Collezione d'arte della Provincia di Napoli. La mostra, inoltre, si correderà di importanti documenti, attestati di premi e foto d'epoca che ripercorreranno la fruttuosa attività dello scultore il cui successo era testimoniato dalla letteratura dell'epoca a cui seguivano le continue richieste di sue opere da collezionisti di tutto il mondo. Nel catalogo inoltre un saggio di grande spessore scientifico ripercorrerà la storia della scultura napoletana a cavallo fra i due secoli con foto di opere di Vincenzo Gemito, Achille d'Orsi, Giovan Battista Amendola, Francesco e Vincenzo Jerace, Raffaele Belliazzi, Domenico Iollo, Rocco Milanese nel tentativo di ricostruire il contesto artistico-scultore in cui Renda ha lavorato.
La mostra sarà inaugurata il 18/12/07 alle ore 17,30. CASTEL NUOVO MASCHIO ANGIOINO Piazza Municipio - 80133 Napoli
GIUSEPPE RENDA E IL MONUMENTO AI CADUTI DI TROPEA di Salvatore Libertino
Giuseppe Renda, nato a Polistena (RC) nel 1859, è l'autore del Monumento ai Caduti di Tropea, di Piazza Vittorio Veneto. Lasciato giovanissimo il Paese natale, si recò a Napoli dove ebbe all'Accademia delle Belle Arti come maestri Gioacchino Torna e Stanislao Lista. Durante la carriera d'artista, rifiutò di appartenere a correnti o scuole accademiche, anche se congenialmente sentiva una forte attrazione verso le opere di Biondi, Pratella, Casciaro, chiamati i "Cospiratori del Vomero". La sua ispirazione gli derivò dalla letteratura verista e da una compiaciuta esaltazione della bellezza muliebre. La rappresentazione infatti del corpo e dei volti femminili è stata una costante che lo accompagnò sempre nella produzione artistica delle sue opere. Le sue sculture attestano una profonda capacità tecnica che attraverso l'ideale estetico, dalle accentuate componenti passionale e sensuale, si estrinseca nell'equilibrio dei movimenti delle figure. Autore molto apprezzato di vari monumenti pubblici e di bronzetti di gusto liberty, si fece conoscere alla Promotrice Napoletana del 1844, svolgendo in seguito intensa attività ed esponendo più volte anche in rassegne internazionali. Tra i monumenti realizzati è notevole quello dedicato al Gen. Cosenz, ora nei giardini della Riviera di Chiaia, a Napoli. Delle opere più significative ricordiamo un colossale bozzetto in gesso, alto m. 7, raffigurante "La Fortuna", fuso in bronzo e collocato al centro dell'atrio della sede della Banca Popolare di Polistena (Palazzo Avati), oggi Banca Antoniana Veneta. Si tratta di una possente ruota alla quale un corpo gigantesco di donna imprime il moto di turbine. Altre sculture degne di menzione sono "Le voilà" e la "Danza", un bronzo a cera persa che si trova a Napoli.
Molto interessanti e conosciute le sue "Tanagrine", figurine fittili di terracotta. Piacevoli anche i suoi "presepi" di argilla. Nel 1926, lo scultore, insegnante presso l'Istituto delle Belle Arti a Napoli, firmò il contratto che lo impegnava a realizzare il Monumento ai Caduti della Città di Tropea, voluto dai Tropeani di Montevideo. In Uruguay infatti si era costituita una Commissione "Pro Monumento" i cui Presidenti, cittadini tropeani con cariche politiche e sociali di spicco in quel lontano Paese, erano il Senatore Domenico Arena ed il Cav. Francesco Russo, che promossero con sentita fede patriottica l'iniziativa tra la comunità Tropeana che rispose con grandissimo entusiasmo attraverso l'elargizione di offerte in moneta e in oro. Una massiccia gara di ammirevole solidarietà, dal più modesto operaio all'illustre politico od affermato imprenditore, i quali tutti dovettero seguire da lontano con amore ed apprensione i tragici e lunghissimi eventi della guerra 1915-18, di cui la Calabria pagò sicuramente il prezzo più alto in vite umane. L'altra firma nel contratto fu quella di un altro Tropeano, Domenico Ferro, delegato ufficiale in Italia dal Comitato di Montevideo. Il Monumento, che quest'anno compie 74 anni, misura m.5,70 di altezza ed originariamente era composto, oltre che della statua in bronzo, della base di travertino con incisi i nomi dei Caduti e di una vasta aiuola che attualmente non c'è più. L'opera di Giuseppe Renda è un legionario romano che lotta contro un'aquila bicipite. La figura nuda del legionario latino viene colta dall'artista nello sforzo culminante di abbattere l'aquila che impersona il nemico teutonico. Del plesso monumentale avrebbe dovuto far parte un cannone nemico che in quel tempo si trovava a Tropea ma che in precedenza era stato donato al Governo. Qualche anno prima dell'erezione del Monumento, il 18 maggio 1922, il Comune di Tropea, con solenne cerimonia, aveva inaugurato la lapide ai gloriosi Caduti, collocata sulla parete ad oriente del Circolo "P.Galluppi", alla presenza della salma dell'eroico Caporale Francesco Lo Torto, fatta rientrare a Tropea. Giuseppe Renda morì a Napoli nel 1939.
CITTANOVA (RC) Un sito da esplorare per intero: > homepage ... La Chiesa Madre ... La costruzione della chiesa Madre, dedicata a San Girolamo, inizia dopo il 1783 ad opera di Maria Antonia Grimaldi, figlia ed erede della defunta principessa di Gerace, Maria Teresa, morta durante il terremoto. Le spoglie di Maria Teresa Grimaldi (Genova 12-7-1733, Casalnuovo di Terranova 5-2-1783), riposano all’interno della chiesa, nella cappella gentilizia dei Grimaldi intitolata all’Immacolata, furono portate qui dalla chiesa dei padri Alcanterini, che sorgeva nel luogo dove poi fu eretta la chiesa di San Rocco.

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Maria Teresa Grimaldi (Genova 12-7-1733, Casalnuovo di Terranova 5-2-1783), 6a Principessa di Gerace, 8a Duchessa di Terranova, 6a Marchesa di Gioja, 9a Signora di Monte Sant’Angelo, Signora e Baronessa di Casalnuovo, Galatone, Molochio, Radicena, Iatrinoli, Rizziconi, San Martino, Canolo e Portigliolo, morì a causa del terremoto del 1783 durante il suo soggiorno a Casalnuovo. Il Galanti, Giornale di viaggio in Calabria (1792), ed. crit. a cura di A. Placanica, Società Editrice Napoletana, Napoli, 1981, p. 187, scrive: “In una chiesa che è una capanna di tavole sotto una specie di altare sta esposto il corpo della infelice principessa di Gerace rimasta oppressa sotto le fabbriche rovinate dal terremoto”.
Di architettura ottocentesca, la chiesa ha forme pseudo-barocche con una facciata a tre scomparti sovrapposti, un fastigio centrale con una statua marmorea e due torri campanarie a pianta quadrata con cellette sormontate da cupole a baldacchino cuspidato.

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Lo stile barocco fiorì a Roma all'inizio del Seicento e si diffuse in varia misura in tutta Europa fino al diciottesimo secolo. E' ancora incerta l'origine del termine, che deriva forse da baroco, termine della logica scolastica assunto in seguito a simbolo di ragionamento pedante, bizzarro. Le opere barocche sono generalmente caratterizzate da una teatrale esuberanza e dalla ricerca di un coinvolgimento emotivo dell'osservatore. Nel corso dell'era barocca, le arti plastiche e l'architettura furono gli strumenti privilegiati di una messa in scena del mondo organizzata dal potere politico. I papi, i maggiori committenti dell'epoca, la utilizzarono per autocelebrarsi, ma anche per glorificare Dio e diffondere i dogmi della Controriforma. In Francia, alla corte del Re Sole, l'arte barocca, attraverso il suo vocabolario simbolico, è invece alla base del potere centralizzato di Luigi XIV e idealizza con fasto un'autorità che si definisce assoluta e di diritto divino. Componenti essenziali del barocco sono il nero e l’oro, l’uno simbolo dell’ascesi e della ridondanza, forse perché questo colore è il risultato ultimo di tutta la somma dei colori, l’altro simbolo dell’abbondanza e del superfluo (‘niente è più necessario del superfluo’, soleva dire Oscar Wilde). Anche la sua struttura ellittica e a spirale rappresenta la metafora di questa varietà di linguaggio. Questa nuova architettura, intonsa ed illusoria, voleva nascondere il malcontento che sempre più serpeggiava nel popolo, succube del potere ecclesiastico ed aristocratico. Frutto di ciò furono i palazzi e le chiese sorti in quel periodo, insieme ai molteplici restauri e rifacimenti di strutture già esistenti che non rispondevano più alle esigenze e ai bisogni del potere. Il barocco utilizzò gli strumenti classici, ma in maniera sproporzionata, introducendo nuove piante e volumetrie basate su linee curve e su spirali per ottenere così effetti grandiosamente scenografici ed illusori.
Sulla campana grande, ad opera del Priore D. Giuseppe Antonio Zito, fusa nel 1303 e rifusa nel 1819, c'è l'immagine del Santo Patrono della città, San Girolamo, che i Grimaldi vollero come protettore del loro feudo.

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San Girolamo nacque verso il 340 a Stridone, in Dalmazia ai confini con la Pannonia (Ungheria). E’ considerato uno dei quattro padri della Chiesa occidentale. Erudito nelle lettere e nella filosofia, come dimostrano i suoi numerosi scritti, si fece battezzare poco prima del 366 da Papa Liberio all'età di circa 20 anni e decise, poi, di farsi monaco dopo un soggiorno a Treviri durante il quale era stato a contatto con dei monaci. Decise a un certo punto di ritirarsi in un deserto della Siria, dove si diede ad una vita di mortificazione estremamente dura e allo studio dei libri sacri. Divenuto eremita e recatosi nel deserto siriano, studiò l’ebraico per poter leggere le Sacre Scritture in lingua originale. Fu ordinato sacerdote ad Antiochia, a lui si deve la traduzione e l’edizione latina definitiva della Bibbia detta “Vulgata”. Dal 382 al 385 fu a Roma come segretario di papa Damaso, dedicandosi con efficacia alla lotta contro gli eretici. Fondò dei monasteri e per questo è detto abate; morì nel 419 o 420, il suo corpo riposa a Santa Maria Maggiore. E’ ricordato soprattutto per aver tradotto la Bibbia, fissando in massima parte il testo latino della Volgata, che la chiesa ha adottato come versione ufficiale. Il suo vasto sapere, i suoi commenti sulla Sacra Scrittura ed il vigore con il quale ha combattuto le eresie del suo tempo gli hanno meritato il titolo di dottore della Chiesa. Era anche considerato dagli umanisti come un protettore.
L'interno è a tre navate ed è stato rifatto in stile neoclassico nel XIX sec; l’Altare maggiore intarsiato e i due Altari minori nel presbiterio sono in marmo, il pulpito è stato realizzato nel 1897 dallo scultore viareggino Eumène Tomagnini. La statua di San Girolamo, collocata sull'altare centrale, opera settecentesca del maestro Domenico De Lorenzo, è scolpita su legno di tiglio e dipinta al naturale; alla sua base c'è lo stemma gentilizio della nobile famiglia Grillo di Oppido Mamertina, per ricordare il contributo dato da don Domenico Grillo, vicario generale dei beni della Casa Feudale Grimaldi.

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La famiglia di Domenico De Lorenzo è oriunda di Tropea. Si ignora in quale anno e per quali vicende si sia trasferito a Garopoli, dove nacque nel 1742 e vi morì nel 1812 all’età di settant’anni. Nella sua prima giovinezza dimorò per un periodo, circa dodici anni, presso un suo zio cattedratico, a Roma, dove le grandi opere d'arte dovettero esercitare sul suo spirito e sulla sua immaginazione un'attrattiva possente e si dedicò con passione alla scultura, per la quale aveva dimostrato sin dalla fanciullezza una singolare disposizione. Ritornato nel paese natio, continuò a coltivare la scultura, non come sfogo di piacere e di inutile passatempo, ma per amore per l'arte. Egli sapeva trasformare in espressione artistica l'amorfa natura del legno, che ubbidiva pazientemente ai colpi del suo scalpello, e dalle sue mani vennero fuori quasi a getto continuo statue su statue. A Garopoli si formò una famiglia e sposò una certa Francesca Cavallaro, dalla quale ebbe vari figli: Giosuè, Cerajuolo, Michele, morto giovane, a 31 anni, che era una grande promessa per la scultura, e Giuseppe, sacerdote e pur esso mediocre scultore, che tra l'altro, ultimò alcuni abbozzi lasciati dal padre. Le opere di Domenico De Lorenzo hanno una specialità che le distingue da quelle di altri scultori: sono tutte di tiglio, che egli ricavava da una sua proprietà detta “Longa” e sono notevoli sopratutto per la precisa anatomia umana. Poichè tutta la famiglia De Lorenzo coltivò la scultura sacra fu chiamata per antonomasia “I Santari”. Domenico non ebbe discepoli, il solco da lui tracciato, lieve ma non cancellabile, rimase deserto.
All'interno della chiesa si può ammirare la scultura lignea del Cristo Risorto dello stesso De Lorenzo e una Pietà lignea del 1866 di Francesco Biangardi. Dello stesso scultore e del figlio Vincenzo sono le “varette”, undici gruppi statuari per un totale di 29 statue lignee eseguite tra il 1821 e il 1893, che rappresentano i Misteri della Via Crucis.
Francesco Biangardi (Napoli 1832 – Caltanissetta 1911), svolse la sua attività artistica a Napoli nella seconda metà dell'Ottocento. Le sue statue e specialmente le sue “Varette” si trovano in moltissimi paesi dell'Italia meridionale. Vincenzo, uno dei suoi figli, fu pure scultore e riuscì a realizzare opere molto curate nelle forme anatomiche e nelle proporzioni, talvolta più affermate di quelle del padre. L'arte non fruttò al Biangardi grandi fortune, attraversò infatti momenti di grandi difficoltà economiche. Il periodo in cui scolpì i “Misteri” - undici gruppi statuari per un totale di 29 statue lignee che rappresentano i Misteri della Via Crucis, l'Addolorata, Cristo nell'orto degli ulivi, ecc... - coincise poi con la morte della moglie, la malattia della figlia Sofia e l'uccisione del figlio Vincenzo. A Cittanova il Biangardi si trovò a suo agio, riuscendo a familiarizzare con i migliori falegnami del tempo. Eseguiva le sue opere in piccoli esemplari prima di realizzarle in grandezza normale; i bozzetti, che possiedono oggi un elevato valore artistico, sono conservati nelle case di alcune famiglie cittanovesi.
I dipinti che decorano il soffitto sono opera del pittore cittanovese Girolamo Raso, mentre le tele di S. Girolamo e La Trasfigurazione sono opera di Domenico Augimeri da Palmi.

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Di famiglia aristocratica, Domenico Augimeri (1834-1911) compì studi all'Istituto d'Arte di Firenze e all'Accademia di BBAA di Napoli, con Domenico Morelli. Fu un eccellente ritrattista, dipinse anche quadri storici e d'Arte Sacra e fu scultore in creta. Suoi affreschi (le tele di S. Girolamo e La Trasfigurazione) sono conservati nella Chiesa Madre di Cittanova (RC). Nella Concattedrale di Palmi, sulla parete della navata sinistra, campeggia la figura di San Giuseppe che tiene in braccio il Bambino; un'altra opera sacra si trova nel Vescovado di Catanzaro. Nella Biblioteca Comunale di Reggio Calabria è conservata la tela “Ritratto di Rocco De Zerbi”. Alla 1a Mostra d'Arte Calabrese di Catanzaro del 1912 venne esposto un “Ritratto del sen. Rossi”. Il suo studio di Palmi fu frequentato da molti giovani allievi, tra cui lo scultore cittanovese Michele Guerrisi.
All'esterno della chiesa è posta una statua della Vergine, opera in bronzo dell'artista cittanovese Michele Guerrisi (Cittanova 1893 - Roma 1963), che ha realizzato nella città anche il Monumento ai Caduti.

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Michele Guerrisi (Cittanova 1893 - Roma 1963), uomo di profonda cultura, di formazione crociana, si laureò in lettere all'Università di Napoli, e contemporaneamente conseguì il diploma di scultura all'Accademia di Belle Arti di Roma. Autore di monumenti pubblici (agli Studenti Caduti per l'Università, a Napoli, 1923, ai Caduti di Cittanova, 1924, ai Caduti di Castellabate, 1926, ai Caduti di Catanzaro, 1933), espose alle Biennali di Venezia del '34 (con l'opera “Nuotatrice”, ora Galleria Civica d'Arte Moderna, di Torino), del '36 (con “Ritratto di Italo Cremona”, ora Galleria d'Arte Moderna, di Milano), del '38. Fu insegnante di Storia dell'arte all'Accademia Albertina di Torino dal 1924 al 1945 e dal 1946 titolare della cattedra di scultura all'Accademia di BBAA di Roma. Sue opere si trovano in vari musei italiani (Torino, Milano, Genova, Roma, Firenze). Fu scultore considerevole, di formazione ideologica, con un occhio per la plastica romana e il Quattrocento italiano. Fu autore di alcuni libri di storia e di critica d'arte, tra i più importanti ed aperti per il suo tempo (Il Giudizio di Michelangelo, A. V. E. Roma 1947; L'idea figurativa, Mondadori Milano; L'errore di Cèzanne, Nistri/Lischi Pisa, 1954).

A Cittanova
Proporsi di indagare il mondo sociale, la vicenda economica e quella dei costumi, ignorando quella della cultura popolare ed in particolare del dialetto che costituisce una delle “lingue” attraverso le quali una parte della società si esprime, sarebbe come spogliare quella storia di uno degli elementi più importanti e pertinenti. Lo scarno vocabolario usato dai nostri antenati, racchiude il mondo in cui essi vivevano e lo rappresenta in maniera chiara e definita. Accanto ad una lingua per così dire “colta”, usata da una parte della popolazione urbana, troveremo quella essenziale e limitata del mondo contadino, quella più regionalizzata degli scambi e dei commerci, quella misteriosa e fascinosa dei mestieri e delle arti; troveremo quella della canzone e della poesia, dei proverbi e degli aforismi. Un insieme che necessiterebbe di un vero e proprio scavo archeologico a che, mi auguro, possa impegnare la nostra prossima fatica. Si tratta intanto di una lingua più parlata che scritta, anzi raramente scritta, tramandata di generazione in generazione con l’essenziale dialogo quotidiano, l’occasionale canzone poetica e la citazione di vecchi detti, e non vale solo come testimonianza di una cultura antica, quanto come espressione caratteriale e comportamentale. La radice profonda ed inestirpabile è quella greca. In una lettera del mitico e disincantato Cesare Pavese alla Maria, dal suo esilio di Brancaleone, si legge: “Qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come morto, dicono “esti u confinatu” lo fanno con tale cadenza ellenica che mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento...” Ora, una donna di Cittanova, come tutti possiamo convenire, si sarebbe espressa alla stessa maniera: “u confinatu”, ed avrebbe battuto sicuramente la stessa cadenza. “La fenomenologia della parola dialettale si definisce, agli occhi di chi la ritrova, nei termini di una seconda nascita dal profondo di una rivelazione. E’ il regresso alle origini esistenziali, una discesa in un mondo sotterraneo ed è esperienza tanto più autentica quanto più quel dialetto è del tutto scevro di tradizione letteraria. Alle soglie del duemila, in un mondo attratto dalla politica per 1’integrazione dell’Europa, una domanda ci viene ripetutamente avanzata da più partì: “Si può ancora insistere sull’utilità di continuare a parlare di “dialetto”? “La domanda giunge dai giornali, dalla TV; la propongono sociologi, pedagoghi e poeti. Interessante, per sintesi e completezza, è la risposta che andiamo ad estrapolare da “I vizi capitali” di Umberto di Stilo, Edizione A.C.R.E., per bocca di Ulderico Bernardi, ordinario di sociologia alla “Cà Foscari” di Venezia. “Quanti ragazzi forse non sanno che negli ultimi tempi, proprio mentre a molti sorride l’idea di un’ Europa “sovranazionale”, sorgono da più parti proposte di segno contrario? Non sono pochi, infatti, in Italia, coloro che auspicano il recupero e la valorizzazione delle culture locali e regionali. La scuola sembra luogo privilegiato di questo recupero: educare alla cultura dei padri, che si esprime principalmente nel dialetto, dovrebbe essere, secondo molti autorevoli pareri, uno dei compiti degli insegnanti. Sorge la necessità di radicarsi nel solito e umoroso terreno delle culture di appartenenza. Solo chi è ben saldo nella sua cultura tradizionale sa trarre i maggiori vantaggi da un corretto rapporto con le altre culture con cui viene in contatto. Chi è radicato affronta serenamente e senza paura assimilazione e dialogo con lo straniero. Chi impara fin da bambino il dialetto è predisposto all'aggiunta di altre lingue; ma il prezzo per imparare le lingue non è la cancellazione del dialetto ! Anzi, lo riteniamo come il veicolo più importante di una sorta di “indipendenza culturale” da quelli che sono i modelli stereotipi comunemente impostati dallo Stato. Insegnare ai ragazzi ad amare le loro radici non solo genealogiche, ma anche di appartenenza ad un popolo, ad una terra con una sua cultura antichissima ed ancora assai vivace mi è sempre sembrato il modo migliore per rivendicare la libertà delle persone rispettose all’irregimentazione voluta dallo Stato sui banchi di scuola.” Dice Mansueto Lombardi Dotti nella sua prefazione “Le poesie di Geppe” di Gino Custer De Nobili da Lucca a proposito del dialetto: “...la vera assenza è se, vivendo a contatto del popolo di Lucca fuori, fece fuori i suoi pensieri, gli usi, le costumanze i modi di dire e - su un piano elevato - la storia; se in una parola, approfondì la vita e (merito grande che altrimenti di quella parlata, sarebbe sparito l’aroma e il sapore) ne assorbì e tramandò il vernacolo e divenne maestro di quello studio della cultura e dell’anima del nostro popolo. D’altro canto, quando nel 1845 l’inglese J.M. Thoms coniò il termine Folklore per indicare la demologia (unendo i due termini folk=popolo e lore=dottrina) vi incluse tutta la dottrina che abbracciava il complesso dei costumi popolari, affidandolo alla poesia. Anche nella nostra poesia popolare si muove tutto il popolo nostro, con le sue ingenuità, con la sua disperazione, col suo fatalismo di cui nel verso, o se vogliamo nel canto che traduce al pubblico il verso, troviamo una sincera e vivace rappresentazione. Storia ed anima, anima e storia, liberate dal difficile involucro della lingua, per narrarsi. Se nel pantano dei secoli mutano gli usi ed i costumi, la lingua e le sue radici, che serbano sempre, pena la morte, il loro valore di storia, hanno come conseguenza naturale il compito di assecondare il cambiamento mediante il loro apporto e, contemporaneamente, evolversi e trasformarsi insieme a quelli. Altre volte è l’evolversi del linguaggio, una sua più diffusa pratica ambientale o la sua intrinseca vocazione ad espandersi, ad incidere sull’evoluzione dei costumi e dei comportamenti. Nell’un caso e nell’altro c’è un fatto certo di interdipendenza e di reciprocità. La Calabria non ha mai costituito un’unità etnografica, tanto meno un’unità linguistica. Notevolissime le differenziazioni tra le popolazioni della Calabria Settentrionale e quelle della Calabria Meridionale. Questa la descrizione che ci ha lasciato nel libro: “Della Calabria Illustrata” stampato nel 1691, Giovanni Fiore da Cropani: “Convien dire che la Calabria di là, come già rampollo degli antichi Brezji, avezzi a nutrirsi fra li disagi delle campagne, e poi delle guerre, fosse per natura sofferente, a gran cuore il travaglio, pronta alle vendette dell’ingiurie quasi tutta armigera... La Calabria di quà, per lo più greca, ritrae il costume e il linguaggio de’ Greci, delicate nel vivere…” Relativamente presto, la lingua latina si era espansa in quella “Calabria di là”, già ai tempi di Augusto, sostengono alcuni studiosi; mentre più a Sud, la colonizzazione romana aveva trovato l’ostilità di quelle popolazioni greche che dai centri costieri (Hipponium, Tropaea, Medma, Scyllaeum, Locri) si erano man mano estesi ai centri dell’entroterra ed a quelli delle montagne. In questi centri il greco incomincia a subire un lento disfacimento solo a partire dal secolo XI, ma, cosa veramente strana, a questo disfacimento ed all’affermazione dì una neoromanità resistono di più le popolazioni dell’entroterra, nelle zone a Nord dell’Aspromonte, a Palmi, Oppido, Cittanova, Santa Cristina, che non quelle della Magna Grecia. Il processo di romanizzazione in questi centri fu assai lento e la lingua mantenne, per quanto potè, le vecchie radici elleniche. Inoltre, piuttosto che per gli ovvi canali del Nord, essa si modificò a causa di forme del volgare italiano che rivelavano chiari rapporti con il dialetto siciliano, quindi per i canali del Sud. A queste conclusioni è arrivato anche G. Bonfante: “La Calabria Meridionale ricevette il suo speciale dialetto dalla Sicilia, e ciò spiega perché il calabrese meridionale sia in realtà null’altro che una varietà del siciliano” (Boll. del Centro di Studi Fil. e Ling. Siciliani, vol. III, 1955, p.220). Ecco alcuni esempi:
ITALIANO
| CALABRIA SETTENTRIONALE
| CALABRIA MERIDIONALE
| SICILIA
| CITTANOVA
| ago
| acu
| agugghia
| agugghia
| agugghia
| mela
| milu
| pumu
| pumu
| pumu
| uva
| uva
| racina
| racina
| recina
| scrofa
| scrufa
| troia
| troia
| troia
| sarto
| cusiture
| custureri
| custureri
| custureri
| goccia
| gutta
| stizza
| stizza
| stizza
| cieco
| cecatu
| orbu
| orbu
| orbu
|
Giunge alle medesime conclusioni nella sua: La struttura Linguistica della Calabria - in Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria - Longo Editore Ravenna, 1982 - Gerhard Rohlfs, il noto linguista di origine tedesca che per oltre quarant’anni, a partire dal 1921, ha girato in lungo e in largo la Calabria, fermandosi anche a Cittanova. Qui abbiamo avuto il piacere di conoscerlo e di collaborare con lui intorno al 1978-79. Innumerevoli sono le caratteristiche morfo-sintattiche dove è facile cogliere il sostrato greco del nostro idioma. Uno di questi, per esempio, è la totale assenza dell’infinito dopo i verbi che esprimono una volontà o un’intuizione, mentre esso è normalmente usato quando fa seguito al verbo potere. L’infinito viene sostituito per mezzo della congiunzione mu.
Voglio dormire = vogghiu mu dormu, dove il verbo volere (voglio) esclude l’uso dell’infinito. Non posso dormire = no’ pozzu dormiri, dove il verbo potere (posso), invece, rimette in circolo il verbo all’infinito. Non voglio sapere = non vogghiu mu sacciu. Non posso sapere = no’ pozzu sapiri. Ho capito, non vuoi venire = capiscìa, no’ nvoi mu veni. Ho capito, non puoi venire = capiscìa, no’ npoi veniri. Dunque, non vuoi pagare = dunca, no’ nvoi mu paghi. Dunque, non puoi pagare = dunca no’ npoi pagari.
L’elemento originale greco viene conservato in misura maggiore in una parte della popolazione che ha meno contatti con la parola. Quella parte di gente, contadina e rurale, che vive in una specie di isolamento rispetto agli abitanti dei paesi delle zone urbane che, per un motivo o un altro, avevano maggiore occasione di comunicare. Basti pensare al “banditore”, usato in maniera pubblica per annunciare le cose più svariate e che tendeva, a seconda da chi gli proveniva l’incarico, a valorizzare o a italianizzare il messaggio che lanciava, lasciandone, a poco a poco, eco e memoria negli ascoltatori. Il mondo contadino era abituato a spendere la parola come si trattasse di una cosa preziosa; parsimoniosi in tutto per necessità, lo diventavano anche quando si trattava di fare uso della parola. In effetti, il mondo e i suoi concetti dì vita, si riducevano notevolmente man mano che ci si allontanava dal centro abitato, dove le occasioni di incontro erano maggiori e la necessità di esprimersi si adeguava di giorno in giorno, anche se il dialogo veniva gridato da una strada all’altra. Nell’ambiente contadino, invece, la vita era improntata a una grande severità. La parola veniva evitata quasi come fosse un elemento di turbativa e di pericolo. Il mondo della confidenza era sconosciuto. Tra moglie e marito, tra fratello maggiore e fratello minore, erano rarissimi i casi in cui ci si rivolgeva la parola dandosi del tu. Non si capisce se per una forma di eccessivo rispetto o più semplicemente per una questione di subordinazione. La vecchia lingua greca, quindi, manteneva in queste condizioni e tra questa gente, una sua maggiore vitalità. Non per niente essa si manifesta in quei nomi che hanno più stretta attinenza con il mondo della campagna, come gli alberi e gli uccelli, o gli utensili tipici di quel mondo. Ecco alcune di queste voci che ancora oggi suonano familiari ai nostri orecchi:
spalassu = ginestra spinosa; agromulu = melo selvatico, per il mondo delle piante; goleu = civetta; scefrata = lucertola; zampurida = lucciola; fassa = colombaccio; petuda = farfalla, per quello degli animali; trimoni = per vaglio, per il grano; cadipu e sirti = tira braci; ajjeri = straccio da cucina, per taluni attrezzi domestici.
Faremmo, però, un grave torto alla nostra lingua se limitassimo alla sua parte nobile questa breve sintesi sulle origini, dimenticando che nel corso dei secoli, vicende storiche, le più svariate, lasciarono anch’esse il loro segno in questo campo, come in tutti gli altri che costituiscono la complessità dell’intera nostra storia. Dobbiamo perciò tenere conto di quanto, nel dialetto Cittanovese, rimane della lingua araba, dello spagnolo, del francese, a prescindere dai francesismi innescatesi con la lingua nazionale. Per quel che concerne l’influenza araba, che arriva tra i secoli X e XI e che non è certamente dovuta solo alle imprese di guerra che gli arabi intraprendono contro le coste calabresi dai posti avanzati della Sicilia, ma anche allo sviluppato senso del commercio e dei traffici che intercorsero tra loro e le nostre popolazioni, ci sarebbe molto da dire. Essa, infatti, riguarda quella parte di dialetto che affonda le radici nel campo degli scambi commerciali, dandoci anche un’idea della loro limitatezza:
soladda = coperta grossolana, in arabo saladda; tumano = misura di capacità, in arabo tumn; cafisu = misura di olio, in arabo kaftz; giarra = recipiente per olio, in arabo garra; musulucu = specie di cacio fresco, in arabo masluk; tafareda = canestro, in arabo taifurija; cantaru = misura di quantità corrispondente ad un quintale circa, in arabo kindar. L’arabo lascia anche una traccia non trascurabile nei nomi di famiglia come Nesci, Sirianni ecc...
lumera = lucerna da lumière; percia = pertica da perche; accattari = comprare da acheter; bedottula da belette; burvera = erica da bruyère; cervedu = capretto da chevrel (franc. ant.); custureri = sarto da coûturier (franc. ant.); gialinu = giallo da jelne; fumeri = letame da fumier; zzapimu = abete da sapin;

DIALETTO
| ITALIANO
| SPAGNOLO
| alliffari
| azzimare
| alliffar
| papellu
| scritto
| papel
| tamarru
| uomo rozzo
| zamarro
| pisari
| pesare
| pisar
| ajjari
| trovare
| hallari
| chicari
| arrivare
| ilegar
| sarpedizza
| cotta
| sobrepelliz
|
Per quello che concerne i derivati di lingua francese e spagnola non si deve dimenticare che alla base esiste una radice o una derivazione comune: quella latina. E’ da precisare che non si può con questa breve analisi e con i pochi esempi riportati, pretendere esaurito, ed esaurito bene, l’esame della struttura del nostro lessico, le fonti delle sue origini e la sua evoluzione. Il nostro è solo un tentativo per richiamare l’attenzione su un patrimonio culturale dimenticato troppo facilmente a favore dì argomenti più enfatici e meno utili. A nostro avviso, un argomento che non può essere circoscritto in un ambito così ristretto, ma va ripreso in una sede più appropriata.
fonte testo: Raffaele Romano Giovinazzo, Cittanova - La vita economica e sociale. La Cassa Rurale e Artigiana, 1920 - 2004, Rubbettino Industrie grafiche ed editoriali, Soveria Mannelli (CZ), 2004. 


| "Qualunque forma d'arte che ti attrae, ti parla e ti fa innamorare, la conquisti soltanto se sei pronto ad amare" |  | 
|  |  | Sono, nato a Cittanova ( R.C. ) nel 1945. Dopo aver conseguito la maturità classica mi sono iscritto presso l'Università di Architettura di Roma . | All'epoca della mia permanenza romana ho frequentato ambienti artistici e culturali della capitale partecipando a numerose collettive. Attualmente vivo a Cittanova, svolgo la professione di Architetto e mi dedico alla pittura, passione che mi accompagna sin dall'adolescenza. Nel corso di questi anni ho fatto qualche personale di pittura (non molte certamente, per tanti motivi), sia al Nord che al Sud d'Italia, riscontrando interesse ed apprezzamenti. Ora tento di uscire dall'isolamento, proponendomi, a chi ama l'arte, con questo straordinario veicolo che annulla le distanze, le barriere, i selettivi e costosi circoli per farmi conoscere e sottopormi così, nel bene o nel male, al giudizio e alla critica. 
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PALMI ANTICA la tonnara com'era
Biblioteca Da admin Creato 30/03/2007 - 14:30 Istituita nel 1890 arricchita nel 1943 dalla donazione del medico paletnologo Domenico Topa (palmi 1871-1941), al quale è intitolata, laBiblioteca Comunelae si incrementò nel tempo grazie ad atti di liberalità di altri cittaidni palmesi ed oggi consta delle seguenti sezioni: - Francesco Cilea (musica e Storia della musica); - Marta Rempte Guerrisi (arte e storia dell'Arte); - Francesco Antonio Repaci (Economia e Scienza delle Finanze); - Domenico Zappone (Letteratura xxxxxx- Attilio Zagari (Letteratura Italiana, Latina e Greca); - Antonio Basile (Etnografia, Folklore, Tradizioni Popolari); - Leonida Repaci (Letterature, Arte, Saggistica); - Domenio Antonio Cardone (Filosofia, Stoira della Filosofia, Religione); - Guglielmo Romeo (Enciclopedie, Narrativa, Saggistica). Comprende una vasta sezione specializzata "Calabria e Calabresi". Di valore assoluto sono antichi testi del '500, del '600 e del '700, facenti parte della donazione Topa e la copia del Codex Purpureus di Rossano. Da segnalare una nutrita videoteca che, tra l'altro, possiede uno straordinario documento recentemente ritrovato: un filmato di Palmi nell'immediatezza del terremoto del 1908.
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monumento a Francesco Cilea
Taureana di Palmi (RC) - Frammenti dell'emblema musivo in corso di restauro
Taureana di Palmi (RC) - Frammenti dell'emblema musivo in corso di restauro
Taureana di Palmi (RC) - Nouvi elementi bronzei rinvenuti nel 2006
| palmimuseo0001
ITALY - PALMI (RC) - Museo Calabrese di etnografia e Folklore "Raffaele Corso" - veduta esterna
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____________________________________ Proverbi di Calabria Frase del giorno [a Palmi]:
| dateQuote(); Cu bella voli pariri pene e guai ndavi patiri |
In longobardese: China bella vo parire gran dulure ha de patire. _____________________________________ LA MADONNA DELLA TAUREANA??? (Che cos'era la Taureana -- frazione -- di Palmi?) Palmi-Taureana Festa Madonna dell'Alto Mare http://www.provincia.rc.it/pagine/itinerari.php?t=testo_foto&cat=35 
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A REGGIO AL MUSEO DELLA MAGNA GRECIA APERTA LA MOSTRA “GLI ITALICI DEL METAUROS” Si è aperta nel Museo Nazionale della Magna Grecia, alla presenza di un folto pubblico, la mostra archeologica “Gli Italici del Metauros”, che – per la prima volta – apre uno spaccato inedito nell'apparente vuoto che la tradizione poneva tra le popolazioni dei Greci di Rhegion e quelli di Metauros. E, come un cuneo, s'inserisce, dalla costa all'Aspromonte, tra il mondo greco ed il successivo periodo romano, dando finalmente un nome ed una identità storica ad una popolazione, quella dei Tauriani, che dalle indagini archeologiche sta rivelandosi particolarmente interessante. Nel suo intervento di presentazione la sovrintendente ai beni archeologici e culturali, dottoressa Elena Lattanzi ha messo in evidenza l'eccezionale lavoro sinergico attivato tra ricercatori, studiosi e società di servizi dalla realizzazione di una mostra che mette in primo piano, nel più importante museo della Magna Grecia, il ruolo di una popolazione italica che discende direttamente da quelle popolazioni enotrie che i Greci avevano trovato al loro arrivo sulle coste della Calabria. Anche nelle difficoltà di risorse, è in atto – oggi – tra il promontorio di Taureana e il pianoro della città vecchia di Mella di Oppido Mamertina, lungo una direttrice che passa da Castellace, un'opera d'indagine che sta disegnando la coerenza di una presenza, quella dei Tauriani, fino a poco tempo fa testimoniata solo dai bolli sui mattoni. Il presidente dell'amministrazione provinciale, ing. Pietro Fuda, ha ricordato come l'ente che lui presiede ha puntato con tenacia e chiarezza di idee sulla riscoperta e la valorizzazione del patrimonio culturale dell'intero territorio del Reggino per creare anche sviluppo ed occupazione, di cui si avverte una primaria esigenza. Il presidente degli “Amici del Museo”, Vincenzo Panuccio, ha richiamato a tutte lettere il valore culturale dell'iniziativa. Il sindaco di Oppido Mamertina, Giuseppe Ruvolo, ha ringraziato la Soprintendenza per questa opera di valorizzazione dell'archeologia del territorio che altrimenti non potrebbe essere affrontata dagli enti locali. 
Etnico dei Tauriani, al genitivo plurale, impresso su laterizio |
Antonino Parisi sindaco di Palmi, invece, ha ricordato come l'evento culturale non nasce a caso ma è frutto di un rilancio dell'attività archeologica in tutto il territorio di Palmi, in un'ottica di sviluppo socio-culturale-economica. Sono quindi intervenuti Roberto Laruffa amministratore di Kore, la società di servizi aggiuntivi che opera da appena un anno nei musei di Reggio, Locri e Vibo che ha messo in rilievo come la mostra costituisce il primo esempio di una fattiva collaborazione che si va sviluppando tra pubblico e privato. E sul significato di come si può rivitalizzare l'attività di fruizione dei beni culturali anche nei musei della regione, ha parlato Stefania Caridi, responsabile delle visite guidate della Kore, che ha fatto intravedere un vero e proprio salto di qualità con l'avvio di una nuova visione dell'attività di divulgazione del patrimonio culturale attraverso la pratica guidata. Gli interventi sono stati coordinati da Maria Teresa D'Agostino della Kore e si sono conclusi con Rossella Agostino, responsabile del territorio e curatrice della mostra: ha delineato, per sommi capi, come la mostra, oltre che presentare quanto è venuto alla luce sui Taureani negli scavi di Tauriana, Mella, Castellace e Palazzi di Oppido Mamertina, ha fornito una panoramica delle presenze antiche tra la protostoria e l'età romana nel territorio che va da Metauro (odierna Gioia Tauro) a Tauriana e la contrada Mella e Palazzi di Oppido Mamertina. Il tutto conferma una continuità di presenza di questi popoli di ceppo italico preesistenti alla venuta di greci e romani con i quali si son dovuti fare i conti. Dopo una visita guidata alla mostra con guide di eccezione che ha riscosso notevoli consensi, la serata è stata conclusa da un concerto del Quartetto di chitarre “Armonie Mediterranee” diretto dal maestro Martino Schipilliti con Francesco e Giancarlo Mazzù e Antonio Prestileo, tenutosi nella sala dei Dioscuri e che ha chiuso con le note coinvolgenti del Sirtaky di Teodorakis che ben si sono sposate con la suggestione dell'ambiente. GIUSEPPE MAZZU’ A MARGINE DELLA MOSTRA “GLI ITALICI DI METAUROS” AMPIO DIBATTITO SUI TAURIANI, GLI ANTICHI ABITANTI DELLA PIANA È stata un'intensa giornata di studio quella che ha visto impegnati nella sala dei Dioscuri del Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria archeologi, storici, esperti della Soprintendenza e docenti universitari a interrogarsi sui molti aspetti ancora oscuri della popolazione italica dei Tauriani sui quali da venerdì sera si è aperta un'interessante mostra nel primo piano del museo reggino sul tema “Gli Italici del Metauros”, che rimarrà aperta fino al 31 ottobre prossimo. 
Edificio templare su podio di tipo italico, pianoro di Taureana di Palmi |
La mostra è stata curata dalla dottoressa Rossella Agostino e realizzata in collaborazione tra Soprintendenza archeologica della Calabria e Società di servizi Kore, mentre hanno contribuito la Regione Calabria, i comuni di Palmi e Oppido Mamertina, l'associazione Amici del Museo di Reggio Calabria, Rtv, Laruffa editore, Museum center e Vitulia. La cosa più suggestiva è stata l'impressione “diversa” che l'evento culturale ha dato dal punto di vista della vitalità del museo della Magna Grecia: mentre esperti e archeologici e storici stavano discutendo, a volte anche animatamente, tanto era l'interesse e la passione che vi mettevano, intorno a loro, per le sale del museo era una vera e propria processione di studenti e visitatori che, tra uno sguardo alle vetrine ed un altro alla sala gremita ed al tavolo dei relatori, hanno portato con sé l'immagine e il ricordo di un Museo della Magna Grecia quale certamente è: molto più di un “semplice” deposito di reperti, anche se belli e interessanti, ma un reale, gioioso luogo di cultura e sapere. Forse questo non rientrava nel programma della manifestazione ma in fondo è quello che si è verificato. Per la dottoressa Elena Lattanzi, soprintendente per Beni archeologici della Calabria – che ha aperto i lavori ricordando le varie fasi dell'attività svolta nell'area tra il promontorio di Taureana e il territorio di Mella a Oppido Mamertina – vi è stato certamente un doppio motivo di soddisfazione, come è emerso tra gli interventi del convegno. Da una parte quella di raggiungere l'obiettivo di realizzare una mostra che apre uno scenario nuovo nel territorio reggino su un tema, quello delle popolazioni italiche, che è al centro dell'attività archeologica calabrese. Dall'altra, ritrovarsi relatori molti di coloro che hanno avviato la loro attività da studenti proprio in queste indagini archeologiche e che oggi, dai ruoli anche prestigiosi che ricoprono, continuano a seguire. Dopo i saluti dell'assessore provinciale ai Beni culturali Ornella Milella e del prof. Vincenzo Panuccio, presidente degli Amici del Museo di Reggio Calabria, il convegno è entrato nel vivo con lerelazioni. Giovanna De Sensi-Sestito dell'Università della Calabria ha trattato il tema “Tauriani e Roma tra I e II guerra punica”. Paolo Poccetti dell'Università di Tor Vergata, Roma, ha affrontato i “Problemi linguistici degli Italici del Mètauros”. Felice Costabile dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria ha parlato su “Taureani e Mamertini tra Reggio e Locri”. Rossella Agostino, archeologa della Soprintendenza ai Beni della Calabria e curatrice della mostra è intervenuta su “I Tauriani a sud del Mètauros”. Massimo Osanna dell'Università della Basilicata e Marco Fabbri dell'Università di Tor Vergata, impegnati da due anni negli scavi di Tauriana, hanno poi parlato dell'attività svolta affrontando il tema “Recenti indagini a Taureana”. Maria Maddalena Sica dell'Università della Basilicata ha relazionato su “Castellace: dalla Mesogaia all'abitato italico”. L'archeologo Massimo Brizzi ha trattato “Greci e Italici in Aspromonte: la fortificazione di Palazzo”. L'archeologa Giorgia Gargano, “Note sulla circolazione monetaria nel territorio tauriano”, Francesco Gioacchino La Torre dell'Università di Messina ha affrontato il tema: “Lucani, Bretti ed altri Italici lungo la costa tirrenica della Magna Grecia”. Nel pomeriggio si è aperto un interessante dibattito che ha approfondito molti aspetti con interventi tra gli altri di Anna Maria Mastelloni, Marco Pacciarelli, mentre le conclusioni sono state tratte dalla dott. Elena Lattanzi, che ha sottolineato i molti elementi positivi che il convegno ha portato come contributo alla soluzione dei tanti problemi di ordine storico ed archeologico che questa prima mostra sulla popolazione italica la cui storia fiorì e si concluse nello spazio di territorio tra le città Magnogreche di Metauro e Rhegion occupando il territorio dal mare all'Aspromonte. GIUSEPPE MAZZU’

Vasellame da tavola in argento(II sec. a. c.), località Tracini di Palmi Le foto sono state tratte dal volume "Nel territorio dei Tauriani" di Rossella Agostino, recentemente presentato a cura del Rotary International Distretto 2100- Club di Palmi, in occasione della celebrazione dei cento anni del Club.
TURISMO: ALLA SCOPERTA DELL’ARCHEOLOGIA DA TAURIANA A METAUROS E A MEDMA UNA SCOMMESSA PER LE FUTURE GENERAZIONI Mentre ormai l'archeologia rappresenta una vera risorsa per molte aree del nostro Paese, una risorsa che costituisce un forte motivo di attrazione per i flussi turistici, in provincia di Reggio Calabria non è così. Nonostante la presenza di importanti siti di indubbio interesse, di piccoli musei sul territorio, ma anche di parchi in via di formazione, i processi tardano ad innescarsi e l'archeologia – invece che alleata – è vista, spesso, con ostilità dalle comunità locali. Possibili cause: i risvolti collegati all'azione di tutela e di salvaguardia spesso imposta dalla Soprintendenza alle antichità e dagli amministratori locali più coraggiosi e lungimiranti. Da Reggio alla Locride, dall'Aspromonte alla Piana, ormai, non c'è angolo che non riveli all'improvviso un contenuto del sottosuolo oltre ogni immaginazione. Un viaggio in questa realtà in continua evoluzione, che fino a pochi anni fa presentava un'estensione piuttosto limitata, non è semplice perché è come scoprire un vaso di Pandora. Dagli effetti a volte dirompenti ma sempre interessanti. Il nostro viaggio lo incominceremo dalla Piana, un comprensorio che oggi racchiude ben 33 comuni che cercano da anni sviluppo e lavoro, ma che di questa risorsa non hanno mai saputo fare tesoro. Per alcuni di essi, da alcuni anni, si apre una prospettiva che impone scelte precise per un settore che potrebbe rappresentare la valvola di sfogo non solo per la disoccupazione anche di ordine intellettuale, ma anche per le attività collaterali che i flussi turistici spesso attivano. Appena ci si affaccia dal Sant'Elìa si apre un panorama che spazia in un paesaggio che ha una storia antica e corrispondenze archeologiche di grande valore. 
Scavi a Tauriana |
Dal promontorio dell'antica Tauriana oggi frazione di Palmi, alla città di Gioia Tauro-antica Metauros e, più oltre, alle colline di Rosarno antica Medma e poi ai boschi di ulivi dell'interno che celano i segreti di una presenza umana diffusa e che a tratti affiora; a Rizziconi, Cinquefrondi, Polistena, con testimonianze di abitati senza nome; per chiudere il cerchio con Oppido Mamertina dove la tradizione ha sempre localizzato l'antica Mamerto, capitale dei Brezzi. Eppure sui luoghi di queste antiche sedi abitate non si aggirano carovane di turisti ma, a volte, soltanto gruppi di archeologici come attualmente avviene regolarmente per Tauriana, Rosarno e Oppido Mamertina. Questi manipoli di ricercatori coordinati dalla Soprintendenza di Reggio fino ad oggi guidata da Elena Lattanzi, a volte con grosse difficoltà di ordine economico, hanno portato alla luce interessanti giacimenti. Ma, puntualmente, sono costretti a ricoprire il tutto per evitare danni maggiori dall'esposizione alle intemperie o devastazioni da parte di vandali. È come una tele di Penelope, di giorno si costruisce e di notte si disfà. Cosa bisogna fare uscire da questo circolo vizioso che dura ormai da un secolo, dai tempi di Paolo Orsi, il primo vero scopritore delle ricchezze archeologiche non solo della Piana ma dell'intera Calabria? Fu lui che portò alla luce i segreti dei campi di Medma, fu lui che rivolse l'attenzione anche all'antica città di Metauria ed a Tauriana oltre che alle altre aree archeologiche della provincia e della regione. Oggi il patrimonio della Piana ha acquistato una dimensione tale che ben due responsabili della Soprintendenza ne curano la tutela e non solo, dal momento che portano avanti iniziative didattiche, mentre sul territorio sono sorte diverse istituzioni museali, anche se di piccole dimensioni, preziose per la diffusione della conoscenza storica dei luoghi. «Bisognerebbe puntare con decisione a conquistare i flussi turistici utilizzando e valorizzando le presenze ambientali e quelle archeologiche del territorio», ha affermato la dottoressa Rossella Agostino, che da anni segue la fascia che va dalla costa di Palmi all'Aspromonte e ha dato un nuovo impulso alla ricerca sui Taureani. Da qualche tempo la sua competenza si è allargata al vicino territorio di Gioia, dov'è fiorita l'antica Metauros colonia magnogreca insediatasi nel VI secolo su un sito abitato da popolazioni preesistenti. Per fare questo è necessario avviare dei progetti precisi, poiché ormai il turismo non è più un fenomeno estemporaneo. Ormai itinerari e percorsi vanno studiati a tavolino e costruiti con gli elementi che, combinati assieme, costituiscono motivo di attrazione non solo per gli esperti ma per quella grande massa di persone che vuole godere delle bellezze ambientali inserite nel loro contesto storico e archeologico. Per cui i comuni debbono imboccare la strada della cooperazione tra di loro. Non si può pensare a percorsi turistici che non siano frutto di sinergie municipali. L'archeologia è uno degli elementi importanti ma poi va integrato con le altre risorse presenti: il paesaggio, i prodotti tipici, l'enogastronomia, il mare. «Oggi la loro potenzialità non è utilizzata a pieno. La Piana – prosegue la dottoressa Agostino – è una di queste aree alle cui grandi possibilità, dal punto di vista delle presenze archeologiche, non corrisponde una giusta risposta da parte delle amministrazioni. Dalla loro azione non si può prescindere e ad esse, poi, si riportano le azioni progettuali complessive». «La Soprintendenza – conclude Rossella Agostino direttore archeologo per le aree Gioia Tauro, Palmi e Oppido – è impegnata a svolgere la parte di propria competenza, portando alla luce, salvaguardando, valorizzando, con l'istituzione anche di musei. Ma poi trasformare l'archeologia in risorsa economica e turistica appartiene alla sfera di competenze di altri Enti». E nella Piana spesso la valorizzazione e la ricerca rappresenta una vera e propria battaglia come è avvenuto nel passato a Rosarno, dove da anni è impegnata in un compito oltremodo difficile la dottoressa Maria Teresa Iannelli che, prima con le amministrazioni comunali guidate da Giuseppe Lavorato ed oggi con quella guidata da Gianfranco Saccomanno, sta lavorando per concretizzare la realtà di un parco e di una serie di iniziative collaterali che vanno dal museo nell'area stessa del parco archeologico di Medma, alla sede di una scuola di archeologia in cui sono impegnati oltre al comune anche la Provincia e l'Università Mediterranea di Reggio, con la possibilità di ospitare studenti di tutti gli atenei italiani. Quello di Rosarno è un territorio che, mettendo da parte l'archeologia, ha poche risorse da porre alla base del proprio sviluppo. La sua realtà è legata alle risorse agricole spesso, purtroppo, in crisi. Gli elementi moderni oggi sono costituiti dalla presenza del porto da una parte (che però che non ha determinato fino ad oggi cambiamenti importanti sul territorio), dall'archeologia dall'altra, anche se in passato non è stata adeguatamente compresa, anzi spesso è stata osteggiata perché intesa come blocco dell'edilizia e fino a dieci anni fa era questo un motivo di freno. «È vero che in generale i beni culturali oggi registrano una maggiore sensibilità e, quindi, anche Rosarno ne ha tratto giovamento. L'archeologia ha stentato molto a crescere. Abbiamo potuto delimitare un parco, espropriato oltre sette anni fa, ma evidentemente non tutto ciò non ha ancora avuto la forza di decollare. Adesso si aggiunge il museo sospirato da cinquant'anni. La Soprintendenza, in verità, ne aveva fatto uno con dieci vetrine ed una ricostruzione di un percorso archeologico, ma quel museo non è che sia stato molto frequentato. La scuola veniva anche se sollecitata». «Ora abbiamo in mente un museo collegato al parco ed alla scuola archeologica. La presenza di studenti costante e strutturata costituirà un nuovo elemento. Ma il problema di fare inserire il polo culturale nei circuiti turistici appartiene ad un discorso più articolato che coinvolge istituzioni locali, Soprintendenza e Regione». «Si tratta di attivare un turismo che non c'è mai stato – conclude la Maria Teresa Iannelli – oggi ci sarebbe la possibilità di utilizzare la forza di attrazione del patrimonio archeologico e del parco, una volta valorizzato; questo, però, deve rappresentare la vera scommessa di chi, sul territorio, deve costruire il futuro per le giovani generazioni». GIUSEPPE MAZZU' ARCHEOLOGIA, TURISTI PER CASO
Sul terrazzo di Tauriana affiorano testimonianze della popolazione italica
Chi pensa che basti avere un patrimonio archeologico in un territorio perché automaticamente diventi meta di grandi flussi turistici e inneschi ritorni economici per la popolazione, commette un grave errore. Dal punto di vista squisitamente culturale, il patrimonio di un territorio può diventare l'oggetto di defaticanti, quanto sterili diatribe da parte di appassionati e studiosi, come spesso è avvenuto nella Piana per le antiche colonie della Magna Grecia, ma le “nude pietre”, da sole, non bastano a determinare l'attenzione da parte del turismo organizzato. Se poi le pietre quando affiorano, come succede a Palmi, debbono venire ricoperte perché la complessa legislazione sul patrimonio archeologico pone anche problemi legati all'utilizzo del terreno e sulla stessa sicurezza dei luoghi, allora il problema diventa più complesso. Al di là di queste circostanze, poi, è necessario che archeologia e mito si possano sposare, poiché è vero che i monumenti sono la parte consistente dell'archeologia ma è anche vero che spesso trascina più la suggestione di un mito che una colonna antica. 
La cripta paleocristiana di San Fantino |
Palmi, da questo punto di vista, aveva tutte le carte in regola per diventare un luogo al centro dell'attenzione dei turisti: ci sono i miti, ci sono le leggende, affiorano ormai con grande evidenza i resti di un'intera città antica, quella di Tauriana, la cui storia affonda le radici nel mito e prosegue nelle leggende fino alla soglia dell'anno 1000 allorquando le incursioni arabe l'hanno ridotta in macerie, disperdendone la popolazione nei centri abitati dell'interno e dando vita a quella che diventerà, poi, la disposizione dei centri urbani nella Piana. L'area più interessante di questa potenziale risorsa è senza dubbio il pianoro di Tauriana, un promontorio a picco sulla spiaggia di Pietre Nere che in cima presenta un'antica torre di avvistamento e, all'inizio, i resti di un insediamento bizantino sorto sulle macerie della Tauriana romana, con la chiesa di San Fantino, che poggia su un edificio sotterraneo antico. Negli ultimi anni il monumento è stato adottato da un'associazione culturale, San Fantino, che ne ha rilanciato anche la funzione religiosa con periodiche cerimonie religiose. La cosa impedisce al patrimonio archeologico di Palmi di rilanciare il turismo che, per la verità, neanche le acque azzurre e profonde della Costa Viola ormai riescono ad incantare molto. La domanda l'abbiamo girata all'assessore al Turismo, Carmine Cogliandro, che da due anni, ormai, segue il settore. Dice: «Siamo fermamente convinti che l'archeologia rappresenti senza dubbio uno degli elementi più importanti del nostro programma per lo sviluppo turistico di Palmi. Ma, altrettanto fermamente, siamo convinti che sarebbe già un risultato non trascurabile quello di trasformarla in una risorsa appetibile per le correnti turistiche che attraversano il territorio. Ma il nostro obiettivo è quello di intraprendere delle strategie mirate per portare alla conoscenza dell'esistenza di tale patrimonio e della sua suggestione nei luoghi dove i turisti si trovano, perché bisogna anche pensare che sul nostro territorio le presenze sono determinate solo dalla stagione estiva anche perché le infrastrutture presenti non permettono altro genere di attività. E per pensare ad un turismo di massa bisogna fare i conti anche con i posti letto e la qualità dell'accoglienza». E continua: «Ma oggi il turismo non è soltanto quello che si ferma sul territorio. C'è anche quello che sceglie come base le più note località come Tropea, Taormina, la Locride, oppure l'Alto Tirreno e poi dedica delle giornate alle escursioni, alle visite. Oggi quello che noi abbiamo può puntare soprattutto a catturare questo segmento turistico sul quale poi costruire progetti più ambiziosi. Ma anche per fare questo ci vogliono strumenti che noi solo adesso stiamo realizzando. Mi riferisco a materiale pubblicitario adeguato, una Casa della Cultura che funzioni a pieno ed abbia adeguate risorse da investire. 
Scavi nel Tempio di San Fantino |
E poi per quanto riguarda l'archeologia stiamo avviando in sinergia con la soprintendenza un programma per l'ampliamento dello stesso museo “De Rosa” ma è necessario anche renderlo più visibile». «Eppure sul pianoro di Taurena non ci sono comitive di turisti, oggi i turisti, per caso, hanno scoperto il percorso del Tracciolino e, quasi giornalmente, comitive di tedeschi passano dalla città e prendono la strada del Sant'Elìa. Quelli dei beni culturali, invece, non vengono ancora a Palmi, oppure lo sanno che qui c'è un'area archeologica ed un antiquarium comunale». Cento anni fa lo studioso palmese Antonio De Salvo, era riuscito, con una competenza ed una sensibilità personale, a precorrere i tempi; e quando la gente pensava che sul pianoro di Taureana i maestosi ruderi potessero essere i resti del palazzo di Donna Canfora, la leggendaria signora di Taurena che si gettò in mare per sfuggire al rapimento dei pirati turchi, lui con pazienza certosina studiò le fonti classiche di Tauriana e non solo e consegnò ai posteri anche la pianta dei resti affioranti in quel lontano periodo quando i lavori agricoli rispettavano i reperti e poteva capitare anche che nell'aia di una fattoria vi fosse anche un busto, come quello di Adriano, oggi in mostra nel museo della Magna Grecia che facesse da supporto per spaccare la legna. Fu lui che pose con i suoi studi le premesse per le ricerche successive dando una prima spallata alle leggende che, comunque, per la gente del posto sono rimaste sempre attuali. 
Scavi a Tauriana |
Un altro studioso di cose bizantine Vincenzo Saletta negli anni ne riprendeva le tesi che poi trovarono una trattazione sistematica nella tesina di Salvatore Settis, oggi rettore della Scuola Superiore Normale di Pisa ed autorità internazionale nel campo della storia e dell'arte antica. Eppure Palmi è l'unico comune che abbia un assessore all'Archeologia, l'avv. Domenico Surace, come ha giustamente sottolineato la dottoressa Elena Lattanzi nel corso della presentazione della mostra sui Taureani aperta nel Museo della Magna Grecia. «Come assessorato, purtroppo non vi sono risorse adeguate - ci ha confessato Domenico Surace - negli ultimi due anni tutte le risorse sono state canalizzate per permettere le campagne di scavo che anche quest'anno vedranno decine di studenti delle università di Tor Vergata di Roma e della scuola di archeologia dell'Università della Basilicata lavorare per riportare alla luce l'antica Tauriana. Non bisogna dimenticare poi i finanziamenti ottenuti per il ripristino della chiesa di San Fantino che è uno dei pochi monumenti bizantini ancora integro in provincia». Non è stato un lavoro facile quello che in questi anni la dottoressa Rossella Agostino responsabile del territorio ha svolto a Palmi. «Ci siamo impegnati a rendere soprattutto condivisa la consapevolezza dell'importanza delle presenze archeologiche che vanno dalla protostoria della Grotta Trachini, alla complessa presenza di età romana e bizantina medievale che va dal pianoro di Taurena fino alla zona di Scinà sulla costa. Un impegno che è stato sostenuto dalla soprintendente Elena Lattanzi e che ha reso possibile un sistematico lavoro che ha permesso, finalmente, di avere un quadro conoscitivo delle presenze archeologiche sulle quali si possono costruire progetti anche finalizzati alla fruizione. Ma questo passa anche per l'amministrazione comunale. Nell'ultimo anno vi sono stati convegni, discussioni, incontri culminati nella mostra dei Taureani sugli Italici a sud de Petrace, ma l'obiettivo deve puntare alto sulla concretizzazione di un area destinata a parco archeologico e rendere finalmente fruibile quanto viene alla luce». GIUSEPPE MAZZU' METAUROS ANCORA ALL’ANNO ZERO
Dalla necropoli magnogreca di contrada Pietra alla scommessa di Palazzo Baldari
Era destino di Gioia Tauro che il suo nome fosse sempre legato ad un porto. Strabone, un geografo vissuto a cavallo del primo secolo a.C., nella sua opera diventata indispensabile per la ricostruzione dell'Italia antica, una specie di minuzioso itinerario delle coste con centri abitati e porti, aveva indicato dopo Medma la presenza del fiume Metauros aggiungendo che aveva un approdo dello stesso nome. 
Marina di Gioia Tauro dove è stata scoperta la necropoli in contr. Pietra |
Nel tempo il fiume ha cambiato nome in Petrace e la città che col declino normale è scomparsa ha assunto il nome di Gioia. A distanza di duemila anni la situazione sembra ripetersi. Infatti tra i materiali venuti alla luce nella necropoli della città, vi erano oggetti d'importazione provenienti dalle aree mediorientali oltre che greche. Si comprende che un filo della storia sembra essersi riannodato con l'apertura del porto che è diventato il primo del Mediterraneo. Ma allora dalle navi scendevano anche persone. Oggi al porto di gioia Tauro dalle gigantesche portacontainers giramondo scendono solo scatoloni. Non si fermano, invece, le navi passeggeri o da crociera, che avrebbero potuto sbarcare migliaia di turisti, se gli amministratori della Piana si fossero impegnati di più per valorizzare il grande patrimonio archeologico esistente. Ma nella Piana nessuno ha mai scioperato o protestato per la mancata valorizzazione di un sito, anzi, spesso, è avvenuto l'opposto. Ma Gioia Tauro con il suo antico centro di Metauros, ancora oggi, costituisce un mistero. Gli studiosi hanno in mano gli elementi per ricostruire le usanze dei suoi abitanti, attraverso la lettura dei corredi funebri affiorati dalla sabbia di contrada Pietra, un'area che si estendeva a poca distanza dalla riva destra del Petrace ed a poca distanza dal mare. 
I primi scavi nel 1974 e Palazzo Baldari sede della 1^mostra |
Una necropoli che sovrapposta in più strati ha restituito tombe pregreche, greche e romane il cui materiale si trova oggi nel museo della Magna Grecia di Reggio. Ma della Metauros dei vivi, delle case e degli edifici, specialmente di quella precedente alla tarda romanità, non è stato trovata se non qualche sporadica testimonianza ed il mistero più fitto permane su un centro che, a giudicare dalle sue necropoli, dovette avere tra l'ottavo ed il quarto secolo a. C., una grande importanza, rappresentando uno dei pochi casi esistenti sulla costa calabrese, di integrazione tra i greci colonizzatori e gli abitanti del posto, tanto che la necropoli presentava corredi misti. Metauros vanta anche un altro primato, quello di aver avuto interessanti reperti trasferiti all'estero e messi in mostra nelle vetrine del Metropolitan Museum di New York, sotto la dizione di reperti provenienti dal Sud Italia, a distanza di 25 anni, da quando il solito Paolo Orsi aveva raccolto e tradotto in disegni la notizia dell'avvenuta scoperta. Ma di questi esempi è piena l'archeologia della Magna Grecia, come per la Persefone di Locri finita a Berlino e catalogata come proveniente da Taranto. Fino a 50 anni or sono Metauros viveva nelle leggende dei contadini che vedevano affiorare dai campi resti umani e grandi lastroni di argille e qualche moneta. Fu Alfonso De Franciscis che, negli anni 60, diede la prima spallata con gli scavi di contrada Ajossa. Nel 1974 si verificò l'episodio decisivo con gli scavi effettuati da Claudio Sabbione che portarono alla luce migliaia di tombe. Oggi il territorio è affidato all'attenzione della dottoressa Rossella Agostino. Negli ultimi 5 anni, un primo tassello importante è stato posto sul terreno. 
Reperti di Metaurus | Esiste un piccolo recinto, con i resti di una villa tardo romana, l'iniziativa è stata avviata dall'amministrazione Alessio, con non poche difficoltà, mentre oggi l'amministrazione guidata da Giorgio Dal Torrione sta proseguendo rafforzando quell'iniziativa e prendendo in considerazione la possibilità di pensare ad un futuro a fini turistici. «Per quanto riguarda il Turismo abbiamo fatto una scelta precisa -ci ha dichiarato il sindaco Giorgio Dal Torrione- sia per quanto riguarda il patrimonio culturale che per quanto riguarda quello paesaggistico. Per il patrimonio archeologico, è di qualche settimana fa l'apertura di una mostra permanente a Palazzo Baldari con reperti provenienti dalla necropoli di Metauros. Una mostra, anche se limitata a tre vetrine, che segna un momento importante. Non è stato semplice, ma dobbiamo anche riconoscere che si tratta di una vera e propria svolta nei rapporti con la Soprintendenza. L'amministrazione sta adesso impegnandosi a far svolgere nella stessa sede di Palazzo Baldari gli eventi culturali, proprio per mettere sotto gli occhi di tutti una testimonianza delle radici storiche della città. Contemporaneamente abbiamo previsto nel bilancio le risorse per una mostra più vasta, quella di un vero museo. Siamo convinti - conclude Dal Torrione - che stiamo parlando di una grande risorsa». Ad inaugurare la mostra con un convegno è stato un ex assessore, Walter Praticò, presidente del Lions club-Taurianova Vallis Salinarum. «A spingermi organizzare il convegno di presentazione della mostra, con la partecipazione tra gli altri della soprintendente Elena Lattanzi e dei due archeologi che sono stati impegnati sul terreno, Claudio Sabbione prima e Rossella Agostino oggi, da una parte è stata la necessità di recuperare il patrimonio delle radici ma, dall'altra di avviare quel percorso necessario per raggiungere l'obiettivo di porre le basi dello sviluppo di un turismo culturale difficile da realizzare». «Un percorso però che non deve essere limitato al solo sito di Metauro ma deve far parte di una rete con Rosarno-Medma, Palmi-Tauriana, Oppido-Mamerto, Locri e chiudere a Reggio. Solo una visione integrata può costituire occasione per lo sfruttamento turistico del patrimonio archeologico». GIUSEPPE MAZZU' CLICCA PER CONTINUARE<< |
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____________________ Non mi e` facile identificare tutte le lettere [greche] del bollo [T__RIA__S],  ma la iniziale T e` chiarissima. Allora i Taurini non sono identici ai turiani di Thourioi -- con la theta. (Comunque, con l'avvento del Cristianesimo, anche qui la Madonna ha soppiantato o Athena o Hera.)
Busto di Adriano (prima del restauro) ritrovato nel territorio di Taureana nell'Ottocento |
Taureana di Palmi (RC) - Le strutture abitative in corso di scavo
Taureana di Palmi (RC) - Apprestamento in prossimità dell'ingresso dell'ambiente quadrangolare
Taureana di Palmi. Frammenti di coppe tardo e subgeometriche
MUSEI Calabria Località | Indirizzo | Esposizione | Catanzaro - Museo Provinciale | Villa Trieste | esposizione di oggetti del neolitico, dell'età del ferro, reperti archeologici, monete | Catanzaro - Museo delle Carrozze | frazione Siano contrada Monte Musofalo | da vedere le 25 carrozze d'epoca | Squillace (CZ) Museo Diocesano | piazza Duomo 4 | raccolta di ostensori, calici, pianete, candelabri e paramenti sacri dal XVIII sec. | Tiriolo (CZ) Antiquaruium Comunale | viale Pitagora 4 | raccolta di reperti archeologici, ceramiche, monete e epigrafi del III e IV sec. a.C. | Cosenza - Museo Civico Archeologico | piazza XV Marzo | reperti archeologici dalla preistoria all'epoca romana oltre ad armi e divise garibaldine | Cosenza - Museo civico | Piazza Spirito Santo | attualmente in riallestimento, riaprirà presumibilmente nell'autunno 2005 | Cosenza - Raccolta Temporanea | via Grotte di San Francesco 4 | collezione di dipinti del XVII XVIII sec. | Altomonte (CS) Museo Civico | piazza T. Campanella | dipinti di Bernardo Landi, Pietro Negroni e una tavoletta di Simone Martini | Cassano allo Jonio (cs) Museo Diocesano | piazza Sant'Eusebio 1 | raccolta di tavole e tele dal XI al XVII sec., e di oggetti d'argento del XVI | Castrovillari (CS) Museo Civico | corso Garibaldi | raccolta di reperti archeologici dal territorio di Castrovillari | Civita (CS) Museo Etnico "Arberesh" | piazza Municipio 9 | biblioteca e costumi albanesi raccolta di fotografie sui paesi Arberesh | | Corigliano Calabro (CS) Museo Castello Ducale | Piazza Compagna 1 | Tutti i giorni compresi il sabato e la domenica.Chiuso Lunedì non festivo. Possibilità di convegni e concerti. | Morano Calabro (CS) Museo di Storia dell'Agricoltura e della Pastorizia | via Municipio | raccolta di foto, testi e utensili sul lavoro agricolo e pastorale dell'area del Pollino | Rende (CS) Museo Civico | via R. De Bartolo | raccolta di opere di Capizzano, Balla, De Chirico, Greco, Guttuso, Levi, Sironi oltre una sez. folcloristica riguardante la Calabria | Rossano (CS) Museo Diocesano d'Arte Sacra | largo Duomo | ospita tele e dipinti su tavola del XV XVI sec. oltre ad argenti reliquari e paramenti sacri | San Giovanni in Fiore (CS) Antiquarium Torre Cimalonga | largo Cimalonga 1 | mostra permanente di reperti archeologici della città di Laos | Vacciarizzo Albanese (CS) Mostra Permanente del Costume "Arberesh" | piazza Duomo 5 | ci sono esposti costumi anche nuziali della comunità di Vaccarizzo Albanese San Demetrio Corone e Farneta | Crotone - Museo Civico | piazza Castello | raccolta di materiale archeologico della zona. Da vedere esposizione di cannoni, armi. anelli e statue | Reggio Calabria - Museo nazionale | Piazza De Nava | una delle più importanti raccolte di reperti archeologici della Magna Grecia. E' il museo più importante della Calabria | Bova (RC) Museo Paleontologico | via Rimembranza | raccolta di fossili | Bova Marina (RC) Museo Demologico della Bovesia-Area Ellenofona | piazza Municipio | raccolta di attrezzi della pastorizia, agricoltura e artigianato locale | Locri (RC) Collezione "Scaglione" | via D. Candida 6 | collezione di bronzeo e ceramiche del periodo Brutio-Italiota oltre a vasi attici e "pinakes" | Locri (RC) Museo Statale | contrada Marasà | reperti proveniente da scavi archeologici nella colonia magnogreca di Locri Epizephyri, materiale di età romana di Locri | Mammola (RC) Museo "Santa Barbara Art Foundation" | via Santa Barbara | esposta in un monastero certosino una collezione di dipinti di artisti contemporanei oltre ad opere monumentali di artisti internazionali | Palmi (RC) Gipsoteca "M. Guerrisi" | via F. Battaglia | raccolta di sculture e studi in gesso, olii e acquarelli di Guerrisi | Palmi (RC) Museo Etnografico e Folklorico "R. Corso" | via F. Battaglia | raccolta di oggetti manufatti in legno e ceramiche della tradizione folkloristica calabra | Palmi (RC) Museo "F. Cilea-N.A. Manfroce" | via F. Battaglia | edizioni dei compositori F.Cilea e N. A. Manfroce oltre ad una biblioteca musicale, dischi e cimeli | Palmi (RC) Pinacoteca "L. Rèpaci" | via F. Battaglia | opere di Manet, Corot, Fattori, Guttuso, Cascella, Mazzacurati, Manzù, Primo Conti | Monterosso Calabro (VV) Museo della Civiltà Contadina e Artigiana | Via Marconi 82 | documenti della tecnica della civiltà contadina dal ciclo dell'olio e del grano alla tessitura all'arte vasaria del legno e del ferro | Nicotera (VV) Museo Civico Archeologico | via Umberto 1 | raccolta di reperti paleolitici e neolitici, resti di mammiferi e fossili e reperto parietale di bambino del tipo di Neandertal | Nicotera (VV) Museo Diocesano d'Arte Sacra | piazza Duomo 10 | da vedere una lastra tombale del Xv sec. del "maestro di Mileto" crocifisso di Colella di Jacopo del sec XV | Nicotera (VV) Pinacoteca Vescovile | piazza Garibaldi | raccolta di dipinti sacri con provenienza romana e abruzzese del periodo XVII al XIX sec. | Tropea (VV) Raccolta privata "Toraldo di Francia" | via Lauro 12 | raccolta in bergamene della storia economica e sociale della zona risalente al periodo che va dal XII al XVI sec. | Vibo Valentia - Museo Archeologico Statale "V. Capialbi" | c/o Castello Normanno Svevo | raccolta di reperti archeologici del territorio di Vibo Valentia oltre a statue in marmo romane e la collezione "capalbi" | Vibo Valentia - Museo dell'Emigrazione | piazza San Leoluca | documenti sull'immigrazione meridionale dal 1870 ai nostri giorni | Vibo Valentia -Museo di Arte Sacra | piazza San Leoluca | nel museo ci sono dipinti e statue dal XVI al XIX tra cui il dipinto di Pino da Siena del 1504 e statue di Antonello Gaggini | Vibo Valentia - Museo archeologico nazionale | Piazza Garibaldi | raccolta di materiale archeologico della regione, statue di marmo e monete | |
Per vedere la Calabria in bicicletta: ALBUM FOTOGRAFICO http://www.cicloturistica2001.it/.../Princ_Page_Album_Fotografico.htm Giro Bonifati (CS):  ...un po` come la metafisica di Carra`. .JPG) .JPG) Giro S. Eufemia: .JPG)
Escursione Polsi:  Tour Gioia-Tropea; Tropea: .JPG) .JPG)
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Rappoccio Melito:  Arghilla`: .JPG)
Altrove in CALABRIA Copanello (CZ):

Caminia (CZ) Scogliera Bleu: Caminia:
Ho trovato la risposta: Si`, ancora si fanni i pastori del presepe a Fiumefreddo Bruzio (CS), dove da piccolo io ne avevo comprati alcuni. Presepe artistico di Mastro A.Spina Chi conosce il lavoro di Attilio Spina troverà certamente semplicistico e riduttivo la definizione di "artista del natale" con la quale ho voluto presentare questa figura: stuccatore, pittore, decoratore, scultore riesce a lavorare con abilità argilla, carta pesta, gesso, nonché a dipingere su qualsiasi supporto.
La gentilezza, l'umiltà, l'amore per la propria terra nonché lo stesso stile di vita di "Mastro Attilio" non sono meno della sua capacità artistica; e credo che ben poche perso_ ne possano vantare tutte insieme tali qualità, Si possano citare molte opere di questo artista-artigiano. da una statua di San Francesco di Paola che. giunta persino in America viene ogni anno portatata in processione dai nostri connazionali. la bellissima Madonna Stella del Mare realizzata in carta pesta (trovasi nella Chiesa di S. Rocco) ecc. I suoi" pastori" tutti in argilla (pezzi unici). Basta visitare il Presepe permanente da lui ideato ed allestito nella Chiesa dell'Addolorata per rendersi conto delle sue capacità artistiche.
A questo punto non mi resta che "appellarmi" alla già citata pazienza e gentilezza di questo artista "fiumefreddese" circa, questo mio confendere la sua arte oltre che con il Natale con la stessa Fiumefreddo; ma devo confessare che non riesco ad immaginarmi Mastro Attilio al di fuori del suo paese.
E forse. chissà. per lo stesso motivo. anche quest'anno il giorno di Natale davanti al suo presepe sarò preso dal pensiero che mi ricorre ogni volta che ammiro la sua opera; e cioè augurare a me stesso e a tutta Fiumefreddo. poter conservare per tutta la sua vita anche soltanto un briciolo dell'amore che quest'uomo ha regalato a Fiumefreddo.
"Grazie Mastro Attilio" M.E
Attilio Spina al lavoro In quel sito si trovano anche lavori del pittore siciliano, Salvatore Fiume, del 20mo secolo. Per un maestro fiumefreddese, Giuseppe Pascaletti, pittore del '700:  Del clima classicistico romano il Pascaletti, ritornato in Calabria, fu il maggior esponente .... |
ritratto http://www.calabresi.net/it/notizie-flash/mostra-dedicata-a-giuseppe-pascaletti-pittore-calabrese-del-Settecento.htm o cerca "Giuseppe Pascaletti pittore". ______________________________________________________ LA CALABRIA NON FINISCE MAI...
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